I Negrita presentano “Canzoni per anni spietati”: la videointervista

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Negrita

È uscito lo scorso venerdì Canzoni per anni spietati, il nuovo album di inediti dei Negrita (qui la nostra recensione e tutto quello che c’è da sapere sul disco), e ce lo siamo fatti raccontare nella videointervista che trovate in fondo all’articolo.
Qui sotto, invece, il resoconto della presentazione alla stampa.

Canzoni per anni spietati si potrebbe definire un disco di resistenza poetica…

È un album che ha visto la luce in un periodo non positivo nè per noi nè per l’umanità in genere. Con la pandemia e tutte le altre cose che sono successe, sentivamo di non riuscire a fare più il nostro lavoro, cioè scrivere e trovare delle canzoni. Eravamo come immobilizzati.

Ad un certo punto, poi, si è sbloccato tutto.
Approfittando dello studio più approfondito di una fetta di musica folk americana siamo riusciti a rimettere in fila le cose: i pezzi sono nati uno dietro l’altro e anche i testi sgorgavano come se venissero scritti da un’altra entità, come se fossimo posseduti.
La musica, poi, è diventata una sorta di ospedale che accoglieva le parole che noi le proponevamo. Da tutto questo è scattato un insieme di fattori che ha fatto sì che venisse fuori un equilibrio perfetto.
A volte inserire l’italiano su certi ritmi e su certe melodie che arrivano prevalentemente dal mondo anglosassone è difficile, mentre stavolta è stato estremamente naturale, e credo che lo si senta.

Se vogliamo tirare un fil rouge dalla prima traccia all’ultima, questo è un concept album. Anche semplicemente se leggete i testi dal primo all’ultimo c’è una narrazione che non si interrompe, che ha un suo flusso e che ti porta in fondo sazio, e arrivi alla fine che hai capito quello che volevamo dire.

Abbiamo utilizzato anche una canzone di un grande come Francesco De Gregori, ovvero Viva l’Italia, perchè ci serviva in questo racconto una canzone che rappresentasse gli aspetti positivi e negativi di questa terra. Serviva lo schiaffo ma anche la carezza, e questo era il pezzo giusto per fare un po’ il sunto di tutto il disco.

Un album che racconta un momento politico e sociale sempre più complesso e frammentato

Viviamo in una società che è sempre più disumanizzata, per caso o per volontà. Siamo sempre più divisi gli uni dagli altri, in due o più fazioni costantemente contrapposte. Non sappiamo se l’antico motto di epoca romana “dividi et impera”, che citiamo anche in Nel blu, venga oggi applicato scientemente, ma è palese da oltre duemila anni che creare divisione nel popolo aiuta a controllarlo meglio.

Noi invece abbiamo una filosofia di vita diametralmente opposta: vogliamo unire le persone.
Quando saliamo sul palco uniamo un popolo, che a seconda della situazione può essere di mille o diecimila persone. Li mettiamo tutti assieme, a prescindere dalla loro fede politica o religiosa, e insieme a loro riusciamo a interagire creando una magia di andata e ritorno.
Questa è una prova di umanità che anche i nostri politici dovrebbero imparare meglio.
Se vogliamo cambiare la società la prima cosa da fare non è il riarmo, la pace in Ucraina, o quanto sono stronzi quelli del governo israeliano.
No, dobbiamo ritrovare gli altri. Se non ritroviamo gli altri abbiamo completamente fallito la nostra missione umana.

Un disco completamente suonato, senza nessun apporto elettronico

Canzoni per anni spietati è un album che più analogico non si può. Volevamo ritornare all’essenza dell’umano, a degli attrezzi basici, come i nostri strumenti musicali.
Crediamo che per esprimere certi concetti servano certi tipi di “attrezzi”. Se li avessimo espressi con il digitale e l’elettronica probabilmente saremmo stati meno ficcanti, meno credibili e meno affascinanti, sempre ammesso che lo siamo.

Le fondamenta di questo album si possono dire folk, ma a parte i due episodi di Song to Dylan e Viva l’Italia, in cui questo spirito folk l’abbiamo voluto consacrare, eseguendole totalmente in acustico, nelle altre canzoni i Negrita prendono le chitarre elettriche e mettono il loro sound in questo mondo.

Un album di sole nove canzoni, ed è la prima volta nella vostra carriera. È una scelta precisa?

Dopo un periodo di crisi come quello che abbiamo vissuto, ci siamo fissati come obiettivo la pubblicazione di un singolo o una serie di singoli, come va di moda adesso, e valutare la ricezione da parte del pubblico.
Poi quando ci siamo sbloccati i pezzi venivano fuori uno dopo l’altro, quindi da un singolo siamo passati ad immaginare un EP, e successivamente siamo arrivati a questo album.
Non c’è un decimo pezzo rimasto nel cassetto, questi sono tutti quelli che avevamo.
Ma non ci interessa, lo scopo era il messaggio che volevamo mandare, e volevamo esprimerlo in un modo semplice ma che potesse emozionare le persone che lo ascoltavano. Questo è sempre stato il nostro obiettivo.

E infatti in Ama o lascia stare dite che l’unica alternativa all’odio può essere solo l’amore…

Sono concetti sentiti e risentiti, ma mai perpetrati abbatanza.
È un brano un po’ diverso, partito da un mood folk come gli altri dell’album, ma che poi ha avuto una lavorazione diversa e un’idea di arrangiamento che ci ha portati un po’ via da quel genere.
Quando poi ci abbiamo messo le mani tutti e sei, intesi come banda Negrita, ci siamo resi conto che questa canzone non c’entrava più molto col folk ma con tutto il nostro bagaglio culturale e musicale che abbiamo nel cuore. Ha dei momenti funky, altri più rock, ma se ci fai caso comunque parte sempre con una chitarra acustica.

