La guerra di Cesare

Ribellarsi è giusto. E sardo

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La guerra di Cesare
di Sergio Scavio
con Fabrizio Ferracane, Alessandro Gazale, Luciano Curreli, Francesca Ventriglia, Sabina Zicconi, Antonello Grimaldi

Mauro Chessa (Gazale) guardia giurata infelice e manesca fa il tiro a segno nel nulla e vorrebbe padroni arabi invece che cinesi. Cesare Manca (Ferracane) guardia giurata un po’ surreale ha una moglie infelice e fa danza nel dopolavoro con l’idea che la musica è finita nel 1983. Stanno per perdere il lavoro in una miniera sarda che sarà ceduta. Il sindacalista che dovrebbe difenderli gira con la bombola d’ossigeno (metafora del sindacalismo sfiatato?). A questo punto temi un documentario deprimente sulle realtà lavorative abbandonate dalle multinazionali, e invece, dopo un’inutile fiammata di protesta in cui Mauro salta in aria, ecco che Cesare molla tutto e come l’eroe del Bianciardi della Vita agra va in guerra contro l’azienda che sta per svendere la miniera ai cinesi: porta con sé candelotti di dinamite e il fratello fragile di Mauro, Francesco  (Curreli), svanito e maniaco dell’eleganza che gira con una foto di Cossiga sottobraccio e ne tesse le lodi con aneddoti gustosi. Un on the road sardo tra il demenziale e il surreale, in certi momenti una variante isolana degli eroi di Kaurismaki: affittacamere paralitici (il regista Grimaldi), travestiti che amano danzare, locali disco pieni di segni religiosi,  riferimenti cinefili  e bombaroli (Il bandito delle 11 di Godard, qui in versione originale, Pierrot le Fou). Film discontinuo, malinconico, a volte esilarante, con una metafora tragica: attenti all’asino cieco. Ferracane premiato al Bif&st.

 

 

 

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