Sembrano due ragazzine Valentina Sanseverino e Angela Ciancio. Il viso da adolescenti, il cappellino da basket calcato sulla fronte anche al chiuso di una sala conferenze, jeans e magliette colorate. Ma l’impressione sfuma immediatamente appena le si sente rispondere alle domande. Sanno essere acute e inusuali nel loro raccontarci del primo joint album (in sostanza un EP di 7 brani della durata complessiva di poco meno di 20 minuti) in coppia, intitolato Le ragazze della valle. Vale Lp e Lil Jolie, questi i loro nomi d’arte, sono pronte a una platea importante, dopo l’esperienza di X Factor 2021 e l’album Guagliona dello scorso anno la prima e dopo gli EP Bambina (2022) e La vita non uccide (2023), intervallati dalla partecipazione ad Amici la seconda. Il loro elettro-rock energico mixato a un urban hip hop non di maniera, un po’ troppo over produced dal pur bravo Stabber, e il loro tiro senza pause non di rado sospinto da intuizioni post-punk e graffi avvolgono perfettamente testi di qualità e personali, che parlano di crescita, di amori, di incontri, di cambiamenti e di amicizia. Ne avremo contezza nelle date prossime venture della loro prima serie di concerti, di cui sono per ora già certi quelli del 25 a Milano (Mi Ami Festival) e del 31 maggio a Bagnacavallo RA (Sonora Live Fest), del 13 a Genova (Liguria Pride) e del 27 giugno a Ostuni BR (Sherocco Festival), del 4 a Napoli (La Santissima) e del 9 ottobre a Roma (Largo Venue). Intanto ascoltiamo le loro dichiarazioni.

I testi delle vostre canzoni ci presentano Le ragazze della valle come contraddittorie, con poche certezze e molti dietrofront. Voi che tipi siete?

  1. «Sono e siamo assolutamente così, anche se sono tali che forse servirebbero tutti gli aggettivi del mondo. Soprattutto siamo persone che non scelgono e accettano il fatto di essere più cose insieme, anche certe volte opposte. Siamo sicuramente controverse e incoerenti e disturbanti, con tutti i difetti possibili. Ci piace essere così perché siamo vive. E, grazie alla musica, riusciamo a portare fuori una visione più larga che possa comprendere l’altro, oltre a noi.»

Intanto di che valle parliamo? Il ritorno al paese natio come una nuova definizione del sé?

J.«La valle può essere sì un luogo fisico, come la provincia da dove veniamo (il casertano ndr.), ma anche un luogo mentale. Tutto quello che è il perimetro che fa parte solo della tua testa, dal quale hai voglia di scappare e di emanciparti.»

album cover

Eppure ormai siamo tutti Google dipendenti. È lì che troviamo tutto, dal medico che ci cura all’amore che ci completa. Non è un poco triste?

V.«Assolutamente sì. Quello che dici in riferimento a Googlamore sottolinea proprio una tematica del disco, quella della solitudine. In un mondo dove siamo castamente portati a idealizzare tutto, come se noi stessi e gli altri e le cose che succedono non fossero mai abbastanza, e come se avessimo sempre dei punti di riferimento chiari, ci siamo sentite in dovere di prendere questa questione e di giocarci con ironia e anche con sentimento, non essendo assolutamente d’accordo con queste dinamiche. Infatti Googlamore è un pezzo un po’ nostalgico e ribelle, sottolinea come tutte le cose che desideravamo quando eravamo piccoli sono oggi le nostre più grandi paure. Vivere in un mondo un po’ finto è una delle numerose, cui tanto tenevamo da piccole e che ci spaventa tanto.»

Cosa vi ha portato a questo elettro-rock dalle scansioni decise, avanzato e veloce, con più di un’iniezione quasi punk dell’EP?

V.«Abbiamo cercato di unire maniera naturale i nostri background musicali. Angela viene dal rock, dal blues e dal post-punk, io sono molto più hip-hop. Abbiamo cercato da una parte di unire con l’elettronica queste due sfaccettature opposte per cercare un nuovo linguaggio. Importante è stato certamente l’apporto che ha dato Stabber che ha fatto con noi il disco e ne è il direttore creativo, avendo lui un suono deciso e determinante. Ha fatto sì che questo progetto prendesse un sound preciso, non lontanissimo ma diverso dalle cose che facciamo con i nostri progetti solisti.»

J.«Stabber poi ha reso ogni sound aderente a quello che dicono i testi. Questo è stato un lavoro bello lungo, mentre le parole sono venute relativamente in fretta.»

Cantate “la solitudine individuale si intensifica quando si hanno legami forti”. È una contraddizione di termini, un po’ come tutta la canzone Dalle 9 alle 9, che cantate con Irbis…

V.«Hai la nostra verità. È contradditoria come dicevamo all’inizio. Le ragazze della valle sono così, incoerenti, inclusive, omnicomprensive. Perché lasciare fuori i difetti, noi vogliamo anche quelli. Però abbiamo notato che più si va in profondità più ci si espone emotivamente a persone che, insieme alle realtà positive, permettono di intensificare anche quelle che sembrano negative, ma non lo sono e possono essere più difficili da vivere. Stiamo insieme da anni, ti voglio molto più bene di quanto te ne volevo il primo giorno, ma sento quel senso di solitudine in maniera molto più intensa. Quando si sta insieme da tanto, non lo si fa per compagnia ma per motivi molto più profondi e ovviamente la profondità apre anche finestre di inquietudine, di tristezza, di solitudine. Dato che vogliamo fuggire dalle dinamiche idealizzanti dei sentimenti ne abbiamo sottolineato proprio la biunivocità.»

