Il quartetto è nel jazz una delle formazioni più topiche e caratterizzanti. È un meccanismo delicato, all’interno del quale bisogna da un lato suonare insieme e ascoltare attentamente gli altri musicisti e dall’altro bisogna anche procedere per la propria strada, arricchendola di personalità e di trovate originali. In più il rapporto paritario tra due strumenti solisti e due ritmi richiede la continua ricerca di un equilibrio che deve sempre impegnarsi nel trovare vie alternative alla routine e allo schematismo dovuti spesso a un accademismo talmente assimilato da diventare protagonista quasi involontario. Alle proposte eccellenti dei quartetti internazionali del sommo batterista Billy Hart e del lungimirante sassofonista svizzero Nicolas Masson rispondono quelle delle formazioni italiane guidate dai pianisti Gilberto Mazzotti e Fabio Arisi.

Nicolas Masson – foto di Alex Troesch

Nicolas Masson

Renaissance (ECM/Ducale)

Voto: 8

 In circa vent’anni di collaborazione con i partner Colin Vallon, pianista di Losanna noto per il suo lavoro con la cantante Elina Duni, Patrice Moret, contrabbassista già con i Samares di Vallon, e Lionel Friedli, batterista di fiducia, Nicolas Masson ha tratto solo tre album a suo nome: il volubile Thirty Six Ghosts del 2009 (il quartetto allora era denominato Parallels), il pittorico Travelers del 2018 e questo frastagliato Renaissance. Il sassofonista ginevrino, che è anche un affermato fotografo di ritratti e paesaggi urbani o naturali, scrive nove brani, cui si somma la breve improvvisazione collettiva Tumbleweeds, che sanno farsi visioni e sogni, illuminazioni e scavi.

Un jazz moderno, lieve e profondo, che si espande come un profumo fruttato e si dilata come il gas che fuoriesce da una bombola. Dove il leader conosce a menadito il contributo possibile dei suoi musicisti e lo sfrutta più come un tappeto volante verso il sogno che come un vocabolario di certezze. Dove la sensibilità diventa protagonista e anima una ricerca di espressività che varia dalla melodiosità avvincente e ritmata di Anemona alle ascensioni di note della post-monkiana title-track, dai sussurri quasi funk di Subversive Dreamers all’emozione distillata di Practicing The Unknown.

Renaissance corre sul filo della ricchezza di sfumature che Masson distribuisce in ogni minimo suono e si muove dentro un’estetica cugina di quella dell’ultimo Mark Turner. Gli acquerelli melodici del sassofonista sono incroci e incontri, relativi e sospirosi oppure fragili e galleggianti, in continuo movimento tra stati d’animo contrastanti. E questo suo album riesce ad ancorare il nostro senso di smarrimento quotidiano in un alveo che sa accogliere una varietà così sfumata e incantata di possibili interpretazioni da pulsare sereno in continua espansione.

Gilberto Mazzotti

GB Project

Made in RA – First Period (Alfa Projects/Egea)

Voto: 7/8

 Gilberto – GiBi per gli amici – Mazzotti nasce batterista fin da piccino nella formazione del padre fisarmonicista, ma si diploma al conservatorio di Cesena in pianoforte e prosegue la sua carriera tra jazz e composizione. Per il suo “progetto” ha scelto il sassofonista Alessandro Scala, rodato da collaborazioni con Bob Moses, Marylin Mazur, perfino Steve Lacy e infiniti altri, e la coppia ritmica formata dal batterista Stefano Calvano, che vanta anche presenze in orchestre sinfoniche, e il bassista (suona il fretless elettrico) Adriano Rugiadi, abile passeur di confini sonori.

Mazzotti è un seguace del maestro buddista e filosofo pacifista Daisaku Ikeda e ne segue l’insegnamento che afferma: «l’arte e la cultura sono così importanti perché stimolano il nostro lato migliore e ci aiutano a vivere una vita più realizzata, rafforzando il nostro lato positivo e il desiderio di trovare il paradiso proprio su questa terra». Propone così, in questo debutto con il GB Project, un jazz brillante e multicolore, pieno di luce (Light è un brano sereno e disteso) e di sapore (Savor si muove spigliato tra dolcezze rilassate e tempi agili), “registrato a Ravenna”, città di tutti i protagonisti, nel 2010 durante il “primo periodo” del quartetto.

