Pasolini è morto. Viva Pasolini.

A cinquanta anni dal suo tragico e pianificato assassinio, rimane l’ultimo vero intellettuale italiano, nonché uno dei più potenti dell’intero scenario internazionale. 

Ma chi è l’intellettuale

Intellettuale è chi sia in grado non solamente di comprendere il proprio tempo, ma sia dotato soprattutto del coraggio di restituirlo e testimoniarlo in modo autentico, senza interessi né compromessi di sorta. Pasolini è dunque non solo l’unico che abbia avuto il coraggio dell’interezza, dell’integralità più radicale, ma anche colui che tutti gli altri attori dell’intellighenzia del suo tempo e di quello successivo, in un modo o nell’altro hanno condannato al massacro. Il modo stesso in cui il suo corpo viene ridotto durante quella mostruosa notte del 1975, sa di smembramento, di calpestamento e di disintegrazione. Una pratica volta a non lasciare più alcuna traccia della scomoda voce della cattiva coscienza collettiva del Paese e del suo tempo tutto. 

Ma c’è tuttavia una domanda che oggi chiunque possieda ancora una coscienza dovrebbe rivolgere a se stesso, e la domanda è la seguente: se il mondo preconizzato da Pier Paolo Pasolini non si sia oramai insediato in tutti gli ambiti del nostro presente. 

Tutti sanno che il poeta morì massacrato la notte del 2 novembre del 1975. Ben pochi sono però disposti ad accettare che tale morte, i cui dettagli di cronaca e ben due sentenze di sommaria giustizia gettarono malamente nell’alveo di uno squallido delitto a sfondo omosessuale, la si deve invece ad un fine disegno di natura politica, intesa come oggi più che mai la intendiamo, cioè la pratica di gestire a proprio piacimento informazione e potere. 

Ma non è la morte fisica di un uomo a decretarne la morte reale. Pasolini è scomparso piuttosto come sarebbe scomparso il dio di Nietzsche: morto per disaffezione dell’umano, per eccesso di cecità dell’uomo. Una morte assai più totale di quella fisica. 

Pasolini è morto proprio in virtù di ciò che aveva veduto nelle società (non commettendo dunque l’errore “progressista” di vedere il mondo come una “cosa unica”), e cioè un decadimento inesorabile dovuto al passaggio troppo rapido e persino fraudolento da una società contadina ad una immersa furiosamente in un’orgia mastodontica di eccessi consumistici. Il “popolo”, – per usare il termine elementare con cui era solito chiamare la moltitudine della gente comune e indifesa – uscito dai totalitarismi, condizionanti e repressivi, era stato infilato in un nuovo fascismo, assai più brutale e subdolo, radicale e sistemico proprio perché non percepito come tale: quel nuovo fascismo strisciante è il consumismo. 

Consumistica è la nuova egemonia di un potere divenuto sempre più astuto e psicologico, un potere totalizzante ed insensibile a qualunque forma di umanità, ed in grado soprattutto di produrre affezione profonda verso il consumo in ogni singolo individuo, tale da impedirgli di riconoscere persino (o definitivamente) l’esistenza di una tale dittatura insinuatasi nel suo stesso io. 

Si spiega in questo modo la radicale visione pasoliniana di una società deviata fintamente a sinistra, in cui persino le presunte lotte di classe divengono cieca ubbidienza ad un controllo superiore, un controllo subdolo, diabolico al punto da far percepire come “proprie” lotte in realtà sapientemente indotte come aspirazione ad una presunta e generale emancipazione

Da lì il suo attacco alle varie forme di fittizia emancipazione: l’emancipazione sociale e sessuale della donna, quella de “l’utero è mio”; l’emancipazione dell’aborto, venuto, al di sopra di qualunque dettato religioso, a contraddire la sacralità della vita; quella del divorzio, convenzione volta a spezzare ipocritamente la già finta forza di un’unione – il matrimonio – che scelta non è, bensì induzione all’unione, adeguamento, contratto sociale; quella della “rivoluzione studentesca,” anch’essa indotta e pilotata, enfatizzata a livello mediatico nelle manifestazioni di piazza in cui si contrappongono figli di proletari con figli di proletari, laddove i presunti giovani rivoluzionari (indotti a credersi tali) sono assai meno rivoluzionari dei presunti “reazionari” individuati, per comoda convenzione, nei poliziotti.

E così, proprio in virtù della sua potente funzione profetica, Pasolini oggi è davvero morto. Morto nel dilagare di un pensiero dominante poiché privato ad arte di ogni possibile confronto contradittorio; morto nel pattume del  “politicamente corretto” usato come manganello contro ogni (un tempo legittima) obiezione; morto nella dilagante sottocultura di massa imposta sin dai banchi della scuola primaria per estendersi fino alla confezionata figura del laureato, novello ignorante, obbediente, mediocre sostenitore del più retorico bene collettivo (per il quale non saprebbe cedere un grammo dei propri interessi personali), ma sbandierato come emblema di emancipazione e di filantropia e, ciò che più conta, divenuto un nuovo sapientino fessamente convinto di ogni singola stupidaggine gli venga propinata come verità “scientifica”. 

Con la teoria dell’evoluzione in tasca come lasciapassare, l’aperitivo in una mano e la “intelligenza artificiale” nell’altra, un nuovo oltre-uomo rovesciato, tornato bestiale nel sentimento fesso della vita stessa, al punto da poter essere abbindolato da ogni fluttuazione del mercato e della biopolitica con la medesima facilità con la quale – in nome della modernità e della cultura – si potevano vendere inutili aspirapolvere o voluminose enciclopedie alla massaia di sessant’anni fa, questo scimmione tecnologizzato popola il pianeta in allegra attesa della propria estinzione. 

