Quando la musica affronta il reale? La risposta è immediata e facile: “sempre”. La musica è sempre lo specchio della realtà di cui è espressione e delle condizioni sociali che la generano, filtrata, analizzata, approfondita, immaginata, arricchita, soprattutto vissuta dagli artisti che la esprimono. Vi proponiamo tre esempi recenti di visione del reale proposte da altrettante coppie di musicisti rodatissimi e di alta classe: quella giocosa, immaginifica e quasi escapista di Achille Succi e Danilo Blaiotta; quella opposta, realistica e sofferta di Vijay Iyer e Wadada Leo Smith e quella non meno autentica, anche se sognante e fantasiosa di Daniele Di Bonaventura e Arild Andersen.

Achille Succi – Danilo Blaiotta
Fragments De La Cacopédie (Filibusta)
Voto: 7/8
Nel 1992 ne Il secondo diario minimo Umberto Eco inventava scherzosamente la cacopedia (dal greco kakós, “brutto e cattivo”, e paideía, “istruzione”) e la definiva come la «summa negativa del sapere, ovvero, come una summa del sapere negativo». È una “disciplina” immaginaria utilizzata dal semiologo e filosofo di Alessandria per giocare con le parole, mettendole in antitesi tra loro in forma di ossimoro (ovvero di mix di due concetti contrari), elaborando idee in opposizione con sé stesse e con tutte le altre, distruggendo voci e pensieri del sapere consolidato. Il riprenderne in musica l’idea per creare dei Fragments De La Cacopédie non poteva che essere fatto in duo, in una continua contrapposizione tra suoni e in una formulazione contrappuntistica, con una ricerca del paradossale e dell’invenzione, dell’inutile e dell’atonale, con un gestire il poliritmo di fondo con il coraggio dettato dall’incoscienza e dalla suggestione.
Achille Succi e Danilo Blaiotta, insieme a lungo nel quintetto Balkanica e titolari dell’albo Crabs del 2015, oltre che affermati strumentisti, compositori e didatti, dedicano il loro secondo cd insieme a inventare un percorso “cacopedico”, che prende spunto dallo stravagante compositore (e collezionista di ombrelli) Erik Satie, di cui quest’anno ricorre il centenario dalla morte. Aperto da “En Sortie”, che in francese significa “in uscita”, l’album è poi scandito da tre Cacopédie, a loro volta divise in tre parti, che rimandano alle composizioni, spessissimo in tre cicli, vista la sua ossessione per quel numero, del bizzarro musicista vissuto a cavallo tra Otto e Novecento, in particolare alle sue celebri Gymnopédies.
La musica di Succi (un ossimoro voluto anche i suoi strumenti, il clarinetto basso e il sax alto) e del pianista Blaiotta si sviluppa come un continuum fatto di infinite tessere microscopiche, una tappezzeria di ripetute invenzioni surrealiste, un inseguirsi di contrasti – ben evidenziati dagli stessi titoli delle tracce – e un confrontarsi con la realtà del suono contemporaneo più aleatorio e il jazz moderno più sofisticato. In un incrocio che vuole ironizzare sul suono “dotto”, con la volontà newdadaista di non proporre nulla che non sia rottura nei confronti del già detto, che non sia esprimere il senso del nulla e del vuoto che l’uomo di oggi sembra voler vivere.

