Per citare un altro monumento della musica italiana, l’amore di Ilaria Pilar Patassini per Paolo Conte, che si srotola nelle 18 canzoni di Canto Conte, ci “piace guardarlo salire come un grattacielo di cento piani o come un girasole. E a ogni piano c’è un sorriso per ogni inverno da passare, a ogni piano un Paradiso da consumare.” L’impegno della vocalist e cantautrice giunta all’ottavo album a suo nome è stato quello di farsi “soggetto e oggetto” dei brani scelti e “interprete di tutti i personaggi della storia, trombe lucidate comprese”, perché, benché si possa «pensare che le sue canzoni abbiano caratteristiche e graffi troppo persistentemente maschili per essere interpretate da una donna, nelle storie che racconta, nei piccoli fortissimi film che proietta sulle quinte del palcoscenico, nei recitativi sbocconcellati ed estatici, nei tanghi e nelle milonghe, io sento una salda femminilità, una sensualità battibeccante, irresistibile e segreta, fatta di pochissime sillabe e molti fiati.»

Sorretta dagli arrangiamenti dell’ottimo Angelo Valori e dalla corposa propulsione dei 14 archi della sua, e del Conservatorio di Pescara, Medit Orchestra (che vanta collaborazioni a cinque stelle con i Manhattan Transfer, i Take 6, Dee Dee Bridgewater, Maria Pia De Vito, Avion Travel, Malika Ayane, Morgan), cui si somma il contributo dei solisti Manuel Trabucco a clarinetto e sassofono, Danilo Di Paolonicola alla fisarmonica e Alessandro d’Alessandro all’organetto, Patassini riesce a «portare alla luce l’ulteriore bellezza di queste canzoni, il loro stare di casa a teatro».
Ed è magnifico anche il loro uscire dalle casse di un impianto stereo di qualità, che sappia restituire tutti i colori di violini e violoncelli, di contrabbassi e via dicendo, magari in una dimensione riservata, personale, racchiusa. Perfetta per il cantautore Conte, che ha sempre avuto la misura di ciò che proponeva, nel raccontarci le più minute e banali delusioni o consolazioni di un provincialismo piccolo-borghese, sul quale pesa, immobile e decadente, una quotidiana noia di paese che ha come presupposto la solitudine. Ogni volta mentre la sua musica prende il volo per la Parigi di Sidney Bechet e del Crazy Horse, per l’America del jazz e il Sudamerica del tango e della milonga.
Esploratore di memorie e di piccole cose, avventuriero in terre fantasiose dove crescono magia e mistero, cercatore d’oro in un mondo collocato ai margini, con una personalissima malia di stile e di linguaggio, Conte, con le sue sottigliezze, il garbo, l’introspezione, l’improvvisazione, l’imprevedibilità, ha sempre mostrato l’impossibilità altrui di possedere le sue canzoni. Come cavalli selvaggi. Come donne ritrose.
Pilar si prende, insieme a Valori, il carico di domarle, di confezionare quelle che danno «voce e corpo alla parte femminile ed erotica di Conte, che scrive spesso con una carica di sensualità oserei dire, in purezza», di individuare quelle alle quali «potevo dare davvero qualcosa di mio senza sembrare fuori luogo», comprese tra Azzurro, datata 1968, e Snob del 2014, passando per Messico e nuvole, Dancing, Come di, Alle prese con una verde milonga, Madeleine e via dicendo.
Se Conte è trasognato e ammiccante, leggero e naïf come un acquerello polinesiano, Patassini è ricerca di una perfezione impossibile, poiché l’oggetto del desiderio è preesistente, quindi irraggiungibile. Se Conte vive i suoi brani in ironico e autoironico distacco dalla materia trattata, lasciando spesso che la vicenda narrata si perda attraverso il delinearsi delle segrete passioni, delle nascoste fantasie, delle sconfitte recuperate e soprattutto degli amori non amati, Patassini avvolge i brani di una purezza di intenzioni e di una rispettosa devozione, restando nei colori e nei mondi musicali che le appartengono.

Con arrangiamenti fantasiosi e mutevoli, pienamente rispondenti all’esigenza di far scorrere i “momenti” del lavoro come i fotogrammi di un film, e la voce gonfia di armonie, di sospensioni di incantevole sfrontatezza, di forza viva come una speciale ginnastica mentale, Canta Conte ci porta dentro un fuoco pirotecnico di straordinaria vivezza. Gli archi vivono ogni singolo umore delle storie di cui diventano indirettamente protagonisti e gli strumenti solisti parlano il linguaggio di suoni d’antan che diventano oggi.
Il rispetto per le strutture originali dei brani e la raffinata scrittura delle parti esaltano il “bello della scarsità” e la “gozzaniana nostalgia” degli originali, le voci – da quella senza pecche della protagonista a quelle della fisa e delle ance oppure dell’organetto e del pianoforte di Valori, solitari in Come mi vuoi – restituiscono solidità alle canzoni, le ancorano, cariche di momenti calcati e di atmosfere calde, a una vita che è eterna commedia.







































