I La Crus festeggiano i 30 anni dall’uscita del loro primo e omonimo album con un tour celebrativo. All’epoca il disco aveva vinto il Premio Ciampi, il Premio della Critica di Max Generation, il referendum di Musica & Dischi (miglior debutto Pop & Rock) e la Targa Tenco ’95 come miglior opera prima. Sull’onda di questi riconoscimenti, i La Crus affrontarono un tour con oltre 120 date nei più prestigiosi club, teatri e festival d’Italia.
Il tour e la band
Ora invece, almeno per il momento, i concerti saranno quattro. Questo il calendario:
7 marzo Bologna – Estragon Club
14 marzo Pordenone – Capitol
21 marzo Settimo Torinese (To) – Combo Club / Suoneria
27 marzo Milano – Magazzini Generali
I biglietti sono già disponibili in prevendita. La band che affiancherà Mauro Ermanno Giovanardi e Cesare Malfatti sarà formata da Chiara Castello (tastiere e cori), Marco Carusino (basso e cori), Leziero Rescigno (batteria) e Gianni Sansone (tromba).
A pochi giorni dal primo concerto, abbiamo intervistato Mauro Ermanno Giovanardi.

L’intervista
Mentre lavoravate al vostro primo disco, avevate la sensazione che stavate facendo qualcosa di importante, che sarebbe rimasta nel tempo?
Quando lavori a un progetto così, mica te ne rendi conto. Io ho un ricordo bellissimo di un lavoro di sperimentazione pura. Nessuno, prima di noi, stava facendo quel percorso. L’idea dei La Crus era quella di mutuare la metodologia dell’hip hop, solo che al posto di rapparci sopra io ci dovevo trovare dei cantati. Era difficilissimo perché avendo pezzi con due o tre accordi dovevo trovare le melodie per le strofe e i ritornelli. Nel disco, su tredici pezzi, ce ne sono solo due con ritornelli. Lo sto riscoprendo anche io tantissimo, era tanto che non lo sentivo. Volevamo far convivere due mondi all’apparenza molto distanti: il nostro background, che partiva dai Joy Division e arriva fino ai Massive Attack, e il recupero della canzone d’autore. Ogni pezzo che finivamo era come se avessimo imparato qualcosa di più su come costruire le canzoni in questo modo. Noi abbiamo veramente usato il campionatore come metodo per fare i pezzi, soprattutto nei primi due dischi. È stata una ricerca bellissima.
Come avete sviluppato il lavoro all’epoca?
I La Crus all’inizio eravamo io, Alex e Paolo Mauri. Quest’ultimo era una figura più “filosofica” che effettiva. È stato lui che ci ha consigliato di andare da Cesare, che era il primo a Milano ad avere uno studio Midi. Inizialmente veniva pagato come fonico, poi si appassionò al progetto ed entrò nella band. Con le idee di Cesare, il supporto mio melodico, di campioni e di pezzi bizzarri, il lavoro di Alex, è venuto fuori questo disco che risentito ora è un disco veramente sperimentale. La difficoltà di queste settimane non è tanto nel cantare quei pezzi, ma ricordarsi le strutture. Ci sono una serie di pezzi come Notti bianche, Buco di pietra, Tarab, che sono proprio figli di sperimentazione pura.
Vi attendono ora quattro concerti. Cosa devono aspettarsi i vostri fan?
La prima parte del concerto sarà dedicato a La Crus, che suoneremo per intero e in ordine. Nella seconda parte troveranno spazio Dentro me e una o due canzoni per ogni disco, compresi un paio di brani da Proteggimi da ciò che voglio, il nostro ultimo lavoro. Avevo chiesto di non fare un vero e proprio tour, ma di fare quattro o cinque date adesso e altrettanti festival in estate.
Novità nella band?
Rispetto all’ultimo tour saremo uno in più. Ci siamo infatti resi conto di quanto fosse importante la tromba come sonorità e allora abbiamo chiesto a Gianni Sansone di unirsi a noi. Non a caso, perché Gianni ha registrato quasi tutte le parti di tromba del primo disco. Saremo in sei sul palco e, a parte i concerti con l’orchestra, non era mai successo nella nostra storia.

In questi trent’anni il mondo della musica è drasticamente cambiato. Come vivi questo mutamento?