Mentre i “compagni” invecchiano come guerrieri pellirosse nelle nuove riserve casalinghe, drogati dai “social network” e da irresistibili serie televisive, ligi ad ogni opportuno aggiornamento del proprio dispositivo telefonico trasformatosi intanto in arma di lobotomizzazione di massa, il mondo torna a somigliare ad una lotteria bellica, in cui tutti offendono tutti, con un bullismo ai vertici dei governi che avrebbe fatto impallidire i più esaltati potenti all’epoca della guerra fredda e persino le menti più deviate che mai abbiano calcato le scene della storia. 

Perché, mentre nel linguaggio comune i termini “bolgia”, “virale”, “aggressivo”, “eliminazione”, “cancellazione” sono colti in una nuova accezione positiva e le scorciatoie della A.I. si applicano con allegra incoscienza oramai a tutti gli ambiti lavorativi, e mentre gli adolescenti sognano di scalare i vertici di qualunque classifica o affollano la rete nei panni di  improvvisati imbonitori di folle esperti di ogni cosa, l’unica forma diffusa di politica sembra proprio essere divenuta quella dello spettacolo, ad ogni costo e in ogni ambito. L’intrattenimento quale religione posta al di sopra e contro ogni forma di pensiero. 

La prima donna del parlamento italiano, in gergo corrente la “premier”, gioca con il proprio cognome facendosi immortalare su un celebre canale “sociale” con due meloni posizionati a livello del petto; un ex-attore di scenette di dubbio gusto recita la parte del capo di stato offeso ed elemosina armi, aggressioni e invoca bombe atomiche ai danni del cattivo vicino di casa, mandando nel frattempo a morire migliaia di propri connazionali reclutati a forza tra i civili; uno psicopatico di livello internazionale, in nome di un presunto mandato biblico, compie un genocidio sistematico ed impunito sotto gli occhi di tutti; i vertici europei, dopo aver barato ad ogni tavolo di trattativa, invocano il ritorno agli armamenti come fosse il ricorso ad una collezione di moda stagionale; un parruccone in andropausa, subentrato al demente guerrafondaio che gli contendeva la massima poltrona del pianeta, spara idiozie verso tutto e tutti, e come se ciò non bastasse a colmare ogni misura, ancora i nostri infaticabili vertici europei si prodigano in affermazioni antistoriche, lasciando intendere che noi pure dovremmo forse muovere guerra al dittatore di turno. 

Persino nel più cretino film di fantapolitica tutto questo sembrerebbe troppo, eppure è il nostro presente. 

Quelli che hanno creduto nella crescita del bene di pari passo con l’aumentare dei livelli di cultura media, coloro che cantavano le lodi della scolarizzazione come strumento di miglioria del mondo, sognando l’emancipazione tecnologica delle popolazioni più “arretrate” solo perché sfornite di web, vaneggiando di quanto un’umanità unita, facilissimamente congiunta da mezzi sempre più rapidi ed economici, democratici, sarebbe stata superiore, e farneticando circa un mondo concepito come un’unica, sola, identica cosa, sorretto da una scienza medica sempre più infallibile, nel viaggio imbelle della tanto aspirata eternità in perfetta salute – si dovrebbero ricredere come all’indomani di una delusione cocente, una sconfitta profonda e senza eguali. 

Se solo sapessero ancora pensare autonomamente. 

Persino “Imagine” di John Lennon, ahimè, rischia di somigliare oramai ad un canto omologante, una specie di inno da oratorio asservito alla ferocia del livellamento ad ogni costo, un incubo in cui neppure essere maschio o femmina è più ammesso come dato innegabilmente naturale senza il rischio di pestare qualche neonata sottocategoria, pronta ad urlacchiare i propri sacrosanti diritti. 

È così, caro Pasolini, trasgressore d’antan, tu che sei irrimediabilmente morto, con le tue lotte controcorrente, i tuoi film scabrosi, le tue innumerevoli udienze in tribunale per oscenità e per turpiloquio dei tuoi personaggi, i tuoi azzardati, spericolati “io so” dichiarati pubblicamente, tu e le tue reali frequentazioni della povera gioventù marchettara romana, sei davvero passato. Persino l’elegiaca animalesca, vitalistica oscenità dell’amore omosessuale consumata sotto il sole di un campo di periferia, che faceva tremare le toghe di vetusti giudici in odore di ammuffita rettitudine, deve considerarsi oggi superata, andata, rispetto all’avvento della parossistica degenerazione del presente: una inclinazione tanto pronunciata e visibile da far sembrare le strade fisicamente oblique, piegate da una parte, in discesa verso una voragine immane, verso cui sembra di scivolare tutti lentamente, mentre si dà un’occhiatina ai nuovi messaggi su whatsapp. 

Avevi ragione proprio tu che avevi torto. Allora, Pasolini è morto, viva Pasolini.

 

gianCarlo Onorato
gianCarlo onoratoMusicista, scrittore e pittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), io sono l’angelo (1998), falene (2004), sangue bianco (2010, Premio Giacosa), ExLive (2014) con Cristiano Godano, quantum (2017), “quantum Edizione Extra” (2018), ha curato la co-direzione artistica del Tributo a Luigi Tenco come fiori in mare Vol. I (2001) e Vol. II, in “Sulle labbra di un altro” (2011), ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), “ex-semi di musica vivifica” (2013), La formazione dello scrittore” (2015). Ideatore del Seminario del Verbo Musicato, ha centinaia di concerti alle spalle e un disco, un tour e un nuovo romanzo nel prossimo futuro. giancarloonorato.it

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