«Vorrei che le persone fossero affascinate da quello che non capiscono di questo disco invece che da quello che hanno capito», così Anastasio ci dice del suo nuovissimo album Le macchine non possono pregare. Un disco difficile, pieno di parole, che ha impegnato il rapper campano e i suoi collaboratori per quasi quattro anni. «Mi sono preso tutto questo tempo perché il lavoro mi ha richiesto un impegno importante. È una storia, un’opera rap. E perché tutto quadrasse c’è voluto tanto lavoro, tanto lavoro di fino, di lima per trovare l’equilibrio tra le tracce, sul non essere retorico, nel raccontare una storia in maniera artistica. La storia era chiara nella mia testa, ma volevo evitare di fare un pezzo semplicemente didascalico, quasi compilativo per aggiungere un capitolo.»

Il vincitore di X Factor 2018 che aveva debuttato come Nasta MC pubblicando brani su You Tube è decisamente diventato adulto. Dopo un 2020 iniziato a Sanremo e vissuto sull’onda del cd di debutto Atto zero, due anni di silenzio un po’ per protesta un po’ per realizzare Mielemedicina del 2022, Anastasio (che si chiama Marco, mentre il nome d’arte è in realtà il suo cognome anagrafico) si è nuovamente allontanato dalle attenzioni del business discografico, tanto che la multinazionale Sony non gli ha rinnovato il contratto.

«Forse è per questo che si tratta di un disco molto libero nel suo sviluppo, pur nella sua difficoltà. Non è certo un disco facile, ma vivaddio. Fare le cose facili è un delitto. Facile è brutto, semplice è bello. Che non lo si metta di sottofondo a una festa è scontato, però se uno in salotto mette il vinile sul giradischi lo si può ascoltare insieme. È un ascolto che richiede attenzione. Non è un cd da sottofondo, non fa ballare anche se ha i suoi momenti ballabili. E poi chi ha detto che le persone vogliono le cose facili?»

Anastasio
foto di Andrea Venturini

È stato un percorso complicato?

«In realtà mi sono molto divertito nella produzione, invece l’attesa non mi ha divertito. La scrittura, dal punto di vista personale, è stata sia difficile che divertente. Forse perché era difficile era anche divertente. A me divertono le cose difficili, non volevo affatto fare una cosa facile.»

C’è una grande sovrabbondanza di parole. È una scelta di comunicazione?

«Ce n’era bisogno. Secondo me non c’è una parola in più di quelle che servivano. Sono le parole giuste: 4500 parole per circa 26mila caratteri. Le ho contate.»

È più un lavoro di ricerca personale oppure d’équipe?

«Io non mi produco la musica, scrivo le parole e tutto ciò che riguarda la voce. Per la musica mi affido molto a produttori amici, chiaramente dirigendo i lavori perché avevo un’idea precisa del sound che volevo per ogni pezzo. E stavolta anche per i testi mi sono confrontato molto. Ho avuto un fitto dialogo con Davide Nota, che è un amico poeta che mi ha dato moltissimi spunti per tutte le canzoni. C’è sempre da qualche parte un piccolo spunto di Davide e qualche volta più di uno.»

È un’evoluzione del rap, un po’ verso la spoken poetry mi pare…

«Sì, ci sono tanti stili. A volte anche il cantato. L’idea era che ci volevano stili diversi perché le canzoni raccontano cose diverse. La varietà però è venuta spontaneamente, le canzoni hanno naturalmente trovato la loro via, il loro stile. Non mi sono messo lì dicendo ora faccio questo e quello.»

Le macchine non possono pregare racconta una storia, con un personaggio che evolve brano dopo brano e che affronta una serie di sfide contro sé stesso, contro la tecnologia, contro la società, contro la storia, contro le macchine, i cyber ciclopi, soprattutto. Il suo è soprattutto il tentativo di ribellione spirituale contro un sistema controllato da algoritmi e macchine onnipresenti, di cui ogni canzone, tra citazioni letterarie e suggestioni cyberpunk, disegna un capitolo. Il cd è l’esito di una ricerca interiore («tutti i dischi lo sono per me», conferma Anastasio), che ha bisogno di vari ascolti attenti per essere recepita in tutte le sue sottigliezze e “denunce”.

AnastasioGià si parte da un titolo particolare…

«È un verso potente che sintetizza lo spirito del disco. È un titolo che chiede di essere indagato, così come l’album. Indica il tema più importante del cd: il confronto tra l’uomo e la macchina, ma non la macchina in quanto tale. Tra l’uomo e lo spirito della macchina, tra l’uomo e l’automazione. E questo titolo suggerisce fondamentalmente che la macchina ti può aiutare in tutto, ma non nel silenzio. Ti può aiutare a parlare, ma non a stare zitto.»

Hai paura della tecnologia, dell’intelligenza artificiale, di quelli che chiami i cyberciclopi?

