Il primo album come leader è un biglietto da visita fondamentale. Per questo l’impegno nel realizzarlo è sempre approfondito e dedito a scandagliare tutte o quasi le possibilità espressive del protagonista, non di rado ripercorrendo il completo ventaglio di quanto già messo in campo oppure, e con lo stesso criterio espositivo, il ventaglio immaginario di tutto quanto si vorrebbe esplorare in futuro. La chiarezza dell’obiettivo da presentare agli ascoltatori è spesso offuscata dal desiderio di piacere e di essere ascoltati nel proprio proporsi “globale”. Vi offriamo qui cinque debutti da leader di altrettanti jazzisti italiani di caratura, che sanno non cadere nelle lusinghe e nelle minacce del comportamento suddetto, anche se già il primo apre la nostra carrellata con una dichiarazione che lo conferma.

Giacomo Ancillotto
Descansate Niño (Folderol)
Voto: 8
«Questo “esordio” è un piccolo e personale best of discografico, il seme da cui germogliare il tempo che rimane”, racconta Giacomo Ancillotto, chitarrista romano che vanta esperienze a fianco di Maria Pia De Vito, Enrico Rava, Emiliano D’Auria, Luca Aquino e in formazioni come Luz e Sudoku Killer. Per il suo debutto da leader ha scelto una formazione a tre con il bassista Marco Zenini, approdato al jazz in Olanda dopo il rock e il conservatorio, e la batterista Alessandra D’Alessandro, anche lei diplomata ad Amsterdam e leader del trio Outlines. E, come si conviene a un debutto, ha «cercato di riassumere tutte le mie precedenti esperienze, tutte le sfaccettate derive del mio amore per le musiche, in un’unica dimora».
Descansate Niño è una raccolta di otto brani registrati interamente dal vivo, tutti firmati dal chitarrista a eccezione di Se telefonando, l’evergreen di Ennio Morricone, maestro e riferimento riconosciuto della musica di Ancillotto, e Sinnò Me Moro, la canzone di Gabriella Ferri scritta da Carlo Rustichelli, altro ottimo compositore di colonne sonore. Già queste letture del tutto personali e convincenti mostrano un musicista molto ispirato e dal fraseggio articolato, sorretto da partner brillanti.
La ricerca degli altri pezzi vuol essere narrativa e insieme provocatoria, vuole raccontare diverse esperienze e insieme introdurre uno stile, vuole immedesimarsi in un rituale e insieme aprirsi a una ricerca del nuovo che sia limpida realizzazione del sé. Un jazz modernissimo, di matrice europea ma che sa richiamare anche certe esperienze dei big a stelle e strisce, il compianto John Abercrombie in particolare, un jazz che inchioda l’ascoltatore a più ascolti con un piacere e un approfondire ogni volta più soddisfacenti. Ad Ancillotto riesce spesso il tocco fragile di uno stato d’animo per stringerci alla sua emozione, sia con rapide puntate elettriche sia con lievi “discorsi” post free sia con accordi in bilico sul filo di un rasoio sia con languori Démodé. Così da Via Aurelia 253, in cui “casa” diventa spigoli e ricordi, al conclusivo Hikikomori, che in giapponese indica lo “stare in disparte” e che si fa ritmo di una batteria “ostica” ed esposizione di una rinuncia, Descansate Niño diventa un «intimo sguardo sul mondo che mi ha ospitato, il primo da uomo adulto».

