Tener-a-mente: intervista a Viola Costa, direttrice artistica

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anfiteatro del vittoriale tener-a-mente intervista

Da quasi 15 anni il Festival Tener-a-mente è garanzia di musica di qualità in uno degli scenari più suggestivi del mondo: l’anfiteatro del Vittoriale a Gardone Riviera, in provincia di Brescia.
Anche quest’anno, per la quattordicesima edizione, il cartellone è ricco di appuntamenti, soprattutto internazionali. Da Anastacia a Mika, passando per Morrissey e Brandi Carlile, fino alla musica d’autore italiana, con Vinicio Capossela e Antonello Venditti (con doppia data).
Trovate il calendario completo della manifestazione in fondo all’articolo.

Abbiamo raggiunto telefonicamente la direttrice artistica del Festival, Viola Costa, per un’intervista in cui ci racconta quest’avventura lunga 14 anni insieme a Tener-a-mente, tra passato e presente, con uno sguardo anche al futuro.

Volevo iniziare dai numeri dell’anno scorso, perché dall’Anfiteatro è passata praticamente tutta l’Italia (105 province su 110), e mezzo mondo con 54 nazioni diverse tra gli spettatori.

Sì, e devo dire che non è nemmeno una sorpresa, è una tendenza che ormai si conferma a tutti gli anni.
Il dato che merita un’analisi un po’ più precisa è quello internazionale, anche se credo che siano numeri che convergono nel dare un segnale molto chiaro, e cioè che non ci rivolgiamo al pubblico già presente sul territorio.

Sembra una banalità, ma poiché il nostro festival si svolge in un luogo turistico, diciamo che il primo pensiero spesso è quello che il pubblico sia quello dei turisti presenti sul lago. In realtà purtroppo non è mai così. Non è così storicamente, perché siamo alla quattordicesima edizione.
Il pubblico presente sul lago, che è un pubblico internazionale, tende a riversarsi copiosamente al Vittoriale, quindi alla parte museale durante il giorno, ma in orario serale ogni struttura ricettiva tendenzialmente tende a trattenere gli ospiti, quindi noi non abbiamo questo tipo di travaso.

Perciò abbiamo dovuto necessariamente costruire un cartellone che richiamasse pubblico da lontano. Un pubblico che è disposto a muoversi, magari perché già ha in programma un viaggio in Italia. Del resto abbiamo un cartellone molto spesso di artisti comunque di culto, di nicchia, ma di culto.
Questa è un po’ la chiave che ci consente di fare questo: rivolgerci al fan che è disposto a fare tanta strada pur di vedere il concerto del suo artista preferito. Il tutto arricchito da un contesto così affascinante come quello dell’anfiteatro.

Anche quest’anno, infatti, il cartellone è prettamente internazionale. Su 14 concerti sono solo 3 quelli di artisti italiani: i due di Venditti e quello di Vinicio Capossela.

Devo dire che percentualmente è perfino alta, perché sono 3 su 14, neanche così poco rispetto ad altre edizioni in cui era ancora maggiore la presenza degli ospiti internazionali.

Credo che questo dipenda dal fatto che l’identità del cartellone fa sì che guardiamo spontaneamente agli artisti di tutto il mondo. Quello che ci interessa non è tanto la provenienza quanto un altro elemento identitario, dal nostro punto di vista. Noi cerchiamo quegli artisti che riteniamo abbiano qualcosa da dire, un’urgenza espressiva.

Magari questo si traduce nello scegliere artisti lontani dal mio gusto personale – parlo di me perchè la selezione la faccio io – però riconosco loro quel tipo di qualità, ovvero che non fanno musica di intrattenimento, ma musica che deriva da un’urgenza di comunicare qualcosa.
Questo senza nessun tipo di giudizio per la musica di intrattenimento, la nostra è solo una scelta di campo.

Anche quest’anno si conferma l’appuntamento con Più luce! e la poesia. Nel 2024 sono arrivati più di 1300 spettatori per la serata dedicata al tema. È un segnale che c’è ancora posto per la poesia in un mondo moderno che sembra non averne?

