Stammi accanto è il secondo album da solista del cantante e chitarrista, nonché autore di tutti i testi, della storica band alt-rock Marlene Kuntz. Cristiano Godano, dopo Mi ero perso il cuore del 2020, dal sapore vagamente country, propone con un piglio minimalista e appena venato di folk, otto brani che parlano d’amore e di difficoltà, di ansia quotidiana e di ricerca del sé, soprattutto di speranza. Un album contro l’angoscia, nato e costruito in solitudine, intimo e poetico, sfibrato e quasi impaurito, dalle sonorità ristrette ed essenziali, con le parole a completare suoni che da soli sarebbero quasi poveri.

Ma, gli abbiamo chiesto, sei sicuro che sia “utile” oggi un disco così e che al contrario non serva una voce forte e chiara, lucida e lungimirante, per darci la forza e le speranze di cui abbiamo bisogno? Diciamo un Suono dalla rabbia, per citare il titolo di un tuo libro…
« La mia parte, diciamo così “urlata”, la svolgo al meglio quando scrivo i miei articoli sui più vari argomenti, un po’ da artista “impegnato” senza lanciare messaggi, ma parlando dei temi che mi spaventano. Dal mio punto di vista, se non scoppiano guerre, il problema principale per l’umanità tra quello che sta accadendo continua a essere il cambiamento climatico. Stiamo andando incontro a catastrofi e a quant’altro è stato il tema dell’ultimo concept album Karma Clima dei Marlene Kuntz. In questo mio disco solitario desideravo dar voce alla poesia, alla bellezza. Servirebbe anche un urlo lo so, però ci sarebbe bisogno di un urlo generazionale, diffuso: la mia voce è piccina, anche se ha i bassi. Arrivo fin dove posso.»Cristiano Godano

Nella title track dici che oggi c’è una stanca vastità di illusioni e di ideali. Non ti pare invece che stiamo vivendo un periodo di morte degli ideali e di fine delle illusioni?
«Quella frase è rivolta unicamente a me. Parlo dei miei ideali e delle mie illusioni. Non sono un sociologo, però gli ideali mi restituiscono l’idea di un pensiero strutturato. Uno ha un ideale perché ha riflettuto nella vita ed è arrivato da qualche parte a costruirsi una sua dimensione idonea, ideale giustappunto. Credo che tutto si possa dire tranne che siamo in un contesto sociale votato alla riflessività, votato alla lettura, votato alla raccolta di informazioni che non siano l’immondizia dei social. In realtà purtroppo la maggior parte della gente crede di informarsi sui social e questo già di per sé la dice lunga.»

E in questo mondo che ci bombarda di immagini, di informazioni, di idee fasulle, di intelligenze artificiali, la verità è ancora dentro di noi, dove scavare scorticandoci e ferendoci a fondo, come canti in Dentro la ferita?
«Sì, dato che la verità oggettiva, quella sociale, di pubblico dominio, in questo momento non c’è. Internet ha sostanzialmente demolito il concetto di verità. A maggior ragione è meglio trovarla dentro sé stessi, se si è soprattutto persone riflessive, che leggono eccetera eccetera, come dicevo prima. Però alla fin fine la verità che possiamo trovare dentro di noi non è ovviamente quella che rimette a posto il contesto sociale. È una verità che ci riguarda da un punto di vista esistenziale, un po’ come quella del pezzo che abbiamo fatto come Marlene Kuntz a Sanremo ormai 13 anni fa, Canzone per un figlio, quando, parlando idealmente a un figlio, gli consigliavo di cercare dentro sé stesso le ragioni per la sua felicità. In qualche modo felicità e verità credo possano convergere. Quindi sì: cerchiamo dentro di noi.»

A proposito di Sanremo, come hai visto i cambiamenti degli ultimi anni?
«Di sicuro il tratto caratteristico di Amadeus fu l’attenzione totale allo streaming. Si ingaggiavano musicisti campioni di streaming, e già questo teneva fuori l’80% della comunità dei musicisti, magari anche quelli più conosciuti. Una sensazione diffusa di molti musicisti, che riguarda anche me, è che, vedendo la griglia dei partecipanti, la metà non si sa neanche da dove arriva. Questo non è detto con ironia, perché esistono dei modi di esprimersi connessi con la rete che sono prettamente giovanili.

Con ogni probabilità con Carlo Conti lo streaming non mi è sembrato la spada di Damocle che incombeva sulle sue scelte, però in ogni caso Sanremo è una bellissima vetrina che permette di testare lo status quo. E lo status quo è quello lì. Indubbiamente c’è una dimensione cantautorale che non da ieri sta lentamente riemergendo fuori. Due o tre passaggi, come quello di Brunori Sas, di Lucio Corsi, per certi versi anche quello di Willy Peyote, che non è certamente un cantautore ma propone testi sempre pieni come quelli dei cantautori, danno la sensazione che si possa parlare di questo ritorno su larga scala.»

Alcuni testi appaiono un po’ enigmatici, quasi un ritorno a certo ermetismo dei cantautori di alcune decadi fa…
«Mai desiderato essere ermetico in vita mia. Credo che spesso la mia indecifrabilità sia connessa alla dinamica strutturale del linguaggio poetico, che non può dire tutto, ma può dire solamente alcune parole, che sono quelle scelte. Il linguaggio poetico, che per derivazione è quello utilizzato da me che sono un cantante che però scrive in versi, è assolutamente non esplicativo, ma evocativo. Raccoglie le evocazioni per come riesce a gestirle. Però difficilmente una canzone viene equivocata dall’inizio alla fine, c’è sempre qualche passaggio che è un po’ da intuire, da risolvere.»