«Non direi che ho paura. Paura è la parola sbagliata. Da una parte ho grande entusiasmo verso questo mondo. Lo ritengo entusiasmante perché siamo all’alba di una rivoluzione senza tempo, più importante dell’invenzione della stampa. Siamo di fronte a qualcosa di inimmaginabile. Quindi come sempre c’è il timore, ma anche l’entusiasmo.»

Dal punto di vista strettamente musicale il confronto con la tecnologia cosa ti ha offerto e cosa può offrire in generale?

«Innanzitutto la macchina facilita molto le cose. Poi i suoni elettronici, l’amplificazione e quant’altro non li avremmo avuti. Ma è davvero interessante che oggi, grazie all’elettronica e ai suoi strumenti, ognuno può fare musica senza troppi passaggi, senza grandi spese economiche e senza grandi conoscenze. Il che tutto sommato è positivo.»

Non è che c’è una marea di musica, di prodotti musicali, che non sono di qualità e che soffocano le cose più buone?

«Pazienza. Secondo me non esiste il diritto di esistere, perché tutto lo ha. Non mi metterei mai a dire a nessuno “tu non hai il diritto di fare musica perché sei scarso”. Falla, pubblicala pure, tanto poi la qualità si vede. Sicuramente c’è qualche aspetto negativo, però ce lo dobbiamo prendere. Non possiamo legiferare affermando tu puoi farlo e tu no.»

Una volta questa era la funzione dei discografici, magari oggi ci sono i talent come X Factor che tu hai vinto…

«Secondo me alla fine, come sempre, la selezione la fa il pubblico. Ed è la cosa migliore.»

Ma il pubblico non riesce più a recepire tutto quanto e quindi neppure a premiare il meglio…

«Ma siamo sicuri che fosse meglio prima, quando la selezione la facevano le case discografiche? Io no, francamente.»

X Factor a cosa ti è servito? È stato un trampolino selettivo utile?

«In realtà su di me come artista ha generato un po’ un fraintendimento. Nel senso che io non sono mai stato una popstar e X Factor è fondamentalmente un grande show, al quale io non so se ero adatto. Nel senso che mi sono trovato molto a mio agio a partecipare, ma solo prendendolo come un gioco. Però non mi sono mai sentito una popstar, ero un po’ come un imbucato. Quando lì ero trasformato in una sorta di idolo teen o idolo pop con le ragazzine che urlavano, la mia faccia ovunque, mi ha stranito molto come cosa. Non ambivo a quello.»

Allora cosa ci sei andato a fare?

«Bella domanda. Ci sono andato proprio perché volevo arrivare a un pubblico a cui non sarei mai arrivato. Alle famiglie.»

AnastasioPensi che questo cd sia un disco per famiglie? A me sembra molto personale, quasi intimo…

«Ti dico una cosa. Le famiglie che mi guardavano a X Factor oggi potrebbero ascoltare questo disco. Dal ragazzino che cresce al padre che vuole approfondire. È quasi un paradosso, ma sì è quasi un disco per famiglie, perché non è un disco rivolto agli adolescenti e non è rivolto agli adulti. Non è rivolto agli intellettuali, né agli scemi. È un disco e basta, che non si rivolge. È una delle sue più grandi qualità. È un disco che non viene incontro a nessuno. E tutti possono apprezzarlo.»

È un disco che di mette di fronte a te stesso come persona e che si apre con una preghiera…

«Sì, è la preghiera impura del ragazzo solo con sé stesso immerso in una stanza buia. Il protagonista sono io, anche se ne parlo sempre in terza persona perché in realtà il protagonista è chiunque. Io non sono mai autoreferenziale. Non dico mai il mio nome. Invece in un disco di qualsiasi rapper lo sentirai autonominarsi molte volte. Invece io non dico mai Anastasio in questo disco.»

Chiudi invece il cd con una pioggia liberatrice, come quella di Blade Runner oppure quella dei Promessi Sposi. Una pioggia che scioglie le maschere che indossiamo ogni giorno. Ne abbiamo bisogno oggi?

«Sicuramente. Anche perché la pioggia viene chiesta fin dalla prima canzone che dice “mio Dio fa che non mi sazi mai, fa che piova giorno e notte”. Anche ne “Il cigno”, che è ripresa dalla poesia di Charles Baudelaire che porta lo stesso titolo, dico “quando scenderai pioggia, quando esploderai fulmine”. Per me questa immagine della pioggia liberatrice è molto commovente.»

Non credi che oggi siamo in un periodo in cui c’è bisogno più di impegno che di liberazione?

«C’è bisogno di entrambe le cose. Ho capito che la libertà è fondamentale ed è pericolosa. A me piacciono i paradossi, quindi me la prendo così. So che la libertà oggi può sembrare anche troppa, ma in realtà è pochissima. Libertà significa anche responsabilità, perché libertà potrebbe essere il presupposto per fare grandi danni. Ma per me resta la cosa più importante in assoluto.»