È un segnale fondamentale, dal nostro punto di vista.
Grazie per la domanda, perché è proprio uno degli appuntamenti a cui noi teniamo di più, ed essendo a ingresso gratuito lo facciamo puramente per il piacere di fare quella cosa in quel luogo.

Siamo a casa di Gabriele D’Annunzio, all’interno del Vittoriale degli Italiani. Il nostro omaggio al padrone di casa è in un certo senso duplice: D’Annunzio era un uomo estremamente moderno, amante di tutto ciò che era nuovo, futurista non nel senso della corrente artistico-letteraria, ma proprio nel senso quasi letterale del termine.
Quindi la scelta di una programmazione moderna e contemporanea dal punto di vista musicale ci sembra in qualche modo coerente con il suo spirito.

Accanto a questo, poi, c’è l’evento che omaggia il genere letterario d’elezione di Gabriele D’Annunzio, la poesia. Nel caso particolare dell’appuntamento poetico la curatrice è Paola Veneto.
Non so se abbia facilitato il fatto che la nostra squadra organizzativa sia quasi completamente al femminile, però la sensibilità, lo sguardo poetico credo che ci appartenga molto e ci unisce. Per noi, quindi, è estremamente importante rendere omaggio a questo genere.

Il dato di grande soddisfazione del vedere un teatro quasi sempre pieno come l’anno scorso è quasi rivoluzionario. Direi silenziosamente rivoluzionario, perché basta andare in una qualunque libreria e osservare non solo le dimensioni degli scaffali dedicati alla poesia ma anche la loro ubicazione, dietro l’ultimo angolo dell’ultima stanza.
Questo la dice lunga su quanto poco la poesia venga considerata un genere popolare quindi per noi questo risultato è di grande soddisfazione.

Qual è la sfida più grande nell’organizzare un festival in un posto che è sì magnifico, forse la location più bella d’Italia per i concerti, però con una capienza che rispetto ai grandi spazi dei concerti estivi è un po’ risicata?

Il punto è trovare l’equilibrio e, banalmente, la sostenibilità. Questo lo dico perché il Festival del Vittoriale si regge per oltre il 90% sulla vendita dei biglietti. C’è un enorme rischio d’impresa, e di conseguenza vendere i biglietti e riempire il teatro diventa fondamentale per restare in piedi.

Per ogni singolo concerto dobbiamo fare dei conti molto attenti ai margini. A volte capita, come con il cartellone di quest’anno, di avere artisti che probabilmente anche con il teatro pieno non copriranno interamente i costi. Sono, se vogliamo, quel regalo che ci facciamo in omaggio al nostro lavoro.

All’inizio c’era anche la difficoltà di convincere artisti internazionali per i quali l’Italia è Milano e Roma a rinunciare a Milano, perché troppo vicina geograficamente, per venire a suonare a Gardone Riviera.

Oggi, invece, riusciamo anche a fare ragionamenti costruttivi con le agenzie per cercare di convincere alcuni artisti magari a rinunciare a una parte di cachet e venire a suonare al Vittoriale. Questo ci è riuscito con il concerto di Morrissey, che corteggiavo da anni, e potrei citare tantissimi esempi in passato di artisti che hanno fatto questa scelta e credo che non se ne siano pentiti.

Quando gli artisti salgono su quel palcoscenico è sempre chiara anche la loro emozione, traspare immediatamente. Questo credo che condizioni inevitabilmente anche la performance. E la condiziona anche per il pubblico, perché ha una vista spettacolare sul lago.

In 14 anni quali sono stati i momenti più emozionanti secondo lei del festival e le soddisfazioni più grandi?
Io ho un ricordo particolare risalente a un concerto di De Gregori di qualche anno fa: sentirlo cantare, Il cuoco di Salò, immerso nei luoghi raccontati nella canzone è stata un’emozione speciale.

C’è una potenza che è proprio immediata, e parla a tutti. Quel luogo, anche vuoto, prima di iniziare ad allestirlo per il festival, trasuda tutta la storia che è passata di lì, e non solo quella musicale.
Siamo all’interno di quella è stata la casa di un grande poeta, un personaggio che ha segnato indelebilmente la storia del secolo scorso nel nostro Paese.

