Il trombettista sardo Paolo Fresu è un artista di cui andar fieri, per capacità musicali, umanità e instancabile voglia di comunicare. Lo sappiamo da tempo e l’attenzione ai suoi nuovi lavori è sempre ai massimi livelli, perché dopo tanti anni e un numero imprecisato di dischi, diversi davvero notevoli, come uno schiacciasassi continua a portare avanti la sua coerente crociata indirizzata a perfezionare un lessico jazzistico il più possibile credibile e originale. Poiché il suo riferimento prioritario è la filosofia del leggendario quintetto davisiano in auge tra il ‘65 e il ’68 non meraviglia affatto che il suo spettacolo teatrale della scorsa stagione, Kind Of Miles, che si rifaceva un po’ a tutta la storia artistica e umana del “divino” trombettista Miles Davis, distribuisse classe e finezza in quantità industriale.
Oggi, con lo show messo da parte per riprendere il suo tour a gennaio 2026 per altri due mesi e mezzo visto il notevole successo ottenuto, esce il doppio album eponimo – e il titolo richiama volutamente il capolavoro di Davis Kind Of Blue, il disco di jazz più venduto di sempre e una delle cinque opere musicali più importanti del secolo scorso – con le musiche dello spettacolo. Diviso, come un vecchio LP di Joni Mitchell, nel cd Shadows, dedicato al periodo acustico di Davis, e nel cd Lights rivolto a quello elettrico post anni 70, vede il musicista sardo impegnato a farci immaginare (e farci ascoltare) quello che probabilmente the man with the horn – come veniva chiamato il trombettista americano, scomparso nel 1991 a soli 65 anni – suonerebbe oggi, non solo seguendone le orme, ma evolvendo da quel percorso verso riletture di nuova lucidità e inediti di notevole spessore. Con Fresu suonano nel gruppo acustico Dino Rubino alle tastiere, Marco Bardoscia al contrabbasso, Stefano Bagnoli alla batteria, e nel gruppo elettrico Christian Meyer alle percussioni, Federico Malaman al basso, Bebo Ferra alla chitarra e Filippo Vignato al trombone e alle elettroniche.
Kind Of Miles è una dichiarazione d’amore oppure una sfida?
«Un po’ tutte e due. Certo è una dichiarazione d’amore per il musicista che ho incontrato per primo, che ho ascoltato e continuo ad ascoltare, un po’ come Chet Baker. L’amore è evidente e non viene scalfito. È anche un po’ una sfida, perché raccontare Miles a teatro e su disco ha bisogno di una chiave di lettura. Una sfida anche per me, perché è stata la prima volta nella vita che non solo sono autore di un testo teatrale, ma sono anche attore in scena. Una doppia sfida, da un lato raccontare una figura così complessa come Davis, che sarebbe stato inutile raccontare allineando i particolari della sua esistenza, e poi perché sono io a raccontarlo. Non solo sotto il profilo musicale, ma anche con la parola.»
Però il cd è dedicato a Jon Hassell, un altro trombettista di spessore, che ci ha lasciato quasi quattro anni fa e che ha avuto poco a che fare con Davis…
«Sì, lui ha collaborato con Brian Eno ed è stato uno degli esponenti della musica “possibile”, diciamo così, di quella di sperimentazione che ha permeato la storia del jazz. Ero suo amico ed è stato un grandissimo artista, che ha lasciato un segno profondo nel panorama europeo e che è stato troppo velocemente dimenticato.»
Miles in minuscolo significa “miglia”. Kind Of Milesvuole anche essere un riferimento a un percorso che hai iniziato ormai 40 e più anni fa?