Ho avuto dei momenti di vera depressione. Quando si pensano alle differenze rispetto al passato bisogna mettere un paletto pre e post Internet, perché già dai primi anni Duemila hanno iniziato a cambiare tante cose. Ora c’è una nuova linea da tirare, pre e post social, che hanno cambiato non solo la musica, ma anche il costume. Sono sempre convinto della bontà di Umberto Eco, quando diceva che prima dell’avvento di Internet le cagate rimaneva chiuse nei bar sport. Io mi sono messo in discussione in maniera davvero pesante, soprattutto durante il periodo del Covid, dal 2020 al 2022. Mi chiedevo come potevo “combattere” con i ragazzi, nati con lo smartphone e con milioni di like e streaming, che magari hanno fatto dieci concerti. Poi alla fine mi sono reso conto che uno deve andare avanti per la propria strada.
Cosa è cambiato di più secondo te nella musica?
L’idea di cosa rappresenta la musica. Per noi, negli anni ’80, fare un certo tipo di musica era come mettersi una divisa e dire «io non voglio essere come te». Faccio un certo tipo di musica perché non voglio essere scambiato per un paninaro, perché non me ne frega un cazzo delle canzonette sanremesi, plasticose e in playback. Fare un certo tipo di musica era un atto di protesta politica, ma senza urlare. Poi certo c’erano anche i gruppi più combat, più barricaderi. Però, per me, fare un certo tipo di musica era già fare politica, che ritenevo non dovesse mai essere ostentata o urlata. Per noi la musica aveva insito un atto rivoluzionario. Il primo disco dei La Crus è un atto rivoluzionario per la musica italiana, uno spartiacque. Oggi mi sembra che questa consapevolezza non ci sia. A un ragazzo di vent’anni interessa l’ostentazione di uno status, che magari non ha, e accalappiare like. La musica rappresenta sempre lo specchio della società e dei tempi. Non sto dicendo che la nostra musica era più figa, non mi permetterei mai. Non voglio passare per nostalgico, ma vedo che c’è tantissima differenza. I presupposti di base sono completamente cambiati.
Nel 2011 avete partecipato al Festival di Sanremo e siete arrivati sesti con Io confesso. Che ricordi hai di quella esperienza?
Sarei dovuto andare da solo a Sanremo, perché la canzone era un mio pezzo. Gianni Morandi era rimasto affascinato da una mia intervista, nel corso della quale avevo detto che avevamo avuto la fortuna di fare tre pezzi al Premio Tenco, invitati da Enrico De Angelis, senza avere ancora pubblicato un disco. Mezz’ora dopo avevamo un contratto firmato con la Mescal e mezz’ora dopo ancora un contratto con la Warner. Morandi mi disse che sarebbe stato bello chiudere la nostra carriera come l’avevamo iniziata, sul palco dell’Ariston. Solo che i La Crus si erano sciolti tre anni prima. Alla fine decidemmo di affrontare l’esperienza insieme. Rimasi stupito che avessero scelto un pezzo così e mai mi sarei immaginato quello che è successo. Il brano è stato il vincitore morale di quel Festival ed è stato il pezzo più passato in assoluto. Ancora oggi tutte le persone che incontro mi dicono che dovevamo vincere noi. È stata una bella esperienza, da outsider.
La rifaresti?
Ma sì, se potessi però andare con il pezzo che voglio. Io posso anche concedere alcune cose, ma se le scrivo io. Poi se sto scrivendo un disco nuovo e qualcuno mi propone un pezzo, che sento che è bello, io non ho problemi. Il fine ultimo per me è sempre quello di fare uscire dei dischi con canzoni belle. Ho sempre portato avanti una doppia anima, da autore, ma anche da chanteur, che va a recuperare brani anche dimenticati nel tempo. Se una canzone è bella, è bella, però mi ci devo ritrovare. Ora ad esempio ho finito un disco mio di inediti, fatto con un gruppo di amici, che potremmo definire un “collettivo della parola”. Tra di loro ci sono Cheope, Francesco Bianconi, Giuseppe Anastasi e Colapesce. Mi interessa avere uno sguardo anche altro, ma sempre partendo dal presupposto che dovevo tenere io il pallino in mano. Uscirà spero in autunno.







