Un jazz comme il faut, forte di un senso melodico che si apprezza immediatamente, di una sensibilità lirica nelle trame più delicate e di un incedere swingante in quelle più veloci (Union è il brano più riuscito). Ritmi efficaci e sornioni sollecitano l’approccio dei due strumenti solisti, che si muove sempre con una convincente cantabilità, protagonista tale da portare alla conclusiva Nuova vita, track registrata poco prima della pubblicazione del cd, in cui il solo piano dialoga con la voce corposa dell’ospite Maria Francesca Melloni. Non proprio il paradiso in terra, ma di certo un bel posto, pieno di musica intrigante.

Billy Hart – foto di John Rogers

Billy Hart Quartet

Just (ECM/Ducale)

Voto: 8/9

 Batterista apprezzato dai più grandi – Jimmy Smith, Herbie Hancock, Miles Davis, Gil Evans, tanto per gradire – l’oggi quasi 85enne Billy Hart è da oltre vent’anni il leader di un brillantissimo quartetto all-star, con il sassofonista Mark Turner e il pianista Ethan Iverson come solisti e il contrabbassista Ben Street a completare la ritmica. Finora il gruppo aveva inciso solo tre album, il debutto eponimo nel 2006, All Our Reasons nel 2012 e il prezioso One Is The Other nel 2014, lasciando gli appassionati con una costante aspettativa. Questo Just, registrato a New York nel dicembre 2021, arriva a colmarla con 10 brani di un racconto dalla tessitura intrecciata con estrema abilità e dal ventaglio di convenzioni e trasgressioni variamente declinate con estrema classe.

Specialista nel proporre ritmi incrociati che interrompono la pulsazione con punteggiature e rullate senza alterare la nitidezza del discorso, Hart (che nel tempo ha perso un po’ del suo sconvolgente gioco di spazzole) è un trampolino perfetto per i suoi compagni e insieme un funambolico “pallettaro” delle loro idee. Il risultato è un jazz modernissimo, che elabora molti portati stilistici con sobrietà e chiarezza melodica quasi europea e che insieme si muove con ricorrenti cambi di flusso sonoro ed emozionale.

I brani firmati dal pianista sono variegati e brillanti: la lirica apertura Showdown, la fluttuante Chamber Music, l’esuberante Aviation e il blues astratto South Hampton. Quelli di Turner più riflessivi ed eleganti, con il delizioso blues Billy’s Waltz, l’uptempo Top Of The Middle e l’asimmetrico Bo Brussels. Mentre Hart rivisita due suoi brani noti, Layla Joy (dal suo debutto solista Enchance del 1977) e Naaj (da Rah del 1988), e aggiunge l’incalzante title-track. Top jazz sempre.

Fabio Arisi

Fabio Arisi Quartet

Geodetiche (Dodicilune/IRD)

Voto: 8

 Innanzitutto il titolo. Spiega (?) l’enciclopedia Treccani: una geodetica è «una linea tracciata sopra una superficie e tale che in ogni suo punto la normale principale a essa (un vettore tridimensionale perpendicolare, ndr.) coincida con la normale alla superficie in quel punto». E qui ci fermiamo, anche perché il loro studio è uno dei capisaldi più complessi della geometria differenziale, quella branca complicatissima di analisi degli oggetti geometrici che ha portato Albert Einstein alla formulazione della teoria della relatività generale. Insomma Fabio Arisi e i suoi sembrano impelagati in un compitino piuttosto cervellotico e astruso.

In realtà il pianista lombardo, con i suoi pard Vinicius Suran Ferreira alla chitarra, Jan Toninelli al contrabbasso e Alberto Venturini (anche fiatista in altre situazioni) alla batteria realizza un album che ha la finalità di disegnare «percorsi emotivi che connettono le persone in uno stato di ascolto reciproco… riuscendo così a elevare gli individui, sia spiritualmente che intellettualmente». Un jazz melodico ed elegante, in cui la vena coloristica incrocia lezioni differenti, in primis quella dei mai troppo rimpianti E.S.T. – omaggiati esplicitamente in Verso E.S.T. – con il loro intimismo sospeso e miscelato a mille frammenti sonori, poi quella di un’accoppiata di grandissimo spessore come quella tra Brad Mehldau e Pat Metheny, infine quella di un romanticismo maturo e ad ampio spettro di filiazione classicheggiante e di sviluppo spesso modale.

Nuova combinazione di cento e una idea e di altrettanti frammenti buttati giù in tempi differenti, questo debutto è prezioso saggio che si diverte con Giochi di bimbi, che scivola sul funky più lieve in A Carefree Day, che cerca la dolcezza nelle sonorità eurocolte di Riflessi nell’acqua, che carezza la fusion nella salita iniziale al K2 e che sviluppa un crescendo emozionale nella conclusiva L’alba. Sempre con chiarezza di obiettivi e voglia di distribuire “bellurie”, a volte fin troppe.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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