Le ultime notizie su Eugenio Finardi e sulla sua attività artistica – l’uscita oggi del nuovo album Tutto e il tour in partenza il 16 prossimo, ma non solo – le ha presentate ieri la brava e precisa Chiara Rita Persico. Chi scrive può aggiungere che Tutto è un album complesso, sia nella stesura dei testi che nell’elaborazione musicale, che riesce a convincere sia nei momenti più rock (rari) sa in quelli dove la deriva post new wave avvolge le parole, che combina le buone vibrazioni con le emozioni sottili, il suscitare la voglia di approfondire i numerosi temi con l’impatto immediato, l’ascolto a occhi chiusi con il piede che batte il tempo.
Soprattutto possiamo aggiungere le parole di Eugenio, che ci ha concesso questa intervista.
Tutto è un titolo estremamente impegnativo. Perché questa scelta? Qual è il suo significato oggi che questo tutto non lo vogliamo più subito, come dicevi in una tua vecchia hit?
«Tutto subito è stata una canzone tra le più incomprese del mio repertorio. Era un brano sarcastico, una presa in giro degli autori di tumulti e di proteste del periodo delle autoriduzioni, invece poi è diventato un inno per altri versi. Certi fraintendimenti succedono nella storia della musica e non solo.
L’album si chiama Tutto perché c’è dentro di tutto, perché è cambiato un po’ tutto, perché ho dovuto, come dire, sognarlo e abbiamo dovuto crearlo per intero.
La prima domanda che mi fanno sempre è «di cosa parla il tuo nuovo disco?» e la risposta oggi è «di tutto». Normalmente i dischi nuovi parlano d’amore, proponendo una versione o qualcosa di nuovo sull’amore, io parlo di tutto. Della fisica quantistica e degli attacchi di panico, dell’intelligenza artificiale e di genitori e figli, dell’energia e dell’amore, di qualunque cosa.»
Apri con Futuro e chiudi con La facoltà dello stupore, che è una canzone d’amore atipica. Non credi che per avere un futuro abbiamo ancora bisogno di stupirci e di meravigliarci e non solo dell’Intelligenza Artificiale?
«È proprio quello che io penso. Lo stupirci e il meravigliarci sarà ciò che l’Intelligenza Artificiale ci chiederà di fare, invece di combatterci come coglioni. Scusa il termine tecnico.
Purtroppo l’evoluzione darwiniana e biologica è fatta di combattimenti, della vittoria del più forte. Questo non è accettabile quando a livello tecnologico e scientifico si è arrivati ad avere il potere degli dei. Non puoi avere una mentalità del Pleistocene avendo la bomba atomica. Per la clava era ok, ma adesso sarebbe come dare a un cane un mitra. Quindi ci vuole un’evoluzione di qualche tipo, che credo sarà anche aiutata da una logica più alta, quella dell’Intelligenza Artificiale ad esempio. Una logica anche pratica, che farà capire a tutti come non abbia senso ammazzarsi come dei deficienti.»
Il futuro sono ancora i figli che sognano e che fanno La battaglia con i padri? Qual è il tuo rapporto con loro?
«Come canto appunto in La battaglia, credo che i figli, quando hanno 25/30 anni, cominciano a diventare un mistero. Penso che mio padre non avesse la minima idea di come io la pensassi, nemmeno di come funzionasse il mio cervello quando avevo quell’età. Io me ne rendo conto guardando i miei figli a cui voglio molto bene, come loro ne vogliono a me. Ma c’è qualcosa che non capiamo, ed è giusto che sia così, altrimenti non volano mai via, non volano mai soli.»
“Ho bisogno di capire la natura dell’amore” sono le ultime parole di questo album, ma non è un po’ troppo tardi?
«No. Evidentemente no, perché non ci ho ancora capito niente.»