Non credi che il nostro destino sia determinato dagli algoritmi, che ci trasporteranno dove vogliono alla faccia della nostra  libertà, come succede già nell’industria, nell’economia?

«Sono strumenti che abbiamo creato per autoschiavizzarci. Ma l’umano fa questo da sempre nella sua storia. Da quando ha iniziato a coltivare i campi l’uomo si è autoschiavizzato in qualche maniera. Ha inventato il lavoro, che una volta non esisteva. L’uomo girava per i boschi e raccoglieva bacche, cacciava qualche animale, ma non c’era la concezione del lavoro. Tuttora ci sono delle tribù che vivono di caccia e della raccolta di bacche e radici. Non hanno idea di cosa significhi il lavoro. non esiste il momento del riposo e quello del lavoro. Invece circa 20mila anni fa con la rivoluzione agricola lo abbiamo creato. E questo lavoro è logorante, ci fa fare una vita peggiore in effetti. Oggi la tribù hadzabe in Africa fa una vita molto più soddisfacente della maggior parte dei lavoratori semischiavizzati che ci sono in giro per il mondo. Questo dell’intelligenza artificiale non è che l’ennesimo processo di autoschiavitù che ci stiamo imponendo. Allora tutto quello che facevano per sostenersi era piacevole, il girare per i boschi , il cacciare, non erano un impegno, era un divertimento che li manteneva in completa armonia con la natura, perché dipendevano dal mondo naturale. Non allevavano, non forzavano la natura per procurarsi il cibo, dipendevano dall’ordine naturale, la cui rottura avrebbe procurato la loro fine.»

Qual è il tuo rapporto con la tecnologia e la scienza in generale, perché a volte il disco sembra dare l’idea di un contrasto e di un distacco, dei dubbi forti nei suoi confronti, altre invece appare come un supporto?

«Io sono un appassionato di scienza. Sono laureato in agraria, che è una scienza. Non sarà una scienza dura, ma ho buone basi di chimica, biologia, genetica, fisica e matematica. Sono argomenti che mi piacciono tanto, sono materie fondamentali. Il mio non è certo un disco contro la scienza o contro la tecnologia, semplicemente c’è un altro approccio a questa questione. Solo che la tecnica a volte trasforma l’uomo in macchina, per questo non deve mai diventare un dio.»

In una canzone parli di abolire il tempo. Al suo posto cosa ti aspetti?

«Parlo di abolire il tempo dell’orologio, di vivere un altro tipo di tempo. Non è abolire il tempo in generale, ma quello che ci siamo inventati, il tempo programmato, ripetitivo, il tempo dell’ingranaggio, di quando tutto è coordinato. Noi possiamo abolirlo questo tempo e tornare al tempo degli animali, quello che pochi uomini hanno il gusto di vivere, quando non sono schiacciati dal futuro. Il tempo vero, della natura, dell’armonia, non il tempo incatenato dell’orologio.»

disegni di Arturo Lauria

Secondo te siamo vicini all’apocalisse?

«All’apocalisse intesa come fine del mondo, io non credo tanto. Penso piuttosto che sia prossima l’apocalisse intesa come disvelamento di un nuovo ordine. Le cose stanno per cambiare veramente e radicalmente. Magari non lo vedremo nella nostra vita, non voglio partire con discorsi complottisti, però si sa che alla fine apocalisse significa rivelazione.»

C’è un altro comando universale che ricordi nel disco e che oggi è sempre più diffuso: “cresci e non fermarti mai”. Secondo te come si concilia con le persone e la loro individualità?

«Questa è la perfetta ricetta per l’infelicità. La crescita continua, il lavorare per lavorare. La vera schiavitù è quando il lavoro diventa fine a sé stesso. “Cresci e non fermarti mai” è quello che viene detto anche al ciclope ed è quello che lo porterà a impazzire, perché queste due cose insieme sono un paradosso. Non si può crescere all’infinito. A un certo punto serve la qualità perché la quantità è limitata, ma non mi voglio lanciare in una disputa su questioni filosofico-politiche come la crescita infinita, la decrescita felice e quant’altro. Però credo che questo “comandamento” diffuso sia paradossale, soprattutto per gli individui. A un certo punto bisogna accettare il limite.»

Ad accompagnare il cd verrà pubblicata il 9 maggio per Edizioni BD un omonimo graphic novel…

«Seguirà lo stesso percorso narrativo del disco, però da una prospettiva diversa. Per questo è interessante leggerlo mentre si ascolta il cd, perché sono intrecciati. Sono sinergici, si potenziano l’un l’altro. Dal punto di vista narrativo invece sono sostanzialmente la stessa cosa, anche se ci sono delle piccole aggiunte nel fumetto. Chiaramente il mezzo è diverso e permette di esprimere proposte diverse.»

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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