«Miles ha sempre tracciato un percorso. Lo spettacolo inizia il giorno in cui ho appreso della sua morte e dico che lui è l’artista che ha aperto tutte le porte del jazz, dentro cui poi noi siamo potuti entrare. Nella sua carriera ha aperto tantissime vie, si è sempre guardato avanti senza girarsi ad ammirare i propri successi. Ha dato al jazz, e al mondo della musica in genere una spinta importantissima, in circa 50 anni di una carriera luminosissima e sempre ispirata. Sono convinto che, se fosse ancora in vita, farebbe lo stesso, perché era nella sua natura la visionarietà e la curiosità. Ha dato veramente tantissimo alla musica, proprio per questa sua capacità di mettersi perennemente in gioco.»

Il cd è diviso in due parti: “luci” e “ombre”. Le luci sono tutti brani originali suoi, a eccezione di Time After Time di Cindy Lauper ripresa anche da Davis, o dei suoi collaboratori, mentre le ombre sono principalmente standard. Perché questa scelta?
«Nel momento in cui si voleva raccontare musicalmente la storia immensa della discografia di Miles, sarebbe stato impossibile ridurre tutto a un disco, seppure doppio. Così ho pensato che Shadows racconta il Miles fino agli anni 70, quello acustico, diciamo così, che lavorava molto sugli standard, mentre, dopo esser stato malato ed essersi ritirato, è tornato in auge negli anni 80 con una musica totalmente nuova, anche criticata da molti, con chitarre e strumenti elettrici, ed è la parte Lights. Dapprima abbiamo un Miles in bianco e nero, se così vogliamo dire, in chiaroscuro, e poi un Miles sgargiante, pieno di colori come il suo modo di vestire. Questa era l’idea, perché sarebbe stato difficilissimo raccontare l’enorme discografia di Miles. Abbiamo rubato l’idea a un vecchio disco di Joni Mitchell, che si chiamava proprio Shadows & Lights e aveva un LP di ombre e uno di luci. È stato un bel gioco.»
Però non c’è nessun brano firmato Davis…
«Vero. Prima di tutto perché lui ha composto abbastanza poco. Non è stato un grande compositore, era soprattutto un grandissimo interprete. Abbiamo voluto fare una scelta senza porci il problema di chi fosse il depositario o il compositore, siamo andati per assonanze, che potevano essere storiche, ma anche linguistiche. Ad esempio ci sono due brani che si chiamano Back In e Back Out, scritti da me che volevano rappresentare il Miles di Birth Of The Cool, che è stato un disco importantissimo, uno dei suoi capisaldi. Oppure Call It Nothing e Call It Something, che sono due brani che ricordano il periodo degli anni 70, quando alla fine del concerto all’isola di Wight, dopo mezzora di musica ininterrotta, a un giornalista che gli chiedeva il titolo di quel brano rispondeva “chiamalo come vuoi”. Ci siamo divertiti a ricostruire la vita musicale di Miles attraverso degli standard che lui ha molto amato e suonato e con una serie di composizioni nostre a lui dedicate, con alcuni titoli che riportano a degli interventi linguistici che provano a raccontare la sua vita. Un modo divertente per tracciare un legame musicale con questo artista.»
In un mondo musicale che va sempre più verso un indistinto meticciato globale, in cui tutto si contamina e si miscela, quali sono i rischi che si affrontano e quali sono i punti fermi da tenere?
«Non so se ci sono dei rischi, però hai ragione sui punti fermi. Il più importante è conoscere la tradizione. Nel senso che, anche se ci si spinge troppo in avanti, se si conosce la tradizione quello che si fa ha un senso nel presente. Se invece ci si spinge avanti tanto per farlo o perché oggi è necessario, senza conoscere gli stilemi e la tradizione, si finisce per perdersi. Questo raccontare la storia di Miles ha per noi un po’ questo senso. C’è nell’album un brano che si chiama Berlin, scritto da due musicisti del gruppo, che è quasi di musica techno, come oggi la si ascolta a Berlino. Uno potrebbe chiedersi “cosa c’entra Miles?” In realtà c’entra, non solo perché i riferimenti sono ai suoi album Tutu o Decoy, ma anche perché abbiamo pensato che, se lui fosse in vita e abitasse nella Berlino di oggi, sicuramente quella sarebbe stata la sua musica.

