Sono stati pubblicati da poche settimane i nuovi album di due talentuose violiniste italiane, cui vale la pena offrire attenzione, come hanno già fatto le etichette internazionali che pubblicano i loro lavori e tutti gli ascoltatori delle loro performance sui palcoscenici italiani e non.
La friulana Ludovica Burtone, che, oltre a comporre e arrangiare, è anche violista e didatta, si è formata in ambito classico fra Udine e Barcellona, per poi diplomarsi in composizione jazz presso il prestigioso Berklee College of Music di Boston. Si ferma negli Usa per impostare la sua carriera e si sposta a New York, dove ottiene collaborazioni importanti con jazzisti come Ron Carter e Kenny Garrett, formazioni rock come i Dream Theater e gruppi di musica sudamericana, esibendosi su palchi rinomati della Big Apple e di Boston. Il suo esordio da titolare su album avviene nel 2023 con Sparks, che somma un quartetto d’archi e un trio pianoforte-basso-batteria, mentre è uscito da poco il suo secondo lavoro Migration Tales per l’etichetta di Brooklyn Endectomorph Music.

La piemontese Anaïs Drago, diplomata al conservatorio in violino e composizione e arrangiamento jazz, ha completato la sua formazione con campus a Londra e a Perugia. Negli anni ha collaborato con jazzisti del calibro di Enrico Rava, Louis Sclavis, Maria Pia De Vito, Paolo Damiani, Antonello Salis e via dicendo e vari musicisti pop, in particolare con Ultimo e con i chitarristi Luca Colombo, Cesareo, Giacomo Castellano e Alberto Radius. Partecipa a numerose session discografiche e vince diversi premi, tra cui il Seifert Competition 2024 di Cracovia, riservato a strumentisti ad arco che fanno jazz.
Il suo albo d’esordio è Anaïs Drago & The Jellyfish del 2018, ispirato a Frank Zappa, nume di riferimento della violinista, che gli dedicherà anche il terzo lavoro di un lustro successivo Shake Your Duty, riprendendone le musiche. In mezzo sta Solitudo (2021), molto apprezzato dalla critica specializzata, che, nel poll della rivista Musica Jazz, la premia come miglior nuovo talento del nostro panorama, insieme all’amica batterista Francesca Remigi. Da poco l’etichetta portoghese Habitable Records ha pubblicato il nuovo cd a suo nome, registrato con il trio Relevé di cui è leader dal 2023.

I lavori delle nostre due violiniste sono piuttosto differenti nella concezione, nelle idee sonore e nella struttura strumentale, anche se si muovono nella stessa dimensione del jazz “avanzato”. Migration Tales è stato registrato a Brooklyn e vede Burtone suonare in sestetto con altre tre donne agli strumenti solisti, le spagnole Marta Sánchez e Milena Casado, rispettivamente al piano e al flicorno, e l’argentina Julieta Eugenio al sax tenore. I ritmi Tyrone Allen II, americano, al basso e Jongkuk Kim, sudcoreano, alla batteria, completano la line-up. Revelé Live di Drago propone invece il trio omonimo, completato dal clarinettista Federico Calcagno e dal batterista e percussionista Max Trabucco, durante le esibizioni all’International Jazzfestival di Münster, in Germania, e al centro culturale Area Sismica di Forlì.
Le “storie di migrazione” sono un progetto musicale originale, dedicato alle donne emigrate nella Grande Mela, «un tributo al coraggio e alla resilienza degli immigrati ovunque essi siano». Quasi una suite unitaria in sette movimenti, a cominciare dalla intro Sono parole, che vuole suggerire la babilonia incomprensibile dei viaggi della speranza, fino alla conclusiva combinazione di improvvisazioni violinistiche e voci diversificate della leader con le tessiture elettroniche dell’americana Cleo Reed, che rappresenta in forma quasi speculare l’adattamento e la ritrovata identità.
Tutto il percorso, di cui sono parte integrante le parole “difficili” cantate dalla stessa Burtone, propone un jazz modernissimo eppure controcorrente, d’avanguardia e con pennellate di musica euro colta, in cui le improvvisazioni si incastrano come gioielli di una corona brillante e aguzza, che si posa oltre la fronte e penetra nella mente. Il lirismo del violino è stemperato e dilatato oppure sa farsi graffio e ferita. Gli inserti dei solisti ne seguono i tracciati con sensibilità oppure con rabbia, disegnando traiettorie parallele di approfondimento oppure di distensione.
The Name è ricerca e invenzione mentre Is This Rage è ribellione e follia sulle tracce del vecchio free jazz barricadero. La reprise del classico del brasiliano Egberto Gismonti Agua e Vinho è messaggio di speranza che attraversa varie atmosfere sonore. Outside My Window, con uno sguardo del diverso trattamento ottenuto durante la pandemia dagli immigrati a seconda della loro origine, è fatica nel capire e fuga da una non voluta sopraffazione, introspettiva e volante, angosciata e sospirosa.
Il disco di Drago è più scarno dal punto di vista della presenza strumentale, ma non è inferiore in ricchezza di contenuti, di idee, persino di “provocazioni”. Il suo trio prende il nome da un esercizio fondamentale della danza classica ovvero l’elevarsi sulle punte o mezze punte dei piedi, insieme oppure con il sollevamento dell’arto libero a qualsiasi altezza e in tutte le direzioni, e richiede una combinazione di forza, equilibrio e controllo massimo. Inoltre porta con sé il significato di leggerezza, di tensione, di anelito di infinito, quasi un battito d’ali prima di spiccare il volo.
La musica dei Revelé ne possiede lo slancio, lo spirito del movimento, e insieme l’intenzione plastica, la concreta leggerezza. «La musica, come la danza, è l’arte che meglio organizza il tempo e lo spazio», afferma Anaïs. «All’interno di un’esecuzione musicale c’è una continua successione di eventi sonori, così che il precedente sia nel passato e quello che sta per venire nel futuro, ma noi nell’ascolto lo percepiamo come un unico momento presente.» E il loro jazz contemporaneo, elaborato, colto, corrosivo, virtuoso, di grande perizia timbrico-ritmica, lontano da formule risapute, cavalca lo spirito della composizione istantanea (il tempo) per elaborare il senso di una ricerca che si sviluppa nella direzione della lievità e della flessibilità insieme (lo spazio).
La combinazione violino/clarinetto, specie quando l’uno è elettrico e l’altro basso, sostenuta, arricchita, suggellata da un gioco percussivo raffinatissimo, intesse intrecci che sanno essere Corto circuito – come l’imperscrutabile, volubile apertura – oppure Stasi cinetica, come il successivo brano, sospeso in un iperuranio catartico e primordiale. E sanno trovare il filo d’Ariana nei labirinti quasi free di brani scarni e graffianti come La battaglia, di rimandi illusori e allucinati come Momentum, ispirato all’omonimo acquerello di Paul Klee. Poi l’intro lenta, soffocante, infinita, de Le danze della realtà evoca i mondi futuribili di Alejandro Jodorowsky sfociando in un crescendo vorticoso, mentre l’intermezzo Nuovamente lancia il vocalizzo angosciato che apre le porte alla voglia di libertà e di follia di Out Of The Cage e al superbo finale dalle tinte etniche e dalla fantasiosa ricchezza di Balkan Nugget.






































