Italia über alles, verrebbe da dire. Quando si ascoltano gli ultimi prodotti della nostra scena jazz c’è sempre di che rimanere soddisfatti ad ascoltare. Sia perché i musicisti italiani sanno elaborare approcci innovativi e inediti, sia perché sanno portare a livelli molto alti la realtà sonora cui fanno riferimento. Vi presentiamo qui quattro album molto diversi tra loro, ma che insieme sanno offrire una panoramica sostanziale e sostanziosa di quanto realizzano i nostri jazzisti, anche i meno noti al grande pubblico.

Johnny Lapio e Arcote Project
Aurora (Setola di maiale)
Voto: 9
Il progetto nasce dall’atelier delle Arti Contemporanee e Terapeutiche, Arcote appunto, fondato a Torino nel 2009 dal trombettista sperimentatore Johnny Lapio. Questa realtà di impegno sociale, nata in un quartiere cittadino problematico, che ha il merito di aver portato il jazz in scuole, ospedali, case popolari, comunità, giardini, borghi, gallerie d’arte, tetti del quartiere, cortili, università, si è affermata ed è riconosciuta anche all’estero, grazie alle proposte artistiche, ai progetti educativi, alle performance, alla didattica e agli eventi, cui sono stati invitati musicisti di fama.
Lapio, che ne è tuttora il direttore artistico, è un riferimento in Italia nell’ambito del jazz di avanguardia e di ricerca, ha suonato in mezzo mondo e vanta collaborazioni con personaggi del calibro di Anthony Braxon, Rob Mazurek, Satoko Fuji, Giancarlo Schiaffini, Famoudou Don Moye, fino al compositore di musica contemporanea Sylvano Bussotti, con cui ha firmato tre opere. Dopo gli album con il Porta Palace Collective, oggi ripropone il quintetto di riferimento dell’associazione, attivo fin dagli inizi, aperto a inclusioni e collaborazioni e di cui ricordiamo i precedenti cd Antroposophie e Schiano graffiti.
Aurora è dedicato all’omonimo quartiere situato a cavallo della Dora Riparia, degradato e insieme crocevia di culture e di storie provenienti da tutto il mondo. Lapio ne coglie il senso e l’umanità in una suite divisa in cinque parti, che fa onore al jazz italiano. Un piccolo capolavoro che combina scrittura musicale, conduzione e improvvisazione libera, che porta il jazz a confrontarsi con sé stesso, la sua storia e i suoi percorsi più estremi, che sviluppa tematiche concettuali oppure visionarie, iridescenze di matrice free e violenze post davisiane. Con il solismo prezioso e infuocato dell’altro fiatista, Francesco Partipilo ai sassofoni, e il supporto vigoroso dei ritmi Michele Anelli al contrabbasso e Davide Bono alla batteria, oltre che dello stimolante pianista Lino Mei, il leader e compositore assembla un fil rouge che coinvolge emotivamente, in cui gli sbalzi di tensione non cedono mai alla retorica espositiva e che mantiene la rotta con ferma determinazione e toni asciutti anche nei “pieni” di sapore quasi orchestrale. Un lavoro da macerare nella mente e negli ascolti, il cui standard qualitativo non di rado tocca i livelli dei più grandi.

Nascente
NaSceNTe (Barly)
Voto: 8
Il gruppo Nascente, che si presenta con questo omonimo lavoro, allinea personaggi di pregio del nostro jazz, a cominciare dalla splendida vocalist Maria Pia De Vito (in due sole tracce) e dal supercontrabbassista Francesco Ponticelli, insieme con musicisti meno noti al grande pubblico, ma di qualità certa, come il batterista Alessandro Marzano, vero deus-ex-machina del progetto (che arriva a due anni di distanza dal suo precedente lavoro dedicato al songbook di Thelonious Monk), come il pianista Guglielmo Santomone, giovanissimo autore dell’unico brano inedito del cd (Chorinho pe ttè che non sfigura affatto, anzi), e il suadente trombonista Federico Pierantoni.
«Si tratta di un approfondimento sulla musica d’autore brasiliana, una forma di studio che si è trasformata in un disco, con brani che solitamente nascono dalle parole, ma con una musica talmente significativa da poter vivere anche senza il testo», spiega Marzano. Oggi il rapporto dei jazzisti italiani con la musica brasiliana, partito dalla bossa nova, tende ad allargarsi alle sonorità contemporanee, che più o meno ruotano attorno al cosiddetto tropicalismo. E anche Nascente si apre e chiude con due brani del più grande, Antonio Carlos Jobim, Retrato Em Branco e Preto e Ligia, passando per autori “moderni”, quali sono Edu Lobo (Beatriz), Chico Buarque (Leve) ed Egberto Gismonti (Agua e vinho), e la ripresa del samba-canzone del 1955 Neste Mesmo Lugar di Armando Cavalcanti e Klécius Caldas.
Il lavoro si fa notare per la maniera elegante e personale di trattare la materia “Brasile”, senza cedere alle facili trame sia di proposta che di suono molto diffuse nel settore. La scelta generale è quella di utilizzare temi lenti da ballad per riempirli di un jazz sincero e in espansione. I musicisti decorano con un inchiostro dai colori acquerellati e cangianti queste pagine non celeberrime e sviluppano trame sottili dal sapore sempre ispirato, suscitando un’emozione impalpabile in ogni frangente. Se in più si aggiunge che i brani sono stati tutti registrati “buona la prima!” (e qualche imperfezione qua e là lo conferma), benché il livello di godibilità ovviamente non cambi, di certo il rispetto per il gruppo sale esponenzialmente, nonostante il loro nome faccia pensare alla supplica «siamo appena arrivati, siate indulgenti!».

