Un ventaglio di jazz dal mondo. Cinque album di altrettanti musicisti con altrettanti approcci alla materia afroamericana, di molto allargata. Dalla versione ortodossa ed emozionale di Benjamin Lackner a quella tipicamente europea e modernista del combo Matteo Bortone No Land’s, da quella minimale e labirintica di Nicole Johänntgen a quella lirica ed ECM style del Yuval Cohen Quartet, infine a quella vocale, interiore e senza confini del Fontomar Consort.

Benjamin Lackner – foto di Sam Harfouch

Benjamin Lackner

Spindrift (ECM/Ducale)

Voto: 7/8

Il pianista (e tastierista, anche se da alcuni anni ha lasciato gli strumenti elettrici) Benjamin Lackner è nato a Berlino nel 1976, ma si è trasferito in California e poi a New York dall’età di 13 anni. Ha vissuto a cavallo dei due continenti fino al 2008 quando ha fatto il definitivo ritorno nella città natale. Ha iniziato in una formazione che combinava il jazz con il rock sperimentale, i Maroon, poi ha fondato il suo trio con cui, dal 2004 al 2019, ha inciso sei album (tra cui l’ottimo Drake). In contemporanea ha suonato con i Monkbeatz, che modernizzavano l’opera di Thelonious Monk, i Trichome, un trio aperto a varie sperimentazioni sonore, nel duo HardyLackner e con i Communion del batterista portoghese João Lencastre.

Con Last Decade, il suo primo cd in quartetto e il primo prodotto dal guru Manfred Eicher, la sua carriera ha svoltato verso un jazz che privilegia la cura della melodia, dell’impasto sonoro raffinato, dell’emozione che si diffonde come una luce tra la nebbia. E con Spindrift la nuova via si arricchisce e si articola in rivoli e intuizioni di pregio assoluto. Non solo perché Lackner allarga ancora la formazione, portandola a 5 elementi, ma soprattutto perché la melodia sviluppa sensazioni quasi ipnotiche e la linea sonora diventa ancora più chiara, distillata come acqua di fonte, elegiaca e dal lirismo immediato.

«Cerco conforto nella musica e il processo di composizione è una forma di meditazione per me», annota il pianista, che scrive nove dei dieci brani. «Potrebbero esserci correnti sotterranee più cupe in questo album, colorate da una tristezza di fondo, forse persino paura. Ma ci sento anche speranza.» Un jazz modernissimo ed essenziale, emozionalmente vicino a quello di Brad Mehldau, in cui gli schemi compositivi – rinuncia agli sfarzi solistici e all’individualismo spettacolare – contano, in cui il sentimento del singolo attimo non è mai esasperato e la linea espositiva non è mai sul punto di spezzarsi. I due fiati – il norvegese Mathias Eick alla tromba e l’americano Mark Turner al sassofono – sanno intessere unisono, contrappunti e armonizzazioni di rara eleganza. I due ritmi – l’australiana Linda May Han Oh al contrabbasso e il batterista francese Matthieu Chazarenc, autore della squisita Chambary e con il leader fin dai tempi del trio – colorano con un approccio riflessivo e cavate profonde.

Matteo Bortone – foto di Daniel Galan

Matteo Bortone No Land’s

A Tree In The Mist (Onze Heures Onze)

Voto: 7/8

 Anche se il titolare è italiano, questo è a tutti gli effetti un disco francese. Sia per l’etichetta che lo pubblica, sia per la formazione per quattro quinti transalpina, sia per l’approccio al jazz, che ha un taglio particolarmente “europeo” come avviene da diverse stagioni in terra di Francia. Cosa intendiamo per jazz europeo alla francese? Un jazz essenzialmente nervoso, il cui fluire è punteggiato da screzi elettrici, tagli alla Lucio Fontana, incroci, pennellate astratte. Belle melodie ma sempre interrotte, sempre spezzettate e poi riprese, con assolo pungenti e relativamente brevi, che hanno i sapori del free su un tessuto che possiede i colori dell’attualità discorsiva post scandinavian style.

