Sulla sua lapide aveva voluto che venisse inciso a caratteri importanti: ti aspetto.

La cosa non era piaciuta a nessuno, neppure tra coloro che avevano dovuto occuparsi del funerale, ma dal momento che il defunto lasciava sostanze importanti e che delle sue esequie si era potuto occupare come unico diretto erede il fratello Will, era stata rispettata alla lettera la volontà del trapassato. Del resto Will sapeva bene che una vita vissuta all’insegna di una ricerca di significato il più delle volte aveva esposto il congiunto a critiche feroci, quando non ad attacchi veri e propri, ma era consapevole soprattutto della riuscita di un’esistenza priva di mezze misure e aveva ritenuto plausibile e degno di rispetto riportare nell’ultimo messaggio lanciato al mondo il preciso e affilato cinismo che ne aveva caratterizzato il percorso in vita. Ammirato dalla superiorità con la quale il filosofo appena deceduto aveva saputo fare fronte alle più dure prove, alla sua scomparsa il fratello aveva a lungo riflettuto se tale atteggiamento di sfida dovesse o no proseguire, dopo la sua dipartita, con la cura e la pubblicazione delle opere. E l’impresa gli pareva poco meno che immane. Perché dunque non condensare tutto ciò nell’epitaffio inciso sulla sua pietra tombale?

Aveva deciso infine che quella fosse esattamente la cosa giusta.

Era giunto alle conclusioni infatti che se anche quel messaggio ultimo fosse stato ancora più irriverente o addirittura oltraggioso al posto di essere solo un gesto di fine misantropia, lui avrebbe lo stesso acconsentito. Non sarebbe stato poi improbabile che il fratello pensatore decidesse di salutare il mondo intero con un poderoso “andate tutti a”, o con un ancor più eloquente “fottetevi”, nel qual caso sarebbe stato per lui ancor più gravoso il dubbio se accontentare l’ultimo desiderio del caro estinto, nella consapevolezza di dover lottare con numerosi ostacoli, se non addirittura vedersi esposto all’impossibilità di esaudire quel legittimo desiderio.

Con tutta probabilità, si era detto la notte successiva al trapasso del congiunto, l’intelligenza finissima che se n’era andata chissà dove, sapendo bene che il succo della sua considerazione degli uomini fosse esattamente quella di congedarsi con un gigantesco “vaffanculo”, doveva aver ben ponderato prima di decidere su quale oltraggiante messaggio lasciare come eredità. E sapendo che certe misure vanno elegantemente aggirate, aveva scelto l’unico modo possibile per portare a termine le sue volontà, riassunte in un motto che sono in fondo il sunto dell’unica verità universale: ricordare a chiunque la propria prossima e immancabile dipartita.

Su quella previsione, infatti, non si può mai sbagliare.

E in virtù di tale innegabile evidenza chiunque di noi è costretto a fare una tara del proprio operato in vita e darvi un significato, possibilmente il più vicino che ci sia concesso a qualcosa di importante.

E così aveva dato il consenso.

La lapide riportava ora il motto del defunto filosofo: “Ti aspetto”.

Al momento in cui durante le sobrie esequie era stata scoperta dal velo di raso blu che ricopriva il sasso funerario, il silenzio doloroso degli astanti si era venato di una sottile rabbia. Will la poteva percepire nettamente, come una sorta di sibilo venutosi a sommare alla brezza fresca di fine aprile che faceva sventolare foulard e ciocche di capelli.

Nel silenzio assorto del camposanto, campeggiava da quel momento sulla lastra polita di un marmo mediocre, fessamemnte offerta a ogni offesa del cielo, fossero giornate interminabili di giugno dal primo sole furioso o di acquate gelide novembrine, ma quasi chiunque si imbattesse nell’epitaffio doveva fare appello alla propria superiorità per non ingiurare intimamente il morto.