L’impressione era che comporre colonne sonore fosse servito a voi Marlene Kuntz ad aprire il vostro ventaglio sonoro per enfatizzare le immagini, invece nel tuo disco sei tornato a un minimalismo essenziale, stringato. Come mai questa scelta quasi riduttiva?
«Perché sono io da solo a fare le mie cose e mi piace molto la potenza della mia intimità. Quando sono sul palco da solo, chitarra acustica e voce, a cantare anche per oltre un’ora e mezza, non vedo sbadigliare nessuno e questo per me è indicativo. Credo in questo e peraltro finora, dai tempi del mio disco solista uscito quasi cinque anni fa, non ho mai suonato i miei pezzi con una band. Quindi c’è ancora tanto tanto da fare, a cominciare proprio dal passaggio di ascoltare i miei pezzi dal vivo corredati da una band.

Poi con ogni probabilità ci sarà un passaggio nel terzo disco, che non sarà così minimale. La “minimalità” di questo cd ha avuto a che fare con le contingenze del momento in cui è nato, quando il covid stava andando verso l’epilogo, anche se l’umanità ancora non lo sapeva, lo sperava solamente. Un periodo complicato, una contingenza complessa, con ancora l’onda lunga del non uscire. Non c’era la libera uscita, la gente era ancora un po’ timorosa in casa.

In realtà ho chiamato Luca Rossi (il chitarrista degli Üstmamò, già produttore del suo precedente lavoro da solista, ndr.) perché avevo bisogno di fare qualcosa e questo è l’esito di quel qualcosa. Eravamo sufficienti in due, ma era anche difficile raccogliere altri musicisti, perché si cominciava a uscire, ma con difficoltà. A Luca ho detto “pensi che possiamo riuscire a fare questa cosa solo io e te?”, poi abbiamo chiamato i tre musicisti (il tastierista Vittorio Cosma e gli altri due Üstmamò Simone Filippi e Ezio Bonicelli, ndr.) per inserire le loro basi, ma abbiamo gestito tutto in due, senza tecnici, ingegneri del suono o altre persone. È anche giusto chiamarlo disco artigianale, in questo senso anche minimale.»

Il titolo invece come era nato?
«Dalla canzone che porta lo stesso titolo. Una faccenda fra me e lei. Non c’è una visione universale. Però c’è un altro pezzo, che si chiama Ti parlerò, che nel ritornello dice “ti parlerò, ti starò accanto”. Per fare l’album ho preso quello che avevo scritto e in otto testi c’era “starsi accanto”. Un’idea che mi piace, molto bella, contrapposta allo stare uno di fronte all’altro.»

Cristiano Godano
foto di Gabriella Vaghini

Che differenza c’è tra il Cristiano Godano dei Marlene Kuntz e quello solista?
«Il solista si esprime, come si può sentire nelle canzoni che ho fatto, con questa attitudine che per sintesi si può definire folk, che non potrei chiedere ai Marlene. Il Cristiano della band e il solista messi insieme raggiungono almeno l’80% delle mie possibilità espressive. Vedremo di tirare fuori prossimamente il restante 20%. Speriamo che riservi sorprese anche a me, dipende dalla vitalità, dall’energia, dalle motivazioni.»

Il tour del trentennale del vostro album di debutto Catartica cosa ti ha lasciato come valutazione del lavoro fatto, come confronto con la tua crescita, anche come semplice orgoglio personale?
«La soddisfazione di verificare quanto questo disco è stato importante nel corso di questi 30 anni passati. E anche le soddisfazione di scoprire come molti giovani siano sull’onda lunga della “mitologia” nata intorno a questo disco, che si sa che è importante. Vedere dei 18-20enni lì sotto a guardarci ammirati, perché eravamo matti veri sul palco, con quell’energia che avevamo già venti, trent’anni fa, è stato molto appagante.

E poi mi ha lasciato la sensazione proprio che il vigore e l’energia ci sono ancora. E che siamo cresciuti da allora. Molte delle mie acquisizioni attuali, molte delle affermazioni che sto dicendo nelle interviste durante le quali si sfora in continuazione su contesti sociali, sono dichiarazioni che il me venticinquenne non avrebbe quanto meno saputo soppesare né valutare.»

Stai per fare un tour con un’ottima band, i Guano Padano del chitarrista Alessandro “Asso” Stefana, già con Vinicio Capossela e PJ Harvey, e dei ritmi jazz Danilo Gallo e Zeno De Rossi. Sarai l’8 aprile al Monk di Roma, il 12 al The Factory di Verona, il 13 al Locomotiv di Bologna, il 16 alla Santeria Toscana 31 di Milano e il 17 all’Hiroshima Mon Amour di Torino. Cosa ti aspetti?
«La soddisfazione veramente esclusiva e appagante di star raggiungendo un’idea di suono che ho in testa da tempo. Che è complementare a quella dei Marlene Kuntz e che si avvicina ai mondi sonori delle grandi figure del cantautorato. La classe, la compostezza, la capacità di gestire il range emotivo che si trasmette all’ascoltatore e che non passa necessariamente per le bordate.

Tu puoi impressionare la gente quando urli, ma si può e si deve impressionare la gente anche con un tocco delicatissimo, se c’è tutto un portato emotivo forte, serio, come credo ci sia in questo disco. I Guano Padano mi stanno dando la sensazione che si arriverà lì ed è l’inizio di un percorso, di una crescita. Mi interessa molto l’efficacia della classe che puoi trasmettere da un palco. Per fare un esempio: quando vai a vedere Paolo Conte dal vivo la classe ti incanta. Allora, senza tentare nessun paragone, quel modello lì, ideale, mi interessa raggiungere.»

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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