Sharon Robinson è una magnifica cantante, tastierista e songwriter statunitense. Ha scritto canzoni e collaborato con un’infinità di artisti di altissimo livello, da Don Henley degli Eagles a Diana Ross, da Roberta Flack, che ci ha lasciato lo scorso febbraio, a Michael Bolton e svariati altri. Ma soprattutto è famosa per la lunga partnership con il gigante della storia della canzone d’autore (nonché della poesia e della letteratura, considerato che ha scritto numerosi volumi di versi e alcuni romanzi) Leonard Cohen. Insieme al canadese, dopo esser stata sua corista e prima di affiancarlo nuovamente in varie vesti (corista, co-autrice, turnista, arrangiatrice), scrisse a quattro mani e suonò tutte le basi musicali dell’ottimo Ten New Songs, album del 2001 che vide il ritorno sulle scene di Cohen dopo nove anni di assenza, durante i quali si era ritirato in un monastero buddhista. I due appaiono insieme nella foto di copertina e cantano, tra gli altri, uno splendido brano intitolato Alexandra Leaving, ispirato alla poesia datata1911 del greco Konstantinos Petrou Kavafis Dio abbandona Antonio.

Proprio ascoltando quel brano cantato live dai due, durante una delle ultime tournée insieme, un altro cantautore, italiano, profondo, sensibile, acuto come Federico Sirianni ha avuto una sorta di illuminazione. «Non so cosa si sia frantumato in me in quel momento, cosa quelle voci e quelle parole abbiano sciolto, ma mi sono trovato immerso in un meraviglioso pianto liberatorio al calare del sole, mentre l’acqua si tingeva di rosso e viola», scrive nelle note del suo recente cd, ricordando quella sera in Sardegna. «Il giorno dopo, durante la traversata diurna su un traghetto che, dall’isola sempre amata, mi riportava a casa, ho scritto le parole della prima canzone di quello che ancora non sapevo sarebbe diventato un nuovo disco; e tantomeno sapevo che quel disco si sarebbe occupato di felicità, della sua ricerca e del suo mistero.»

Il risultato, pubblicato da squi[libri], si intitola proprio La promessa della felicità ed è una raccolta di 11 canzoni inedite, che, nello stile e nell’esposizione, hanno il sapore delle buone cose del tempo andato, senza avere nulla a che fare con il sentire crepuscolare del rifiuto del vivere attivo e dell’amore per le banalità quotidiane. L’esposizione di Sirianni è la combinazione tra quella del suo nume di riferimento Leonard Cohen e quella, quasi insita nella gran parte dei cantautori liguri (è nato a Genova, anche se vive da anni a Torino), che riporta al primo Fabrizio De André. Un esprimersi che è innanzitutto di un’onestà disarmante, che disdegna ogni fuoco d’artificio, non solo musicale ma anche nel volo delle liriche, che punta all’essenza, al nocciolo duro e autentico del sentire, che scalfisce l’indifferenza e l’ignavia di chi ascolta per portarlo verso un pensiero profondo, un’analisi del sé e del come viverlo.

Sirianni si conferma – è ormai al settimo album, cui va sommato il Vinile di Natale – Dio dei Baraccati, uscito come LP in 100 copie numerate – a quasi sessant’anni e con alle spalle una pletora di premi, dal Tenco come miglior esordiente a quello della critica al Musicultura di Recanati, dal Bindi al Lunezia Doc, fino al Bertoli dello scorso anno, come un cantautore di riferimento. Il suo è un «mosaico di immagini, situazioni, piccoli e grandi fatti, che attraversano la vita di tutti e di ciascuno, rappresentati per quello che sono, “ricordi stretti nella valigia”, come canta nello spoken word dal sapore waitsiano “Il Campo dei Miracoli”», scriveva giustamente Laura Bianchi, recensendo l’albo Il Santo del 2016. Ma lasciarsi andare al flusso dei versi, dei ricordi, dei lembi di pensieri del genovese, che sfiora l’ermetismo per la ricchezza dei significati nascosti, porta l’ascoltatore dentro un’onda mnemica individuale, un urto della memoria che colpisce in rapporto al proprio vissuto, e sa indurre esperienze intense, sa costruire massa critica.

