Le parole di Mistiche ribelli sono di un’intensità assoluta. Da un recitato Cantico delle creature di san Francesco d’Assisi si passa ai Manoscritti del Mar Morto, testi del popolo degli esseni risalenti al I secolo avanti Cristo, da una delle bellissime Poesie mistiche del sommo poeta persiano Jalal al-Din Rumi al “canto della notte” degli indiani navajo, da un mantra del cuore della tradizione buddhista mahayana alla canzone di un troubadour occitano dell’XI secolo, dai versi dello scrittore e paroliere Luca Chino Ferrari e della cantante Dorothy Moskowitz Falaski (già con gli United States of America) a quelli in forma di mantra dei leader dell’ensemble Enten Hitti Pierangelo Pandiscia e Gino Ape.
Il gruppo aperto milanese, fondato nel 1995, che lavora da sempre sulla sperimentazione sonora e la dimensione rituale della performance, ha scelto già nel precedente album del 2022 Via Lattea di seguire con la musica l’itinerario che ispira loro la scelta di parole che si fanno poesie infinite in grado si raggiungere il più profondo sé di chi le ascolta con mente aperta. Seguendo le diverse correnti mistiche da cui sono ricavati le liriche di cui abbiamo detto, in Mistiche ribelli la voce della solida Carmen D’Onofrio, che, con il violinista Giampaolo Verga e il tastierista e polistrumentista Jos Olivini, completa l’attuale line up a cinque degli Enten Hitti, e quelle di numerosi ospiti (Tito Rinesi, Ilaria Drago, Samantha Cinquini e la citata Moskowitz, cui si aggiungono l’ottimo arpista Vincenzo Zitello, il pianista Theo Allegretti e alcuni altri) conducono i compagni verso ritmi ripetitivi che inducono una sorta trance perfetta per esplorare gli stati “estatici” della mente, verso atmosfere rituali da messa solenne, verso minimalismo baroccheggiante, verso suggestioni etniche e suoni naturali.
Reduci nei molti anni di attività, Pandiscia, che suona liuto, gong, conchiglie tromba, salterio ad arco e percussioni, e Ape, impegnato a oboe, flauti, xilofono, pianoforte e santoor, hanno sviluppato un’abilità assoluta nel condurre il loro ensemble verso una ricerca del sacro presente in ognuno di noi al di là di ogni connotazione o fede religiosa. Artisti intelligenti e colti, propongono una sorta di macchina del tempo capace di esplorare la dimensione della musica ambient di Vangelis ed Hector Zazou, quella rischiosa e ipnotica come una danza sufi del filosofo e compositore armeno Georges Ivanovich Gurdjeff, con le sonorità new age più avanzate di Andreas Vollenweider e Karunesh e persino quella di band acclamate come i Massive Attack e i Dead Can Dance, senza eludere uno spirito di ricerca personale ed eclettico.
E oggi, in un mondo in cui, oltre alle nostre ombre individuali, dobbiamo fare i conti con un clima mondiale cupo e spesso inumano, abbiamo tutti un bisogno forte di mantra che ci aiutino a concentrarci e a raggiungere uno stato di calma e meditazione, accompagnati da una musica limpida, ripetitiva, coinvolgente, sensibile, la cui cifra stilistica si muove in mille direzioni emotive, veicolo struggente per dialoghi commossi, intensi, sofferti, con sé stessi.







