Matteo Bortone, dieci anni fa “miglior nuovo talento” secondo il sondaggio annuale della rivista Musica Jazz, è un bassista e compositore cresciuto artisticamente a Parigi, i cui quattro precedenti album come leader – No Land’s (2020), ClarOscuro (2018), Time Images (2015) e Travelers (2013) – ne hanno già messo in mostra molti lati apprezzabili. Qui consolida il gruppo nato con il precedente lavoro, sostituendo il chitarrista Francesco Diodati con il meno duttile ma altrettanto fantasioso Benjamin Garson, lasciando il sassofono al solo Julien Pontvianne (con Matteo anche nell’ottimo sestetto Abhra) e confermando il batterista Ariel Tessier e il tastierista Yannick Lestra, al piano elettrico e al sintetizzatore.

Il contrabbassista dei gruppi di Roberto Gatto, Maurizio Giammarco e Alessandro Lanzoni, qui allo strumento elettrico, scrive nove brani che mettono in campo un incontro/scontro tra strutture dilatate ed episodi immediati e utilizzano gli strumenti elettrici per allargare la gamma sonora che non disdegna sonorità rock, capricci psichedelici, occhiate sperimentali. La loro bellezza sta nel non dare mai riferimenti, nell’essere delle mappe in continua evoluzione che disegnano come meta l’isola che non c’è, nelle irresistibili spezie, un po’ free, un po’ elettro-davisiane, che le guarniscono, nella mutazione reiterata di quelle stesse illusioni impossibili che creano di volta in volta.

Nicole Johänntgen – foto di Daniel Bernet

Nicole Johänntgen

Labyrinth II (Selmabird)

Voto: 7

 La prima musicista donna in assoluto a esibirsi al famoso Gunung Jazz Festival in Indonesia, il più popoloso Paese musulmano, continua il suo percorso “labirintico”. Infatti questo lavoro è il seguito del precedente Labyrinth, che aveva proposto nel 2023 con la medesima formazione in trio ispirata a quella di Arthur Blythe di fine anni 70 e con la stessa scelta di registrare il materiale dal vivo. Oltre al suo sassofono (soprattutto alto, ma talvolta anche soprano), ascoltiamo le voci strumentali del tubista americano Jon Hansen e del batterista/percussionista David Stauffacher.

Ottavo cd da leader di Nicole Johänntgen, Labyrinth II propone 11 brani composti dalla sassofonista, con l’aggiunta di due brevi passaggi solistici firmati a turno dai pard. Il percorso segue ovviamente le orme del precedente disco, con la ritmica e la timbrica pesantemente influenzate dalla presenza vitale della tuba, con un vagare tra le sonorità rudi del blues, quelle di certe lande Motown anni 70 e quelle asettiche di certa avanguardia. Se la suggestione dell’idea è tutta basata su un gioco di contrasti, a tinte forti, senza troppe sfumature, con qualche passaggio quasi da ricreazione infantile (Johänntgen vanta un’importante attività didattica, specie con i bambini), con punte  humor e vari momenti di improvvisazione individuale, l’impressione è che stavolta – pur restando coinvolgente e d’impatto – l’album si perda nelle sue stesse trame, arrivi a trattare una matassa sonora che, come impegnata a romanzare una storia vera, non trova più i propri bandoli e le proprie emozioni, sviluppi dialoghi immediati ma dalla valenza architettonica dubbia.

Rimane un ascolto dall’appeal di volta in volta fresco e corposo, divertente e malinconico, fanciullesco e impostato, eppure tutta la rodata volubilità del trio, che ci porta dal jazz degli albori all’avanguardia con una naturalezza spontanea e un groove consistente, non riesce a far sì che la “realtà narrata” superi, come si vorrebbe sempre, la fantasia. Insomma il rischio è che in questo secondo labirinto ci si perda.

Yuval Cohen

Yuval Cohen Quartet

Winter Poems (ECM/Ducale)

Voto: 8

Il sassofonista Yuval Cohen giunge alla sua quarta uscita solistica, che si somma alle tre dei 3 Cohens, che lo vedono contitolare con i fratelli minori Avishai, celebrato e famoso trombettista, e la meno nota Anat, anch’essa sassofonista. Benché il quartetto con cui si esibisce si sia formato nell’estate 2023, immediatamente prima della registrazione di questo cd, i suoi membri – il pianista Tom Oren, il bassista Alon Near e Alon Benjamini alla batteria – oltre che eccellenti strumentisti, hanno già suonato molto spesso con Yuval, sia durante la sua carriera in Israele, dove è nato, sia in quella americana, dove spesso si reca.