Lewis Saccocci
Inceptum (WoW)
Voto: 8
Un trio usuale quello che ci offre al suo debutto da leader l’organista – rigorosamente all’Hammond – romano Lewis Saccocci. Il pensiero va immediatamente a quello del compianto Joey De Francesco e a quello del chitarrista Wes Montgomery con Melvin Rhyne all’organo, tra i numerosi altri esempi disponibili nella storia del jazz post anni 50. Diplomato al conservatorio summa cum laude in pianoforte jazz, lo abbiamo conosciuto in alcune formazioni di musica brasiliana e nella New Talents Jazz Orchestra, poi a fianco di Matthew Herbert e di Paolo Damiani, di Marcello Rosa e nell’Electric Sheep Collective. Qui si impegna in otto brani, tutti di sua composizione, per un Inceptum, in latino sta per “inizio”, che vuole andare «alla ricerca di nuove vie espressive con uno strumento solitamente associato a sonorità più tradizionali in ambito jazzistico».
In compagnia del vorticoso chitarrista Enrico Bracco e del puntiglioso batterista Valerio Vantaggio, Saccocci non solo ci mette di fronte a una gamma di possibilità espressive del suo strumento, ma coinvolge i due partner in un interplay assolutamente paritario e in una ricerca ritmico-melodica preziosa. Questo gli permette di proiettare uno strumento “abusato”, in considerazione della sua sonorità così tipica seppure nella sua molteplicità espressiva e del suo utilizzo (il più delle volte in sostituzione del contrabbasso) spesso codificato, verso prospettive di contemporaneità e di ricerca di cui si sentiva il bisogno, senza peraltro dimenticare un sottile fil rouge che lega il cd anche alla tradizione organistica jazz.
Da Il prenestinato, che ricorda il legame del Nostro con il quartiere Prenestino della capitale con una serie di elementi aspri e graffianti nell’incedere in progressivo crescendo, si passa a Il Pirata, dedicato al campione di ciclismo Marco Pantani, più scuro e dilatato, con qualche accenno quasi soul. Seguono Un amaro compromesso con la chitarra in primo piano e l’organo che sembra un vibrafono, Onetime Episode, la track più legata alla tradizione del jazz organistico, l’emozionante Lament For JDF” dedicato a De Francesco e il volubile Una strana piega, in cui la musica non ti dà mai l’idea della piega che vuole prendere. Chiudono Malcompensi stilografici, che è un po’ il sommario delle sonorità di questo cd, e One For Sara, romantica dedica alla madre, con una coda al solo pianoforte.

Alessia Trevisiol
Voce che cammina (Alfa Music)
Voto: 7/8
Pop e jazz non sono in contraddizione, anzi. Quante volte abbiamo ascoltato in brani anche di successo degli accompagnamenti o dei brevi assolo assimilabili al linguaggio del jazz? Quante volte abbiamo ascoltato cantanti seguire le cadenze della vocalità jazz in momenti topici delle loro trame pop? Spesso e volentieri è la risposta corretta. Così Alessia Trevisiol, giovane vocalist friulana, a un anno dal suo diploma al conservatorio in canto jazz con il massimo dei voti, pubblica questo cd di debutto con l’intento preciso di combinare «metrica italiana, armonia jazz e influenze pop moderne». E ci riesce con il contributo determinante – anche se la voce è mixata alla vecchia maniera, ovvero troppo avanti rispetto alla strumentazione – di un quartetto garbato composto dal pianista Francesco De Luisa, dal chitarrista Shunsuke Senda, dal bassista elettrico Paolo Jus (nel suo spettacolo dedicato a Pinocchio 4 zecchini e un cappello di pane Alessia era coprotagonista) e dal batterista Francesco Vattovaz.
Voce che cammina – “una voce che non vuole restare mai ferma!” – allinea otto canzoni firmate dalla protagonista con il contributo del poeta, noto in particolare per le sue liriche dialettali, Giacomo Vit per i testi e del pianista e direttore d’orchestra Marco Battigelli per le musiche. Con liriche attente che si avvicendano dichiaratorie (la title-track, quasi il manifesto di un programma artistico di crescita, con l’ospite trombettista Fabrizio Bosso sugli scudi), autobiografiche (Sarò zia, Due piatti forti, dedicata al fratello, Controluce, con un ottimo accompagnamento del chitarrista giapponese e vocalizzi insinuanti, e la conclusiva Elettrica, il brano più convincente e più compiutamente pop-jazz del cd) e sociali (l’emozionante Guerra, con il graffio quasi hard rock della sei corde e un andamento corale molto riuscito, l’elogio alla natura Alghe per capelli, una deliziosa song jazzy con De Luisa al suo meglio, e la dolce Le impazienti, che canta l’emancipazione della donna). A loro si sommano due intermezzi musicali in assolo, il pianistico Charlotte e il batteristico Siamo!. Un lavoro curato e sensibile, che fa della chiarezza – anche in senso sonoro – della comunicazione la sua forza, che offre identità e carattere e che mostra uno più quattro talenti in fieri da seguire.