J.«Lo scrivere il disco e anche la fase di ascolto sono stati terapeutici per il nostro rapporto.»

foto di Antonio Giancaspro

Perché “nessuno rifiuta una donna troppo matta”, come dite in Dimmi tu quando sei pronto per fare l’amore?

V.«In effetti le donne vengono ritenute “matte” anche solo se dicono quello che pensano e così ci troviamo a cantare l’opposto di quello che vorremmo. Ci serviamo molto di cliché tradizionali per ribaltare delle dinamiche stereotipate di relazione, perché eccome vengono rifiutate le donne ritenute matte.»

Ribaltare i ruoli di genere, scegliere il o la partner, aver voglia o meno di fare l’amore sono vostre tematiche che dicono che la sessualità oggi ha bisogno di un cambiamento?

V.«Non è la sessualità che deve cambiare, perché fa riferimento a un istinto profondo che non è controllato, né lo è mai stato, dai ranghi sociali. C’è bisogno di cambiare il linguaggio, di ritenere morale altro piuttosto che rendere tabù certi argomenti, perché siamo in un mondo dove siamo tutti consapevoli di quello che succede. Saremmo ipocrite nel non riconoscere che la mancata educazione alla sessualità e all’affettività è il problema principale di quello che succede.»

A questo proposito che conseguenze avete avuto dopo l’esposizione del cartello “Se io non voglio, tu non puoi” a Sanremo?

J.«È stato strano ritrovarci così sovraesposte. Pensavamo che questo argomento non fosse per niente divisivo. È stato bello veder arrivare tanto sostegno, ma ci sono state anche troppe reazioni sgradevoli. Abbiamo capito che dobbiamo parlarne ancora, ancora, ancora e ancora. Facendo un giro sotto il nostro post Instagram dove c’è una foto di quel momento si può vedere lo schifo della società. Ho smesso di guardare i commenti, ma ai tempi ci hanno attaccato e pure tanto, anche donne.»

V.«Lo avevamo messo in conto, però è stato veramente triste vedere quanto effettivamente fossimo prese di mira per una questione, quella della violenza, che non dovrebbe essere per nulla divisiva. Però questo è solo motrice per quello che continuiamo a fare e che possono fare tutte le persone di buona volontà.»

J.«Spero che ci sia sempre gente che ha voglia di esporsi. Purtroppo ce n’è tanto bisogno.»

In Tutto a noi affermate che “ritroviamo noi stessi solo quando perdiamo”. È proprio così?

V.«Io lo penso sempre quando torno e le cose non vanno come desideravo. Mi guardo dentro e mi accorgo di quanto sono orgogliosa della persona, dell’essere umano che sono oggi. È proprio nella difficoltà che uno sancisce il patto con sé stesso. Quando la bandiera va nel verso giusto è facile dirsi “ok, bravo”, ma bisogna saperselo dire anche quando agli occhi degli altri non lo siamo, quando non otteniamo quel premio che ci qualifica tali. Bisogna dirselo sempre quando siamo a posto con noi stessi e quando non facciamo del male agli altri.»

a “Sarà Sanremo” Vale LP e Lil Jolie cantano “Dimmi tu quando sei pronto per fare l’amore”

Cosa vi è rimasto dell’esperienza talent?

V.«La sicurezza che sicuramente la televisione non è il posto che fa per noi. Però non per questo non dobbiamo non portare la nostra musica lì sopra, non possiamo stare sempre nella nostra zona di comfort. Io devo essere stimolata e ritrovarmi anche in luoghi che non sanno di me. Le esperienze che ho avuto sono sempre state segnate da momenti di ansia e di tensione in cui non ritrovavo me stessa, però ho sempre portato la musica in cui credevo. Al netto delle difficoltà che ci sono state, sono rimaste esperienze formative come altre situazioni successive. È passato ormai del tempo, lo ricordo come un momento di poca consapevolezza e anche di voglia di mettermi in gioco. E questo è sempre positivo.»

J.«Io volevo farmi vedere per quello che ero, per come sono. E penso di esserci riuscita. Poi mi sono portata a casa quello che mi volevo prendere. Probabilmente avere tutto il pubblico televisivo non avrebbe fatto bene a quello che è il mio progetto e alla musica che voglio fare. Quindi tutto bene.»

L’unione fa la forza o è un trampolino per i progetti solisti?

J.«Assolutamente l’unione fa la forza. Non abbiamo mai pensato di fare questo disco per marketing o per un trampolino. Siamo sorelle ed è nato nel momento giusto. Avremmo potuto farlo anche prima, sfruttando un altro tipo di hype, ma abbiamo scelto questo momento perché è quello in cui lo volevamo fare. La maturità è l’arma per far uscire un progetto simile. E l’abbiamo fatto anche per stanarci dallo stirare, dal pezzo che non è finito, dal fare le lavatrici, dal contratto di cui tenere conto, dallo stirare, da tutto quanto insieme. Essere amiche è comunque molto meglio che essere socie.»

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci qui il tuo nome