È trascorso poco più di un anno dalla scomparsa di Enzo Moscato, attore, regista, cantautore e drammaturgo tra i più grandi del teatro partenopeo post Eduardo De Filippo. Numerosissimi i suoi testi, carichi di una poesia arcaica eppure attualissima, spesso ambientati nei suoi amati Quartieri Spagnoli, di cui ha raccontato i disagi sociali con storie articolate e complesse, sempre piene di vita. Ne ricordiamo alcuni, che sarebbe opportuno e interessante rivedere anche in nuovi allestimenti: Scannasurice, Signurì signurì, Luparella, Pièce noire, Rasoi, Ragazze sole con qualche esperienza, Le doglianze degli attori a maschera, Toledo Suite.
La musica ha sempre avuto un posto significativo nel suo fare teatro, come non poteva essere altrimenti per chi esprimeva l’anima profonda della gente napoletana più autentica. Inoltre Moscato possedeva una voce ammaliante, melodica e dai sapori antichi, flessuosa e adattabile ai più vari climi emotivi, che sapeva incantare rimandando a una Napoli ancestrale di cui oggi si sente la mancanza. Già negli anni 80 iniziò a inserire canzoni nelle sue pièce e progressivamente il canto scenico è diventato determinante, portandolo a interpretare il folk più popolare e i brani colti mitteleuropei, le classiche song napoletane e le sue nuove composizioni come fine paroliere.
Dopo Embargos, premio Ubu 1994, e Cantà, il drammaturgo – con il contributo musicale del fido Pasquale Scialò – nel 2003 mise in scena Hotel de l’Univers, spettacolo dedicato alla musica da film, che inaugurava il Teatro Stabile di Napoli. «È un omaggio al cinema che non si vede ma si immagina», scrive nelle note Scialò, «sentendolo, ausiliandolo, cioè tendendo l’orecchio per auscultare concentrati, magari in modo intimo e profondo, canzoni legate, in particolate alle pellicole degli anni Cinquanta e Sessanta.» Lo spettacolo venne ripreso in un album – ne ha incisi sei – che oggi viene riproposto da squi[libri] con l’aggiunta di due brani del maestro interpretati da Enzo Gragnaniello con la sua voce soffiata e interiore.
Le 15 track di Hotel de l’Univers presentano quattro riprese di canzoni originali di pellicole come Buena Vista Social Club – la famosa Dos Gardenias, il bolero cubano composto nel 1945 da Isolina Carillo e portato a fama mondiale da Ibrahim Ferrer nell’interpretazione immortalata dal film – e ‘O Re, commedia con Ornella Muti e Giancarlo Giannini e le musiche di Nicola Piovani – Steva Nu Re accompagnava i titoli di testa ed era interpretata da Angela Pagano, che ci ha lasciato l’estate scorsa. (Questo brano è in medley con la canzone degli anni Venti del secolo scorso Maistà, firmata dal grande Libero Bovio e cavallo di battaglia di Sergio Bruni, che ironizza sul servizio militare e sugli affetti da cui ti allontanava, la fidanzata, la mamma…) E ancora de L’eclisse di Michelangelo Antonioni, con Eclisse Twist, cofirmata dal regista e dal compositore Giovanni Fusco e lanciata da una giovanissima Mina, e del chapliniano Tempi moderni, con lo standard universale Smile, che il testo di Moscato converte nel suo contrario Nun surridere.
Quest’ultimo brano è fuso con l’omaggio a Giulietta Masina Cabiria Nights, che combina la musica di Nino Rota e le parole di Chaplin riportate in partenopeo per ricordare la magia del felliniano Le notti di Cabiria. Altri quattro sono ossequi diretti a personaggi cinematografici, di cui tre scritti appositamente per lo show da Moscato e Scialò, con destinatari Marilyn Monroe, René Clément e Tennesse Williams. L’altro, dedicato ad Anna Magnani, è Come è bello fà l’amore quanno è sera, il brano del 1935 di cui l’attrice offrì una famosa interpretazione.
Le altre sei canzoni sono dedicate da Moscato e Scialò al cinema, visto come cura per il “tempo orfano” e per la “vita fetente”, come universo che “può fa murì, campà, sunnà”, essere mensa per i bambini proletari di Montesanto e creare immaginari ogni volta nuovi, come quelli pasoliniani de Il fiore delle Mille e una notte. Chiude l’album (prima delle bonus track proposte da Gragnaniello) il lirico e jazzato strumentale ’A Musica ‘E Toledo, perfetto gioiellino in veste di soundtrack minima quanto ricca di timbri e atmosfere.
Ascoltare l’album è correre tra parola e ritmo, tra immagini e introspezione, tra dubbi autentici e riflessioni metafisiche. Moscato canta con una sicurezza inquieta, che si inebria delle parole e le restituisce cariche di senso e di sensualità e che sa adattarsi, eclettica e composita, al genere musicale che le veicola. E che, nella sua volubilità mai incasellata, difficilmente prevedibile, lirica e immediata, è affidato a un corposo Hotel de l’Univers ensemble, con fiati, archi acustici (compreso il violino di Antonio Colica), chitarra e basso elettrici, batteria e fisarmonica, pianoforte e tastiere di Ciro Cascino.
Il suo intendere il cinema è uno slalom tra l’incanto e il viscerale, tra l’immedesimazione fanciullesca e l’analitico significante, tra la continua reinterpretazione e la cedevolezza abbacinata. E tutto scorre con disinvoltura tra i diversi generi sonori, passando senza fasulle soluzioni di continuità, ma sempre con la forza essenziale della rappresentazione e dell’evocazione, dalla bossa nova al jazz, dalla soundtrack song vera e propria alla canzone d’autore, dal pop intenso fino a sfiorare il neomelodico. Il viaggio di Moscato attraversa ricordi intensi e anticaglie preziose grazie anche al suo personalissimo uso del dialetto, che possiede una forza espressionista intensa che gli permette di inseguire e raggiungere modelli alti pur percorrendo gli infimi vicoli tortuosi dei Quartieri Spagnoli, dove si trovava l’autentico Hotel de l’Univers, detto anche Albergo dell’Allegria.








































Gentile Carabini,
davvero complimenti per la chiarezza e la profondità della sua recensione che meriterebbe, a sua volta, una ulteriore recensione.
Grazie davvero
Pasquale Scialò