La promessa della felicità, che prende il titolo dal brano nato in Sardegna e votato nel 2024 tra le cinque migliori canzoni dell’anno dalla giuria del Premio Tenco, è dedicato a declinare quello stato d’animo così differente per ciascuno, perché l’appagamento è ricerca e impegno, che nasce “Nel fuoco” dove si entra spinti dall’inganno e attratti come falene, come navi in una rada, per uscirne solo rubando la spada dal fodero sdrucito dell’Arcangelo Michele. Oppure che si guarda con dolore Dalla finestra, da dove si vede il male in un giorno glaciale, da dove il mondo è come una cascata, un incendio, un tramonto. Un’invocazione e una preghiera per capire e forse sopportare la sofferenza quotidiana, dipinta anche nelle sconfortanti illustrazioni alla maniera di Egon Schiele che accompagnano i testi sul booklet, opera della brava Romina Di Forti.

E poi L’amore e l’arcano sono attorno a noi, mentre cerchiamo di capire cosa siamo veramente, carta, forbice o sasso in una morra cinese che non ha vincitori. Una canzone che non sfigurerebbe nel songbook deandreano, con l’unico momento elettrico del cd, offerto dalla chitarra di Alberto Soraci. Okinawa è la destinazione, è invito a rimboccarci le maniche tutti insieme, dai sovrani che dovranno essere saggi a tutti coloro che devono abbandonare il campo dei miraggi, quello del Gatto e la Volpe disteso attorno a noi dalla società contemporanea. I vocalizzi orientaleggianti di questo brano precedono la declamazione quasi pura di Dimmi, con le corde di violino e contrabbasso che disegnano quel granello di polvere che contiene tutto l’universo.

L’haiku «vorrei che il vento/ non allungasse le mani/ sul pruno in fiore» del maestro seicentesco Mtasuo Bashō ispira Il vento di domani, mentre tutti aspettiamo il Cargo che ci porti «dove stracci e ossa si fanno cattedrale/ dove il sole dipinge attraverso le vetrate». L’ora bella è una delle canzoni d’amore più vere degli ultimi anni nella sua semplicità da ballata popolaresca e Finita la tempesta ne è il seguito macerato, interrogativo, palpitante, controverso, che dice la verità al contrario, perché il dolore passa e la bellezza non resta.

Il brano del titolo (seguito da un’altra canzone d’amore, una ghost track poco fantasma che potremmo intitolare “Se tu sei la strada” per rispondere con Federico «io sono il sentiero») è un elenco di eventualità non garantite, introdotto da un limpido ponte strumentale, cui ognuno potrebbe aggiungere il “luogo” dove casualmente o meno raggiunse per un attimo fuggente la felicità, che comunque sempre «ci colse in un istante e fummo tutti impreparati».

Da aggiungere che l’impianto musicale rigorosamente acustico e quasi sempre drumless (fa eccezione la presenza assai sobria in un brano dello storico batterista di Cohen Rafael Bernardo Gayol, in un altro di Stefano “Steo” Angaramo e in un terzo del jazzista Mattia Barbieri), cui i violini offrono le sonorità predominanti, non a caso disegnate dal virtuoso Michele Gazich, e il contrabbasso di Veronica Perego le ritmiche. I colori sono distribuiti di volta in volta dall’arpa di Cecilia Lasagno, dalla chitarra classica di Marco “Tibu” Lamberti, dal piano di Fabio Gorlier, mentre la voce di Valeria Quarta è un contraltare determinante – alla maniera di Robinson con Cohen, per ritornare allo spunto iniziale – che si ascolta spesso e volentieri, sia come gorgheggio, sia come coro, sia come coprotagonista.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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