La piccola notizia si diffondeva, e la maggior parte di coloro che venivano a sapere della lapide curiosa erano presi da un celato disappunto, anche nel tentativo di risultare insensibili agli occhi di coloro che vi si erano dovuti imbattere fisicamente. Ma questo era nulla rispetto agli effetti prodotti nel tempo dall’incisione funebre sugli ignari passanti casuali, coloro che passeggiano mestamente tra i vialetti dei camposanti dando occhiate furtive o piene di una commozione di circostanza ai visi rappresentati in foto, se non addirittura alla tacita ricerca di visi noti, magari colpiti improvvisamente da un nome riemerso dal passato più recondito, se non colpiti dal viso di un lontanissimo amore di giovinezza mai più neppure pensato e d’improvviso incontrato nuovamente proprio sulla piccola scadente fotografia posta sulla scadente lapide di una tomba al cimitero. Al cimitero! Quale altro luogo può apparirci più ultimo. Neppure se fossimo posti a forza sulla cima di un ghiacciaio ci sentiremmo più sperduti e soli, abbandonati, di quanto si immagina essere un individuo destituito di ogni vigore vitale. Morto. Anche perché da vivi si è fisicamente impossibilitati a immaginare ciò che possa essere la sensazione di morte, e nella sinistra incertezza che ci abita al solo pensiero, si preferisce di gran lunga attingere alle riserve di ideale piacere che l’essere vivi prosegue a prometterci. Alcuni infatti si spingono persino a fare considerazioni spinte sulle immagini che ritraggono le grazie di giovani creature improvvisamente mancate a causa di incidenti gravissimi o per malattie inguaribili. In quel caso si finge di essere coinvolti dal sentimento di compassione per la pena di notare quanto nel rigoglio delle carni sia l’espressione di ciò che consideriamo la vita, mentre in fondo ci rallegriamo unicamente di sentirla ancora pienamente scorrerci nelle vene, quella incomprensibile sensazione di vita, rispetto al secco, asciutto simulacro che si paventa dinanzi a noi, all’altezza dei piedi, fermato per sempre in una specie di raccolto segnale quale è una tomba. Dalla più fiera e curata alla più mesta e scomposta.

D’altra parte è vero pure che una volta passati, tutti gli uomini li si vuole ricordare per lo più come padri perfetti, figli adorabili, angeli in terra, creature delle quali il mondo rimpiangerà la scomparsa. Tutte immancabilmente creature insostituibili, i trapassati sono facilmente ricordati per meravigliose qualità mai notate in vita, come se la morte conferisse una pennellata di perfezione a ogni esistenza, evitando tristemente di ammettere che ogni singola vita è costellata anche di sbagli – tanti – e di atti meno nobili e belli di quanto si voglia poi ricordare una volta persa per sempre l’opportunità di relazionarsi al caro estinto.

Viste così le cose, il fratello filosofo risultava assai meno ipocrita del coro di passati a vita altra le cui lapidi rimanevano unico appiglio di ricordo in tutta l’estensione del cimitero, e per questa ragione, dopo aver acconsentito all’esaudimento di quel desiderio senza badare alle lamentele degli amici più stretti e delle due ex mogli, abbondantemente ed equamente consolate della scomparsa grazie a lasciti adeguati alla statura e nomea del defunto, volle persino aggiungerci l’immagine scelta dal trapassato stesso: in una sorridente posa, su uno sfondo di lago grigio e nebuloso, il morto tendeva dinanzi a sé entrambe le mani, in segno di invito.

La chiesa della cittadina fu tenuta a bada con un’importante somma, e come ultimo atto di beneficio apportato alla comunità locale dalla eccellente dipartita, fu il costante pellegrinaggio di curiosi che presero a frequentare il minuscolo cimitero per poter vedere da vicino l’ultimo e più intelligente sfottò che si potesse offrire all’umanità da parte di un singolo individuo.

Col passare dei mesi la cosa finì per piacere a tutti: ai negozianti, agli albergatori, alle autorità locali. Si diffusero dapprima timidamente e poi sempre più rapidamente riproduzioni, magliette, lanterne, candelotti che riproducevano il motto divenuto celebre, e al termine di un accorato consiglio comunale, la giunta deliberò per il finanziamento di un costoso spot televisivo che esaltasse le bellezze del posto, un borgo di storica bellezza, in fondo, il cui slogan finale, al termine di vedute aeree di campi brulli, casali di campagna e delle vestigia e gli interni dell’unico palazzo d’epoca medievale, recitava “la città del ti aspetto, ti aspetta”.

La scelta fu talmente proficua che si preparò persino una targa di un luminoso color crema da apporre sotto il nome della ridente cittadina che, con meschina civetteria, recitava:

Città del “ti aspetto”.

gianCarlo Onorato
gianCarlo onoratoMusicista, scrittore e pittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), io sono l’angelo (1998), falene (2004), sangue bianco (2010, Premio Giacosa), ExLive (2014) con Cristiano Godano, quantum (2017), “quantum Edizione Extra” (2018), ha curato la co-direzione artistica del Tributo a Luigi Tenco come fiori in mare Vol. I (2001) e Vol. II, in “Sulle labbra di un altro” (2011), ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), “ex-semi di musica vivifica” (2013), La formazione dello scrittore” (2015). Ideatore del Seminario del Verbo Musicato, ha centinaia di concerti alle spalle e un disco, un tour e un nuovo romanzo nel prossimo futuro. giancarloonorato.it

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