Lui sarebbe ancora aperto a tutto, avrebbe ascoltato i rapper, i musicisti di elettronica e via dicendo, così avrebbe costruito la musica del domani. Questo è un po’ il nostro modo di affrontare Miles, cioè cercare di portare la musica in avanti, di spingerla. E questa credo sia una responsabilità di tutti, mutuata molto dalla sua idea di musica, però bisogna farlo conoscendo la tradizione, tanto che noi suoniamo anche It Never Entered My Mind oppure Summertime. Non è un’operazione nostalgica, al contrario è corretta, perché segue l’idea del provare a spingere la musica verso il futuro raccontando anche il passato. Se non si fa così si rischia di trovarsi persi in un luogo in cui si gira in tondo e non si capisce come ci siamo arrivati e dove andiamo.»
La musica oggi è ancora un’“architettura umana”, come lei amava dire, oppure sta diventando una “costruzione artificiale” dell’AI?
«La musica è di chi la fa. La discussione sull’intelligenza artificiale è molto complicata, posso solo dire che noi continuiamo a fare musica con le mani. E a teatro racconto con la mia voce. Noi facciamo musica senza artifici, suoniamo sul palco senza basi. Però non sono contrario a che questo avvenga, l’importante è che ci sia dietro sempre un’anima umana, proprio un’architettura umana. Perché l’importante è raccontare un’idea, un pensiero che si cela dentro la musica, che per me è ancora cuore, umanità, pathos. Tutto questo è difficile raccontarlo attraverso le macchine, e soprattutto è importante il fatto che ogni sera sia diverso.
L’AI e le macchine probabilmente renderebbero tutto uguale, quando invece noi ogni giorno ci alziamo la mattina e siamo diversi dal giorno prima, quindi è inevitabile che si costruisca una musica che di giorno in giorno è diversa. Forse questo è il motivo vero che, dopo oltre 40 anni, mi spinge ancora a fare musica con lo stesso trasporto di allora.»
A un intervistatore anni fa dicesti “il jazz non esiste: è una parola troppo piccola per una musica troppo vasta”. Sei ancora d’accordo con queste parole oppure, essendosi quasi fermata l’evoluzione vertiginosa che il jazz ha avuto più o meno fino agli anni 90, questo abbia contribuito a cristallizzarlo e a definire meglio l’ambito jazzistico?
«Sono d’accordo con quella affermazione e non sono molto d’accordo sul fatto che il jazz si è fermato. Il jazz si evolve, è una metamorfosi perenne. Innanzitutto bisogna capirsi su che cos’è il jazz. Quando dico che non esiste sono un po’ provocatorio. Il jazz esiste eccome, ma dire “cosa fa il jazz, che musica è” non è possibile. Io faccio tantissime cose diverse e tutte sono riconducibili all’ambito jazzistico. Però è vero che una parola di quattro lettere non può raccontare un secolo di una musica in movimento, perennemente dinamica.
Il jazz è quello di Louis Armstrong o quello oggi dei trombettisti norvegesi che si rifanno allo stile di Jon Hassell, oppure c’è del jazz nella musica di Kendrick Lamar, che forse è il più grande rapper americano e che apparentemente non ha nulla a che fare con il jazz di Art Tatum o di Charlie Parker. Bisogna intendersi su cosa è il jazz. È come parlare della musica classica, perché le parole tendono sempre ad annichilire i contenuti. La classica cos’è? È Mozart, Beethoven, il barocco dei Seicento o anche Stravinsky e Stockhausen. Il concetto è che, soprattutto per il jazz, una musica nata nel 900 e che si è sporcata le mani con l’evoluzione dinamica del secolo, utilizzare un termine di quattro lettere è particolarmente poco significativo, perché mettere tutto quello che il jazz ha rappresentato lì dentro è impossibile.