Quel palco, poi, è stato un palco di riferimento negli anni ’70 e ’80 per la prosa e per la danza: lì ha ballato per le prime volte Carla Fracci, ci sono stati i più grandi attori di prosa italiani che sono passati da quel palco. Adesso ormai c’è anche una lunga tradizione di grandi musicisti, e tutto questo si respira. Quando poi si sublima nell’incontro con un artista che pronuncia parole che sembrano scritte per quel posto, l’emozione è alle stelle.

Quello che cito sempre, ma forse sono condizionata dal fatto che era la prima edizione del festival, quindi per me era tutto meraviglioso, nuovo e impensabile, è Lou Reed.
È stato il suo ultimo tour in Italia, era palpabile la sua sofferenza, lo dovevano sorreggere perché arrivasse sul palco al microfono. Però quando ci è arrivato e ha aperto bocca, pur sentendo la sofferenza nella voce, ho la pelle d’oca ancora adesso nel pensarci.

Quello è uno dei concerti che non dimenticherò mai, come non dimenticherò mai il concerto di Keith Jarrett, che ci fece impazzire da tutti i punti di vista, prima e durante, però fu assolutamente sublime visto in quel contesto.

L’anno prossimo il festival compirà 15 anni. Ci sono nuove idee per il futuro, nuove sfide, oppure format che vince non si cambia?

La sfida inizia quest’anno, in realtà. Io credo che di queste 14 edizioni, quella che sta per cominciare è stata senza ombra la più complicata da organizzare. Negli anni passati ci sembrava di aver trovato una chiave, invece quest’anno abbiamo dovuto rimetterla in discussione per molte ragioni.

Prima di tutto l’Italia è sempre più fanalino di coda dell’Europa dal punto di vista dell’itinerario dei grandi artisti internazionali nella costruzione dei loro tour. La quantità di “non verremo in Italia” che ci siamo sentiti dire quest’anno è insuperata.
In aggiunta a questo, i costi sono diventati folli: le produzioni, tutto quello che arriva con l’artista, e anche quello dobbiamo procurare noi per rendere possibile l’allestimento del festival.

Questo ci ha allontanato alcuni artisti che fino a qualche anno fa erano alla nostra portata, per quanto magari senza margini di guadagno. Ormai, invece, certi nomi sono assolutamente diventati irraggiungibili.

Quale potrebbe essere il modo per combattere quest’impennata dei costi?

La strada che quest’anno abbiamo iniziato a esplorare con più convinzione e che potrebbe delinearsi come la nuova identità di quel luogo è proprio quella di spitare per la prima volta in Italia tutta una serie di artisti che altrove sono già quasi mitologici ma in Italia non sono mai stati. Questo però porta ad assumersi un rischio d’impresa enorme, perchè non c’è uno storico di come il pubblico risponderà. Potrebbe rispondere benissimo come potrebbe non rispondere affatto.

Mi dispiace tornare sempre su un tema economico, ma purtroppo bisogna anche uscire dalla favola che fare i direttori artistici voglia semplicemente dire sbizzarrire la propria creatività o fantasia. Bisogna essere estremamente rigorosi e trovare sempre la quadratura fra quella che è la propria ispirazione e la propria aspirazione e la sostenibilità dei progetti.
Credo che sia il destino dello spettacolo, soprattutto nel nostro paese che di fondi per la cultura e per lo spettacolo ne ha sempre meno.

Il programma di Tener-a-mente 2025

27 giugno – Hermanos Gutierrez
28 giugno – The The
5 luglio – Marcus King Band
9 luglio – Finneas
13 luglio – Bill Callahan
14 luglio – Brandi Carlile
15 luglio – Anastacia (sold out)
17 luglio – Kamasi Washington
19 luglio – Più luce! Vivere due volte, viaggi di-versi (poesia)
23 luglio – Morrisey (sold out)
24 luglio – Mika (sold out)
25 luglio – Vinicio Capossela
26 luglio – Antonello Venditti (sold out)
27 luglio – The Kenny Wayne Sheperd Band
29 luglio – Antonello Venditti

biglietti sono in vendita sul sito www.anfiteatrodelvittoriale.it

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