La pianista di Bonn Julia Hülsmann è l’esponente più nota dello scenario jazzistico del suo Paese, il più grande in Europa, tanto che è stata per un paio d’anni anche presidente dell’Unione dei musicisti jazz tedeschi. Ricca di una formazione molto ampia, che spazia dalla musica classica al pop, agli inizi segnata da una predilezione particolare per Sting, è artista sempre rispettosa della melodia. Ha studiato con maestri come Richie Beirach, Gil Goldstein e Jane Ira Bloom, è stata nella National Youth Jazz Orchestra per poi farsi un nome suonando le tastiere in diverse big band, in formazioni fusion e in gruppi pop.
Ha debuttato da solista con un suo trio nel 2000, per poi ammaliare la critica tre anni dopo con il suggestivo Scattering Poems, inciso con la deliziosa cantante norvegese Rebekka Bakken e dedicato alle poesie dello statunitense Edward Estlin Cummings. È passata poi da un omaggio al grande Randy Newman a uno alla sublime poetessa Emily Dickinson, prima di approdare con un lavoro di sue composizioni in casa ECM nel 2008, The End Of A Summer. Da allora i lavori di Hülsmann sono usciti tutti per l’etichetta di Manfred Eicher, segnando una traiettoria d’eccellenza in otto tappe di assoluto pregio, tra le quali vanno segnalate Fasil, inciso con il chitarrista Marc Sinan e ispirato alla vita di Aisha, la moglie più giovane e amata del profeta Maometto, A Clear Midnight con il cantante Theo Bleckmann dell’ensemble di Meredith Monk, che propone una serie di rivisitazioni molto particolari delle canzoni di Kurt Weill, e Not Far From Here, il suo primo in quartetto.
Oggi quelle tappe diventano nove con questo squisito Under The Surface, che vede insieme con la pianista anche la trombettista e cornista norvegese Hildegunn Øiseth (in metà dei brani), oltre agli abituali partner Uli Kempendorff al sax tenore, Marc Muellbauer al contrabbasso e Heinrich Köbberling alla batteria. Come in precedenza ognuno del quartetto contribuisce alle dieci composizioni (la leader ne firma cinque) e in tutte emerge una perfetta fusione di narrazione melodica e flussi strumentali, quasi un’occupazione polifonica degli spazi, e di lirica scansione, che ruota libera nella trama sonora.

«Per me è importante scrivere pezzi piuttosto contrastanti, anche quando può essere difficile sfuggire a sé stessi», afferma Julia. «È un processo naturale, che deriva da pensieri ed emozioni interiori. Anti Fragile, ad esempio, l’ho scritta in un momento in cui ero piuttosto arrabbiata. Volevo tradurlo in musica, dimostrare il fatto che ogni persona ha sfaccettature diverse. La musica non è semplicemente “bella”, ma può anche essere ruvida. O aggressiva. Di certo non è fragile.» Tutto il lavoro si muove ondivago, tra momenti più morbidi e accattivanti come They Stumble, They Walk e altri più swinganti come Milkweed Monarch, in cui si srotolano ottimi assolo, momenti in cui brilla il tono friabile del corno di capra della ospite e altri in cui il tenore è riferimento fermo e inventivo.
Il talento per l’avventura, che porta l’ensemble a muoversi su un hoovercraft di groove emotivi e di delicati intrecci, coinvolge l’ascoltatore come un’interiore carica propulsiva. Una chiave di volta per smantellare le gabbie coercitive cui ci costringe l’inestricabile garbuglio di inconciliabilità in cui siamo invischiati. Luci e ombre, certezze e insicurezze del quotidiano diventano propulsioni per un’opera ambiziosa e intensa, attenta a ogni sfumatura e dal disegno sottile quanto profondo. «Siamo aperti a qualsiasi cosa accada con la musica, poiché si sviluppa e cambia naturalmente nel tempo. Non ci fissiamo su un modo particolare di suonarla, ma lasciamo che si trasformi in qualcosa di nuovo ogni volta», conclude la pianista.






