Il jazz ovviamente esiste, ed è soprattutto una filosofia che si cela dietro i suoni, che è quella dell’improvvisazione. L’unico modo per affermare che il jazz non sia una musica ferma, scaduta, che non piace, è ascoltarlo tutto, ma è veramente molto, molto difficile. Non sono d’accordo che il jazz si sia fermato. Ci sono i puristi che dicono che il jazz è morto negli anni 60con la morte di Coltrane e di Parker, io non ci credo. È morta quella tipologia, quella attitudine del fare jazz. Oggi ce n’è una nuova e sarebbe molto brutto non fosse così. Anche perché semplicemente viviamo in un altro tempo e quello che dobbiamo fare è prendere quello che sappiamo e anche la musica degli anni passati e portarcelo nel tempo presente e capire cosa farne. E questo credo che sia, in fondo in fondo, anche tornando al tema del lascito di Miles, l’impegno che noi artisti del presente e anche del futuro abbiamo nei confronti delle nuove generazioni.»
Sei una superstar mondiale, suoni in tutto il mondo con musicisti di tutto il mondo. Ritornare nella tua isola al centro del Mediterraneo oppure a Bologna sulle colline emiliane dove vivi che effetto ti fa, che ricarica ti dà?
«Io giro per il mondo, ma torno sempre a casa. Sono abituato a girare, amo molto viaggiare, ma ho un concetto di casa molto forte. Io sono figlio di pastori, di coltivatori, l’idea della terra è per me molto, molto importante. Ho una buona relazione con il mio essere fuori casa, non mi crea problemi, non sono di quelli che quando sono fuori, in continente come diciamo noi sardi, non vedono l’ora di tornare in Sardegna. È chiaro che la Sardegna è un posto bellissimo, magico, che mi ha dato tanto, ma ho una grande capacità di adattamento, perché credo che debba essere così per tutti noi. Ci sono cose buone in Sardegna, ce ne sono magnifiche in Italia e ce ne sono nel mondo. Come in ogni luogo ci sono cose positive e negative. Quello che dobbiamo fare è cercare di prendere quello che amiamo e combattere contro le cose che non ci piacciono. Dobbiamo farlo noi, con le nostre mani, non dobbiamo mai delegarlo agli altri. E cercare di migliorarci, quindi giro, giro, giro e poi torno nelle mie case, che sono poi lo scrigno di quei racconti, di quei viaggi che sono stati fatti.
Da questo punto di vista mi ritengo una persona normalissima, proprio perché vengo da una famiglia di persone molto umili, dalle quali ho preso valori che continuo a portarmi appresso, nonostante il 4 febbraio abbia compiuto ormai 64 anni. Valori faro che possono indicare sempre la via, che è quella del ritorno. Quando sono felice e lontano non vedo l’ora di tornare e quando sono a casa sono ugualmente felice e non vedo l’ora di partire. È semplicemente una ruota che gira, che fa sì che si prenda coscienza del fatto che se uno vuol essere un concertista e vuole vivere di musica, non solamente dal punto di vista economico, ma dal punto di vista della pienezza, della creatività, della voglia e capacità di dialogare e di raccontarsi attraverso la musica, questo lo si può fare solamente prendendo un aereo o una nave, un’auto o un treno per andare da qualche parte a parlare agli altri. È una presa di coscienza che ho fatto da molti anni e che continua a essere parte della mia vita.»







































Sono sconvolta da questa intervista tanto ricca che esplora le viscere del jazz, del CD “Kind of Miles”, del lavoro per realizzare lo spettacolo teatrale e che risponde alle domande che mi facevo: ” perché i titoli “Shadows” o “Lights”..”ma ci sono anche brani scrittii da Paolo o da musicisti del gruppo”! Fù un momento prezioso per me di leggere questa pura analisi del jazz dove si sente l’anima di quello che la fa con semplicità e amore.
Sarebbe una sciocchezza commentare ciò che ho scritto, una decina di giorni fa! Non vi pare?