Michele Liso
Isabèl (Dodicilune/IRD)
Voto: 7/8
A stretto rigore di logica musicale non è un disco di jazz, ma come non lo erano ai tempi i dischi gitani di Django Reinhardt, apprezzato poi come uno dei giganti della chitarra jazz. Di certo però è, come scrive Francesco Cataldo Verrina, «un beau refuge, un ascolto quasi vegano per sfuggire ai fragori iperproteici della quotidianità e agli eccessi dell’era Web 4.0». Inoltre qualche preciso riferimento alle recenti combinazioni della musica afroamericana con la world music c’è di sicuro, in particolare ai colleghi di strumento Al Di Meola, che percorre tuttora strade illuminanti a cavallo di jazz latino, fusion d’autore e world sofisticata, e soprattutto Robert Wolf, già nei Quadro Nuevo, band tedesca tra le più note in ambito flamenco jazz, e gli spagnoli Abe Rabade e Carlos Sanchez.
Il giovane Michele Liso, diplomato al conservatorio nello strumento classico e specializzatosi in chitarra flamenca, vincitore di vari concorsi internazionali tra cui il prestigioso Alirio Diaz di Roma, debutta con un cd in solitaria cui contribuiscono solamente il percussionista Gabriel Prado e la violinista e vocalist Giulia Gentile in metà delle track. Isabèl è dedicato alla madre pianista Isabella – declinandolo in spagnolo «è come se avessi voluto rappresentare la metamorfosi che l’immagine interiore di mia madre, nonché della musica, ha subìto e continua a subire» – ed è in progressiva elaborazione da diversi anni. Il suo sound è una combinazione di classicità (utilizza rigorosamente lo strumento acustico) e sonorità latine, non solo flamenco, di elementi jazz e di aperture di solare distensione, in cui tagliole tipiche di questi repertori come la nostalgia superficiale, il romanticismo stucchevole e il kitsch tecnicistico sono evitate con cura.
Il chitarrista pugliese apre con Entropia, brano elaborato da un lavoro di Jelly Roll Morton, “il pianista che inventò il jazz” come amava definirsi, cui seguono Samba De Luna con un ricco apparato percussivo, la popolaresca Niña Caprichosa e una Tarantella dal colore anticato. Il flamenco rivisitato di Viajero apre la strada al bellissimo Hera, cui i cori e l’handclapping offrono sapori ancestrali di terre mediterranee, mentre il violino volteggia espressivo. Il delicato Jardin De Moreiras, Creta, forse il brano più debole del cd, Por Un Amigo, omaggio al mito della chitarra flamenco Vicente Amigo, e Sonatina Romàntica, inno all’amore da feuilleton televisivo, chiudono il lavoro.

Andrea Ciceri Esatomic
Fisse (Aut)
Voto: 8
I crocevia inattendibili dell’Italian Instabile Orchestra, i dinamici multicolori della megaformazione di Dino Betti van der Noot, e i capricci visionari dell’Artchipel Orchestra di Ferdinando Faraò sono fusi e distillati in questo debutto del sassofonista milanese, che proprio come membro di varie big band, comprese le ultime due citate, si è messo in luce, in una sorta di intelligente adesione a partiture scritte da un lato e di fantasiosa libertà nel volteggio solistico dall’altro. Gli Esatomic del titolare Andrea Ciceri sono quattro dei componenti del nonetto che il clarinettista Francesco Chiapperini utilizzò nel suo riuscito terzo album Transmigration del 2023, con l’aggiunta della sezione ritmica formata dal contrabbassista Andrea Grossi e dal batterista Fabrizio Carriero. Qui il trombettista Mario Mariotti, il pianista Simone Quatrana e i due suonatori di ance e flauto, formano un ensemble compatto e virtuoso, che produce un tourbillon di combinazioni e di timbri, di sviluppi e di sorprese, di passioni e di impeti. Il tutto senza cadere mai nell’esercizio di stile e ancor meno nell’austerità o nella frugalità sonore.
Una sorta di haiku, scritto dallo stesso Ciceri, ispira la suite Fisse, divisa in quattro porzioni (di cui una doppia), che occupa gran parte del cd: «Chiuso, il pensiero/ È l’abisso/ Delle solite cose/Fisse». E i versetti sono anche i titoli dei brani, che sanno esplorare le direzioni contemporanee di un jazz europeo ricco e solido, in cui i solisti si alternano e si supportano, i ritmi si intersecano sia in cicliche giravolte, sia in tagli netti, sia in continue rimesse in gioco laterali e frontali, il flusso scorre in direzioni che non hanno mai l’obbligatorietà dell’affermazione ma sempre la temerarietà della costruzione ardita, in evoluzione, dalla statica volutamente irresoluta. A volte ci sono cadute di energia, altre il dialogare tracima al di là del coraggioso, ancora la lucidità talvolta lascia il passo alla generosità, ma tutto il lavoro suona avventurosamente in viaggio tra le correnti jazz più autentiche abbondantemente spruzzate di quella modernità diretta discendente della rivoluzione free. Lo dimostrano appieno gli ultimi due brani dell’albo, che sono ispirati a Cole Porter e Duke Ellington uno e a Thelonious Monk l’altro, con l’abilità del richiamo che si fa urlo, coro, lamento, vocìo di oggi.







