Vijay Iyer – Wadada Leo Smith
Defiant Life (ECM/Ducale)
Voto: 8
Quasi in contrappasso con l’ansia nichilista e il gioco decostruttivo del duo Succi/Blaiotta, ecco l’esaltazione della «fede nelle possibilità umane» alla base del suonare degli americani Vijay Iyer e Wadada Leo Smith, pianista che si cimenta pure allo strumento elettrico e alle elettroniche il primo, trombettista il secondo. Anche loro al secondo album in duo – il precedente era A Cosmic Rhythm With Each Stroke del 2016 – si impegnano a “rappresentare” il reale, l’oggi, con le sue difficoltà e le sue contraddizioni, con un gusto particolare per ritrarne i protagonisti (come il leader congolese Patrice Lumumba, assassinato nel 1961, in Floating River Requiem o come lo scrittore e poeta palestinese Refaat Alareer, ucciso a Gaza nel 2023, in Kite) e per accettarne l’impatto traumatico.
«Il nostro tempo insieme, dal momento in cui ci incontriamo fino a quello in cui suoniamo», afferma nelle note Iyer, «è spesso dedicato a parlare dello stato del mondo, a studiare storie di liberazione e a condividere letture e riferimenti storici, come mezzo per radicarci intenzionalmente nel nostro presente.» Il narrarlo in musica è un compito impegnativo che i due veterani di mille avventure affrontano sviluppando un sottile incastro di suoni afferenti il jazz più attuale, dalle suggestioni free alle dilatazioni scandinave, dal canto insinuante davisiano alle manie dialogiche di Brad Mehldau, dal portato attualizzato del blues a quello ormai decantato del bebop, sviluppati con il determinismo apoplettico della tastiera e il lirismo lamentoso della tromba.
Musicisti di enorme talento, sviluppato in decine e decine di registrazioni, tra cui non pochi capolavori (a partire da quel Divine Love del 1979 di Smith, che Iyer definisce «una delle più grandi opere registrate di tutti i tempi»), i due sviluppano un lavoro in continua evoluzione, come se fra loro avessero solo concordato le grandi linee e il presente “doloroso” apparisse in continuazione durante le sessioni a dettare il percorso definitivo. Ne nasce un senso di meraviglia che accompagna l’ascoltatore, che lo pungola tra i dubbi e le illusioni di Elegy: The Pilgrimage oppure lo opprime nel lucore sinistro di Sumud oppure ancora lo prende per mano nell’avvilimento della magnifica conclusione di Procession: Defiant Life. Perché oggi è sempre più indispensabile vivere ogni giorno una “vita ribelle”.

Daniele Di Bonaventura – Arild Andersen
Roots (Tŭk Music)
Voto: 8
Il sogno lucido del bandoneonista marchigiano, le cui collaborazioni spaziano dalla classica alla contemporanea, dal jazz al tango e alla world music, con incursioni nel mondo del teatro, del cinema e della danza, e del contrabbassista norvegese, uno dei miti del suo strumento, si sviluppa nelle 10 tracce di un sentire multiforme che si muove come un bimbo in altalena tra le Roots del passato e le visioni del presente.
Abituato alle collaborazioni in duo – con il trombettista Paolo Fresu, vari pianisti, il violoncellista Federico Bracalente, il chitarrista Marcello Peghin, la cantante Connie Valentini, persino la poetessa Patrizia Valduga – Daniele Di Bonaventura si affianca da alcune stagioni al 79enne veterano del jazz scandinavo (a partire dallo storico quintetto di Jan Garbarek e senza aggiungere le partnership con giganti come Phil Woods, Dexter Gordon, Johnny Griffin, Sonny Rollins…), capace di far “parlare” il suo strumento come pochi altri. Questo è il loro debutto insieme su cd e suona come un incantato racconto di elfi nordici e di fate accigliate, immerso in una realtà che cerca sì di dimenticare le durezze del quotidiano, ma insieme deve fare i conti con un continuo enigmatico inseguirsi di dilatati minimalismi narrativi e di una profondità emotiva nei cui interstizi si inseriscono elementi esogeni e vissuti.
La coppia, che ama definirsi Arctic Duo in omaggio alle visioni invernali – non solo in senso “stagionale” – che preferisce dipingere, propone un discorso che sa essere concettuale senza mai perdersi nel vuoto intellettualismo sonoro, sa disegnare la colonna sonora di un film alla François Truffaut che vorremmo vedere, sa spingere sul versante emotivo e riflessivo sempre con un ampio respiro inventivo. I due, che dimenticano gli effetti elettronici di cui si servono spesso live, costruiscono le loro composizioni, anche quelle riprese da precedenti lavori (Dreamhorse e Lussi per Andersen, L’ultimo addio e Canto per Di Bonaventura), utilizzando sia gli amati toni impalpabili degli ambienti nordici, anche di ascendenza folkie, sia il calore flebile di certe sonorità mediterranee, intessendo un tappeto volante in cui una cavata divagante che luccica oppure un seducente accordo-ombra dicono l’invenzione e l’audacia. Dicono di uno sguardo panoramico che ieri non c’era e che ci fa vedere/intuire l’oggi.





































