A Working Man
di David Ayer
con Jason Statham, Jason Flemyng, Merab Ninidze, Maximilian Osinski, Cokey Falkow
Il regista è lo stesso Ayer di Beekeeper, l’apicultore. Quindi ti aspetti la ripetizione del modello Statham in apparenza sfigato, in realtà ex supersoldato difensore dei poveri cristi. Stavolta è un operaio di cantiere con problemi di divorzio, senza casa e molto affezionato ai suoi datori di lavoro. La figlia del suo capo viene rapita da mercanti di carne umana e voilà, complice il coproduttore Stallone, Statham anche questa volta si rivela uomo-esercito delle forze speciali in pensione, trova facilmente i mercanti di carne umana e, giusto per complicare un po’ la faccenda, alla John Wick, si mette di mezzo la mafia russa -ormai molto vicina ai fumetti sui mutanti- che promette tre generazioni di vendette. Allora la trama è: Statham intercetta i cattivi e come un tritacarne trita tutto quello che si mette sul suo cammino. Trova anche il tempo per compiangere gli ex militari che passano dalla parte sbagliata, rischia di perdere la bambina nel divorzio, ma purtroppo, rispetto ad altri film, non viene servito sul piano dell’ironia e ogni tanto le tessere del puzzle vanno al loro posto quasi per magia, ma non convincono. Milioni di colpi esplosi per la battuta finale “mi sono tagliato facendo la barba… ” non bastano. Si può fare di più.







































