“Lontana, con la tua pelle
sbiancata dalle rose,
tu sei una rosa
che vive e non parla.
Ma quando nel petto
ti nascerà una voce,
porterai muta
anche tu la mia croce.”
“Si apre come un’aurora Roma,
dietro le spirali del Tevere,
gonfio di alberi splendidi come fiori
biancheggiante città che attende i non nati,
forma incerta come un incendio
nell’incendio di una nuova Preistoria.”
“In mezzo ai campi sereni
si incrociano i sentieri.
Là, nel sole intenso,
se ne sta un giovane.
Appoggiato a un piccolo gelso,
giù pei campi di Versuta,
egli stringe tra le labbra
una primoletta.
Cade ormai la sera
una oscurità tranquilla.
Solo nel silenzio
brilla quel fiore.”

Queste tre delle poesie di Pier Paolo Pasolini che la raffinata vocalità di Elsa Martin, una delle cantanti più emozionanti della scena italiana, e il rigore artistico del pianista Stefano Battaglia, il cui talento lungimirante ha attraversato i territori del jazz e della world il pianista senza mai seguire itinerari corrivi, affrontano nel loro nuovo album insieme Lyra.
Il sodalizio tra i due artisti dura ormai da dieci anni ed è mirato ad approfondire il rapporto tra poesia e musica (intesa come crossover di generi), come hanno mostrato i precedenti album, Sfueâi del 2019 (che già offriva due poesie di Pasolini elaborate in tre brani) e Al centro delle cose del 2021, e come afferma lo stesso Battaglia: «Ciò che mi interessa è il metalinguaggio musicale della poesia. Ha potenzialità complementari efficaci e creative, che mi permettono di fare musica su qualcosa che non ne ha bisogno. Di muovermi quasi come un elefante in cristalleria.»
Pasolini, uno dei maggiori intellettuali del secolo scorso nonché regista di altissimo livello, è un riferimento per entrambi, sia con le sue liriche in friulano che in italiano. Oltre che in Sfueâi infatti, il pianista milanese, affermato docente a Siena Jazz e lirico solista del roster ECM, ha proposto un’interpretazione della unitas multiplex pasoliniana, la sua straordinaria capacità di far coesistere gli opposti, nel doppio RE: Pasolini del lontano 2007 (da cui rielabora qui Canzone di Laura Betti e le tre variazioni di Lyra). Mentre la vocalist carnica aveva affrontato alcune poesie del Canzoniere Italiano nell’album dal vivo del 2020 con la band LinguaMadre intitolato Il Canzoniere di Pasolini e quelle di Poesie a Casarsa nel recente spettacolo teatrale Rosada!.
Lyra è una sorta di culmine del percorso finora intrapreso, omaggio nell’anno in cui ricorre il cinquantenario dalla tragica morte del poeta, avvenuta a Ostia per mano omicida. Il piano si muove multicolore – anche se le tinte prevalenti sono piuttosto ombrose – e sensibilissimo alla ricerca di un costante squilibrio tra gli elementi, tra jazz spezzettato e infingardo, tradizione popolare suadente e un’accademia a cui è necessario talvolta e più tornare. La voce limpida intona dei lieder contemporanei, scivola delicatissima, si sdoppia inquieta, si impenna drammatica, variando in continuazione dinamica ed espressività.
Ogni brano, in particolare quelli più lunghi, è un coacervo di sensazioni, stili, movimenti, impressioni, suggerimenti, letture, a volte persino in contrappasso rispetto alla materia poetica. Le forme musicali si discostano, con qualche eccezione emozionante e affascinante, dalla tradizionale forma canzone, per farsi partiture contemporanee che seguono linee da ballad popolare per poi impennarsi drammaticamente sul jazzare libero del piano, ritornare quasi al pop e chiudere con un vocalizzo lieve (Donzel) oppure linee da lieder romantico e appena accennato poi spruzzato di acuti in crescendo (Casarsa) oppure ancora linee da sperimentazione ossessiva, aperta con un piano volteggiante attorno al canto scat quasi respingente, proseguita con un planare basso nel cantato lieve e poi nelle sabbie mobili di un incrocio tra ricerche espressive della voce e ritmare minimale e assillante della tastiera (Loreli).
Oppure ancora negli oltre 14 minuti di In forma di rosa ecco le evoluzioni più variate del cd. Iniziano con una sperimentazione vocale su un piano liquido e free, che si scioglie in un’evocazione lentissima che arriva a tinte funeree e poi scoppia in un canto scat, inafferrabile e zampillante, e in un procedere quasi cameristico che apre a un assolo di pianoforte illuminante, tra jazz e contemporanea. E continua con un canto dall’andamento operistico e fiero prima di farsi confessione quasi estorta sulle scarne note della tastiera, che la riportano a un incedere in crescendo alla Cathy Berberian. Sempre con la poesia “totale” che si eleva ad altissima potenza.







































