Il nuovo album Skrifum del 69enne pianista/compositore/bandleader/percussionista norvegese ha bisogno di una spiegazione. La annota sul booklet lo stesso Jon Balke: «Questo programma solista è stato sviluppato come un veicolo per lo Spektrafon, un processore audio creato dal professore di tecnologia musicale Anders Tveit su mia richiesta. Supportati dai fondi per la ricerca della Norwegian Academy of Music di Oslo, abbiamo collaborato su un’idea che va considerata come la continuazione dei miei due precedenti album solisti, Warp (2016) e Discourses (2020): vale a dire scolpire e dare vita in modo sottile all’ambiente sonoro circostante di una performance di solo piano. In Skrifum questo avviene estraendo l’ambiente audio dal suono del piano stesso.»
Di fatto si tratta di una programmazione elettronica – testata a lungo, come dice ancora Balke, che ricorda anche come sia andata in crash proprio durante la sua presentazione alla Academy – che consiste in un laptop, un tablet e un’interfaccia audio, che controllano il flusso di frequenze emesse dal piano grazie a un computer e disegnano un riverbero in continua mutazione con cui lo stesso pianista dialoga suonando. «Il suono dello Spektrafon restituisce feedback in modi che richiedono spazio», continua. «Quindi colgo l’occasione per suonare principalmente in monofonia e concentrarmi su ogni singola nota e sul suo peso e posizione nel paesaggio sonoro.»
Il risultato segna – pur muovendosi nella stessa ottica futurista – il contrappasso ideale di quel suo capolavoro solista che fu Book Of Velocities del 2007, poiché segna il passaggio definitivo dall’elogio dell’energia con cui le dita agiscono sulla tastiera e anche sulle corde del pianoforte, strumento che in sé racchiude la dicotomia di essere melodico e al contempo una percussione, a quello della dilatazione e dello stream of consciousness, un “flusso di coscienza” senza soluzione di continuità, che esalta il coraggio e la libertà formale di un artista difficile da inquadrare e da catalogare.

Da quella musica spigolosa, ostica, che incuriosiva come le opere elaborate in piena era dada al Cabaret Voltaire a Zurigo, frammenti di rivoluzione e destrutturazione, di provocazione e proposta, Balke ritorna alla melodia, a strutture e temi definiti, a concatenazioni armoniche d’emozione, a suggestioni astratte che però sviluppano un discorso musicale compiuto.
Dotato di tecnica invidiabile e preparazione accademica, onnivoro, nel senso che nella sua carriera ha avuto modo di misurarsi sia con il patrimonio culturale nordico, partendo dalla natia Norvegia e abbracciando un po’ tutte le tradizioni scandinave, che con le istanze africane e world, grazie alla lunga frequentazione artistica e umana intessuta con il griot Miki ‘n Doye, Balke si dimostra musicista capace di mettersi sempre in discussione, di essere comunque alla ricerca ogni volta di una sfida nuova e di stimoli creativi, che possano esaltare la sua personalità trasversale.
«Mi interessa sempre misurarmi con me stesso, come pianista e improvvisatore. Voglio vedere come posso approfittare dell’improvvisazione come punto di partenza”, ci aveva detto in una lontana intervista. «La composizione istantanea è una sfida continua, obbliga a partire da microcellule compositive per esplorarle e approfondirle. Senza altri strumentisti, ma solo con la mia tastiera, con le corde dello strumento, con ciò che ho in mente, ma anche con il mio background, la mia cultura, le mie suggestioni. Voglio in ogni occasione provare a mettere in musica una sorta di narrazione suddivisa in capitoli.»

L’ha fatto in questi lunghi anni di carriera, iniziata nel gruppo del contrabbassista Arild Andersen all’inizio degli anni 70 e poi elaborata spesso da solista, spesso in formazioni cangianti come i Masqualero, gli Oslo 13, la Magnetic North Orchestra, il trio Jøkleba, i Siwan e i percussivi Batagraf. Sempre in bilico tra una voglia iconoclasta, decostruttiva, esagerando con gli elementi, gli effetti di risonanza, frammenti di scale e soprattutto accordi dissonanti e l’afflato di una sperimentazione basata sull’evoluzione della musica classica tramite il jazz, gli arpeggi, gli ambienti, lampi e illuminazioni, l’ampiezza dilatata di proiezioni e traiettorie future.
È quest’ultima la chiave con cui leggere le 14 tracce di Skrifum, che è un viaggio futurista nell’universo sonoro del pianoforte, quasi una ricostruzione dell’universo attraverso le note e il loro intrecciarsi e continuo richiamarsi, un esercizio di arte-azione e di forza vitale che si rivelano attraverso sensazioni e accordi di armoniche, un continuo confrontarsi e richiamarsi, riverberarsi ed energizzarsi tra inquietanti droni e sogni a occhi aperti, tra distese su albe inquiete e immense distese liquide, tra scintillanti piogge di armonici e melodie che si autoalimentano senza fine. Per un ascolto che scivola, scorre e parla per dire a ognuno qualcosa di diverso e personale.






































