La solitudine dei non amati
di Lilja Ingolfsdottir
con Helga Guren e Oddgeir Thune
Maria è divorziata con due figli e un giorno incontra Sigmund: forse lo aspettava da una vita, fanno insieme altri due figli, poi tutto va a pezzi. Perché? Maria si sente sempre più sola nel ruolo di madre che deve pensare a tutto, rimprovera Sigmund di essere sempre via per lavoro. Sigmund la guarda perplesso: è difficile capire, anche per lo spettatore, da dove arriva tutta questa rabbia. Proposta: farsi aiutare nella gestione della rabbia. Vanno in terapia. Ma emerge che Sigmund non riesce più a reggere la storia e si dovranno separare. Maria vede andare a fondo l’amore, il rapporto con i figli, con il lavoro, con la terapia, con le amiche, con la madre. Ma quando scava in sé scopre che in qualche modo ha costruito l’allontanamento di Sigmund. Perché, visto che era la persona che desiderava di più? Nessuno, correttamente, esce bene da questa separazione finlandese, perché le colpe non sono mai di uno solo e a volte non sono quelle che sembrano. L’opera prima scritta e diretta dalla Ingolfsdottir in orginale si può tradurre dal norvegese Elskling come “tesoro”, nel senso di persona amabile (Loveable è il titolo inglese). Da noi hanno optato per un titolo che risuona come il saggio sulla ferita dei non amati dell’analista junghiano Schellenbaum. Il produttore è lo stesso Thomas Robsahm di La persona peggiore del mondo di Joachim Trier. Un altro film urticante dal Nord.







