Alessandro Altarocca
ASH (Alfa Music/Egea)
Voto: 8
Alessandro Altarocca è un nome che risuona con eleganza nel mondo del jazz italiano e non solo (in ambito pop ci piace ricordare la sua partnership con il compianto cantautore Roberto Ferri). Pianista di grande esperienza, vanta la partecipazione a oltre 40 album di musicisti di varia estrazione e collaborazioni di pregio in concerto e in sala. L’ultimo album a suo nome, I Love You Porgy (firmato con il cornista Giovanni Hoffer), aveva affrontato la materia gershwiniana con intelligenza e curiosità, eppure questo suo nuovo esito ha dovuto attendere più di sette anni.
L’album si compone di otto tracce più la ripresa in forma di radio edit del tema più accattivante e dal crescendo incalzante: Pra Deide. Due le riprese di evergreen jazzistici, Bye Ya di Thelonious Monk e un effervescente Witch Hunt di Wayne Shorter, che danno un po’ i riferimenti “classici” entro cui si muove la creatività di Altarocca, autore di tutti gli altri brani. Il progetto è quello del trio pianistico, con l’ottimo batterista cubano Horacio “El Negro” Hernandez e i due bassisti – Stefano Senni allo strumento acustico e Andrea Taravelli a quello elettrico – che si alternano ad amalgamare il suono.
La struttura dell’album è ben bilanciata, alternando brani più ritmati (l’iniziale Arguing convince da subito) a momenti di introspezione e melodia (Cool Stevie su tutti), in cui brillano la tecnica pianistica del leader, capace di abbordare con savoir faire tutti i registri e di mostrare un raffinato senso armonico, e quella secca, puntuale, catalizzatrice, propulsiva del batterista. Tutto scorre in maniera convincente e originale, un’onda di moderno mainstream che potrebbe settare lo standard del jazz attuale: una sorta di asticella al di sotto della quale sta non solo la mediocrità ma anche la bontà un po’ troppo adesiva ai riferimenti della trimurti Monk-Evans-Jarrett. ASH, acronimo che raccoglie le tre lettere con cui iniziano nome e cognome dei principali protagonisti, sviluppa vera energia e si pone in un’autentica connessione con l’ascoltatore che ama il jazz e ne conosce gli sviluppi, mettendolo in condizione di cercare nella memoria richiami e ricami del passato, quasi sempre senza riuscirci.

Loris Donatelli
Blue Taxi (PlayCab)
Voto: 7/8
Debuttare a 47 anni per un musicista diplomato in conservatorio summa cum laude, concertista negli ambiti sonori più vari, docente di lungo corso e autore di sonorizzazioni è senz’altro una sfida. E quella del musicista abruzzese è contro tutto e contro tutti, tanto che si presenta nelle vesti di unico performer alle sei corde acustiche ed elettriche, compositore di cinque degli otto brani, arrangiatore, produttore, mixer, grafico e autore dell’artwork del cd. «Ogni brano è un piccolo universo autonomo e metafora di un’esplorazione interiore», dichiara. «Con Blue Taxi ho voluto realizzare un album che fosse un ponte tra tradizione e innovazione, in cui ogni nota racconta un frammento di vita. È un lavoro intimo ma universale, un progetto solista che parla a chi ama perdersi e ritrovarsi nella musica».
La tradizione jazzistica è rappresentata soprattutto dai tre standard senza tempo che Donatelli affronta con coraggio. Autumn Leaves (sarebbe meglio dire Les feuilles mortes di Joseph Kosma del 1945) rievoca momenti alla Joe Pass e vola su un assolo di due chitarre contrapposte, ’Round Midnight del 1943 di Thelonious Monk è una ballad introspettiva che chiude in crescendo elettrico e All Of Me di Gerald Marks e Seymour Simons, brano che vanta oltre 2000 riproposte dal 1931 a oggi, suona ipnotico e notturno.
I suoi brani sono invece dei veri e propri tourbillon interiori, come titola la track 6, ma distesi in un jazz che sa esplorare sonorità acustiche ed elettriche con un approccio introspettivo, con un uso sapiente di loop, dissonanze e improvvisazioni, con un riferimento anche al metodo del compositore contemporaneo Olivier Messiaen. Il chitarrista pescarese elabora una mappa emotiva in cui si ritrovano omaggi a McCoy Tyner e valzer jazz modali, trame armoniche imprevedibili e groove funk, dissonanze poetiche e vortici di suoni. Il tutto chiuso con il magnifico blues Quarter Past Twelve.





