Per quello che riguarda il testo, c’era il rischio di cadere nella retorica più pura: “se ami siamo tutti più buoni” sapeva proprio di ecclesiastico.
Però tanti anni fa avevo visto scritta su un muro la frase “ama o lascia perdere”. Questa cosa mi aveva colpito molto e l’ho ritirata fuori per questa canzone.

Viviamo in un mondo in cui l’odio è dominante, soprattutto nei social. Un mezzo che, come dice la parola stessa, doveva unirci, rappresentarci, e invece oltre la metà dei commenti che vengono pubblicati sono negativi, e ci portano verso una sorta di autodistruzione e di periodo buio.

Con Ama o lascia stare intendiamo dire che di gente che odia ce n’è già a caterve, quindi se noi possiamo dare un consiglio è quello di amare, che è molto più costruttivo, educativo e gratificante di odiare, che invece porta verso la fine del nostro essere.

La vostra generazione non ha perso, ma forse a quanto dite, non ha fatto nulla di eccezionale…

Dov’è che abbiamo sbagliato è l’ultimo testo che è abbiamo scritto, quindi anche per questo motivo ha subìto l’influenza di tutti quelli che l’hanno preceduto.
Dovevamo chiudere l’album, e rileggendo gli altri testi ci siamo detti “se questo è il frutto della nostra generazione, allora abbiamo sbagliato”.

Ma perchè abbiamo sbagliato? Negli anni che abbiamo vissuto come generazione dominante, a livello anagrafico, dov’è che abbiamo fallito?
Perchè la nostra generazione, che ha ereditato un grande mondo dopo due guerre mondiali, non è stata capace di trarre una lezione nè di continuare sulla giusta strada che ci hanno indicato i nostri genitori?
Abbiamo dato il via ad una rivoluzione enorme, che è quella digitale, ma era la cosa migliore che potevamo fare? E l’abbiamo fatta nel migliore dei modi?
Quando vedi un contenuto e sotto vedi gente che vomita bile e cattiveria come se fosse facile come respirare, a me viene da pensare e sono preoccupato per il futuro di mia figlia. E qui subentra anche il concetto alla base di Dov’è che abbiamo sbagliato. Perchè non so dov’è che abbiamo sbagliato, ma che abbiamo sbagliato è sicuro.

Il testo della canzone è veramente basico, ci sono poche frasi, in cui parliamo a noi stessi di quello che ha fatto la nostra generazione. Pensandoci, però, ci viene solo da chiederci dov’è che abbiamo sbagliato, perchè è la cosa che emerge in maniera più lampante.

Avete scelto di fare una cover di Viva l’Italia di De Gregori. Com’è stata fatta questa scelta? C’era qualche altra canzone che poteva prestarsi o siete andati dritti su quella?

In realtà Viva l’Italia è stata la prima canzone che è stata proposta, ed è rimasta sempre sul tavolo, fin dall’inizio. Ci sembrava il perfetto anello di chiusura che riprendesse il senso generale di quello che volevamo dire nelle altre canzoni.
Ma da ancor prima di scrivere la prima parola della prima canzone di questo album, ci è sempre girata in testa come una delle possibili cover che prima o poi avremmo fatto, quindi questa è stata l’occasione perfetta per inserirla in un nostro disco.
È una canzone magica, che ti dice quanto siamo italiani nel male, ma anche nel bene. A volte lo usiamo come scusa, ma è anche la nostra salvezza.

Alla fine del disco una luce in fondo al tunnel sembra vedersi…

Non si può fermare è una canzone che vuole trattare argomenti pesanti, che ho voluto evitare di trattare durante il lockdown. Dopo mesi e mesi di carcere, perchè eravamo tutti chiusi in casa, a un certo punto è arrivata la primavera, e la natura era in tripudio. E così come ogni volta torna, meravigliandoci, la primavera, le cose cambiano e continuano a cambiare.

C’è un episodio che riguarda un parte del testo di questa canzone: eravamo in tour, subito dopo la riapertura, e in una città abbiamo trovato una sorta di “San Francesco” con la bicicletta. Non si può definire un vagabondo perchè era una persona ben messa.
Mi sono avvicinato a lui e stava scolpendo una croce di legno con un sasso, quindi ho capito subito che era una persona molto particolare. Abbiamo cominciato a parlare, e mi ha raccontato che girava il mondo in bicicletta, poi mi ha chiesto “tu che lavoro fai?”. Io gli ho risposto che noi, come gruppo siamo un po’ come lui: giriamo il mondo per osservarlo, viverlo e far tesoro di questa esistenza.
E lui ha risposto: “ah, siete dei musicisti. Allora adesso tocca a voi. Il mondo piange, e quando un bambino piange che cosa si fa? Lo si prende in braccio e gli si canta la ninna nanna”.
Questa cosa, detta da una persona incontrata per strada è stata davvero illuminante.

La videointervista

Ecco la nostra videointervista ai Negrita, che ci svelano qualche curiosità aggiuntiva sull’album e su alcune delle sue tracce, come Nel blu, Noi siamo gli altri e Buona fortuna. La trovate anche sul canale YouTube di Spettakolo.

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