A cinquant’anni da Non gettate oggetti dal finestrino con questo nuovo album fai un bilancio artistico e spirituale a partire dal brano che si intitola e parla di Tanto tempo fa…
«Credo che in ogni disco un artista faccia il bilancio di ciò che ha elaborato nel tempo. Un disco è una testimonianza, è un po’ come i cerchi di un albero e più si invecchia più sono numerosi. Più si invecchia e più la complessità entra in maniera determinante nel fare arte. L’arte è un’espressione di libertà che deve trovare i propri spazi, soprattutto nel nostro cervello. Dobbiamo permettergli di far esprimere le sue parti oscure, apparentemente meno logiche. Personalmente più invecchio più divento aperto alla ricerca del senso che la vita esprime più che a quella delle gratificazioni.»

Qual è la vetta più appagante che senti di aver raggiunto nel tuo percorso cinquantennale?
«La situazione che forse mi ha dato più soddisfazione nella mia vita è stato calcare il palcoscenico della Scala di Milano insieme a mia madre. Lei era una soprano americana ed era venuta in Italia proprio per cantare in quel teatro così prestigioso. È stato estremamente appagante anche per lei, l’arrivo di una carriera.»
Veramente pensi che saranno il tuo ultimo album e il tuo ultimo tour?
«Questa è una questione probabilistica. Già scrivere un album alla mia età lo considero un piccolo miracolo. Tra un decennio avrò 83 anni e insomma…»
Ma anche se dal precedente album di inediti Fibrillante sono trascorsi undici anni, perché devono passare almeno dieci per preparare il prossimo?
(sospira…) «Per avere cose nuove da dire. Passa molto in fretta il tempo man mano che si invecchia. Te ne accorgi perché dici sempre più spesso «siamo già a maggio… siamo già a Natale…» Tutto scorre più velocemente, perché hai molto più passato da ricordare. La tua memoria in proporzione è molto più “occupata”. Alla mia età le cose che ho fatto dieci anni fa mi sembrano ieri. Anche l’ultimo disco, poi c’è stato il covid, questa enorme cesura, questo vuoto.
In fondo però è anche una questione di scaramanzia, perché, poi se viene fuori un altro album, dirò «signori, mi spiace avevo sbagliato».»
Il motivo di questi intervalli così lunghi è che le idee vengono fuori più lentamente con il trascorrere dell’età oppure è dovuto al fatto che sei più critico con te stesso di quando eri più giovane?
«Non è che sia tutto facile adesso, tutto è rallentato. Io cammino più piano, perdo il tram perché non riesco più a rincorrerlo. E scrivere è complicato, specie quando non vuoi fare la solita cosa nello stesso stile, ma vuoi darle un senso, cercando, come ho fatto in questo disco, che sia nel presente e realizzato insieme a qualcuno con cui provare un salto qualitativo. Non è inseguire le mode, è usare gli strumenti del presente.»
Non è che hai dimenticato il caro, vecchio blues? Abbandoni le radici alla ricerca del futuro con l’elettronica?
«Anche se ho una diminuzione dell’udito e un acufene che mi disturbano e mi obbligano a fare musica in un certo modo, molto più soft e con le elettroniche, e anche se non posso più suonare la chitarra per una tendinite cronica posturale dovuta alla posizione sbagliata che ho sempre adottato per suonarla, accentuata anche da una caduta dalla bicicletta, non abbandonerò mai il blues. Continuerò a cantarlo.
Il blues è un’altra identità, come c’è Peter Parker e l’Uomo Ragno, il mio Parker è il blues, che è stato il primo genere che ho cantato dai 14 ai 19 anni. Nasco come cantante di blues, come può testimoniare mio “fratello” Fabio Treves (l’armonicista milanese fondatore della Treves Blues Band, il primo gruppo italiano dedito solo al blues, ndr.), e poi sono diventato cantautore. E Tutto è l’evoluzione della mia parte cantautorale che scrive in italiano.
Però nel 2026 ricorrerà il ventennale di un concerto straordinario, Blues in Idro, fatto all’Idroscalo di Milano con la mia band Anima Blues e con la partecipazione di Sugar Blue (il “rivoluzionario” armonicista americano che ha suonato anche con i Rolling Stones, ndr.), e penso che ne pubblicherò la registrazione.
Ma sarà per l’anno prossimo, questo è l’anno di Tutto.»







