«La musica classica è parte di me tanto quanto il jazz», è solito affermare Yuval, che è di formazione classica ed è docente in conservatorio. «È quella formazione formale precoce che ti dà un tono molto pulito, ti costringe a sviluppare un’esecuzione rigorosamente intonata. Ci sono molte altre qualità nella tradizione classica che sono utili nel jazz e in altri contesti e generi, perché è tutto in qualche modo collegato alla sua letteratura musicale.» E lo si capisce perfettamente ascoltando questo Winter Poems, che riesce a convogliare in un jazz da camera elegante e colto, numerose influenze, in primis proprio quella cameristica classica, poi quella del folk meno festaiolo e danzereccio, quella della musica religiosa, quella delle colonne sonore (la nostalgica For Charlie, in cui Cohen suona anche la melodica, è dedicata a Charlie Chaplin, che è stato anche compositore).

Le otto composizioni, tutte a firma del leader, sono dei racconti per la gran parte poetici e contemplativi, ma talvolta capaci di evolversi verso lidi dinamici ed energici. Nel clima melodico calmo e riflessivo, il piano di Oren suggerisce aperture e sogni, mentre il lirico soprano del leader disegna malinconie e delicatezze. Le timbriche fatate e il vibrato perfettamente controllato di Cohen sono il riferimento per un album che produce il benessere di un caminetto acceso nel bel mezzo di una bufera di neve che si abbatte tra le betulle delle foreste attorno ai tre laghi Tiilijärvi.

Fontamar Consort – foto di Edyta Laszkiewicz

Fontamar Consort

Ramour (Tŭk Music)

Voto: 8/9

 Vivono in Italia da 17 anni i francesi Jean Fontamar e Laurianne Langevin, rispettivamente scrittore, pianista e grafico e cantante, ballerina e attrice. Li abbiamo scoperti insieme nel 2020 con il bell’album Paris-Piaf (il musicista si presentava ancora con il suo nome anagrafico Cyrille Doublet), che riproponeva il repertorio dell’usignolo di Francia e che era la presentazione di uno spettacolo teatrale di successo. Oggi si rimettono insieme come vero e proprio open ensemble, cooptando innanzitutto i jazzisti Vito de Lorenzi (batteria e percussioni) e Marco Bardoscia (contrabbasso).

L’importanza di questo progetto di debutto è la volontà di espandere i confini della chanson française all’indietro fino alle fantasie scritte per i consort inglesi dell’epoca elisabettiana e in avanti fino alle più insinuanti declamazioni del jazz contemporaneo. Questo senza scordare di attraversare altri territori sonori, dalla canzone d’autore alla Leonard Cohen ai lieder schubertiani, dalla spoken word poetry al jazz dinamico e lunare di certo Miles Davis, dall’emotività mediterranea e world più interiore al lirismo contenuto del minimalismo. Queste nove canzoni d’amore firmate da Fontamar sanno combinare le emozioni e gli impulsi, mettono a nudo i sentimenti di chi ascolta con un trasporto inatteso, con la certezza che felicità e infelicità sono qualcosa di più di una fatalità che ci attende, con codici espressivi che trasudano armonia ed eleganza, partecipazione e zelo. Tutto il lavoro trasuda pathos, dettato da una poesia ora languida di malinconia ora sentimentale e velata ora appassionata nella tristezza ora pregna di silenziosa incomunicabilità.

Inciso per l’etichetta Tŭk di Paolo Fresu, che fa sentire la sua adesione partecipando in maniera propulsiva e lirica a due brani, Ramour vede la partecipazione di altri due ospiti dalla voce strumentale altrettanto presente ed emozionale: il sassofonista Roberto Gagliardi e il chitarrista e manipolatore di elettroniche Valerio Daniele, entrambi impegnati in tre tracce. Questi ultimi non di rado dal vivo ampliano il Consort fino a farne un sestetto.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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