Guardare il mondo con gli occhi di Vasco

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vasco rossi
Renata Roattino @jhonninaphoto

Esiste una canzone più attuale di Valium?
Me lo chiedevo ieri sera sul prato della Visarno Arena di Firenze mentre assistevo al concerto di Vasco. Il moltiplicarsi dei centri per la cura del sonno nei reparti di Neurologia degli ospedali italiani e la costante crescita dell’uso di benzodiazepine mi suggeriva la risposta: NO!

Se nel 1981 il brano rappresentava una provocazione, con riferimenti neanche troppo velati a Gaber e Gino Paoli, nel 2025 descrive in poche strofe una società di insonni, attraversata da un’ansia collettiva, perennemente connessa, che si trascina quotidianamente in una routine logorante e frustante, con l’unico desiderio di poter godere di qualche ora di sonno rigenerante.

Mentre pensavo al significato profondo di quelle “100 gocce di Valium, per dormire del tutto, non sentire più niente”, e “domani mattina non svegliarsi neanche”, alla tentazione di obnubilarsi con dei farmaci fino a lasciarci la pelle (una exit strategy purtroppo sempre più praticata), venivo colpito dal contrasto forte con Vivere.
Il comandamento di Vasco per eccellenza. La vita come filo conduttore del concerto e della produzione artistica del rocker di Zocca.

Insomma, come spesso accade ai suoi concerti, mentre canto a squarciagola e mi muovo come un tarantolato, partono riflessioni e pensieri, si spalancano tutte le porte della mente, crollano luoghi comuni e stereotipi.

Prendiamo ad esempio la secolarizzazione.
Forse 14 anni fa, quando uscì Vivere o niente non la vedevamo in manera così nitida. Adesso sì, e quello che pensavamo fosse il raggiungimento di una piena libertà, di una visione del mondo non mediata da fedi o ideologie, oggi ci fa sentire anche tanto vulnerabili, privi di punti di riferimento e di un senso profondo da dare alla nostra esistenza.
Manifesto futurista della nuova umanità, sintetizza tutto questo: “la vita semplice che mi garantivi, adesso è mia però è lastricata di problemi”.

E ancora, come si fa a non vedere in Ed il tempo crea eroi una feroce critica all’indifferenza e all’indolenza civica che sempre di più pervade il mondo in cui viviamo. Le urne che si svuotano, come se votare fosse un fastidio; l’assuefazione a cose che fino a qualche anno fa ci provocavano un forte sentimento di indignazione; la contrazione significativa di quella cittadinanza attiva che ha sempre caratterizzato la società italiana (quante persone conoscete che sono iscritte ad un partito politico e che si occupano in maniera disinteressata della realtà che li circonda?).
“No, non è successo niente, la vostra casa è là e nessuno ve la toccherà”, è uno schiaffo in pieno volto che dovrebbe ridestarci tutti.

Mi si escludeva, nell’epoca in cui si ricominciano a sollevare muri, mettere dazi e perseguitare intere etnie, sembra scritta ieri.

Su Buoni o cattivi mi viene da pensare istintivamente a Marco Pannella, che è sempre andato oltre questa categorizzazione netta, lavorando incessantemente per i diritti di chi, pur essendosi macchiato di reati, non deve essere emarginato, isolato, ma reinserito nel cuore del tessuto sociale (“mentre quei tutto dovrebbe solo unire”).
Me lo sono immaginato sorridente, sulle nuvole che coloravano il cielo di Firenze, probabilmente intento in uno sciopero della fame per migliorare le condizioni dei dannati di qualche girone infernale (sempre che l’inferno esista nel mondo del buon Dio, per citare De Andrè).

Ammetto di aver pensato in quei momenti anche a Pepsy Romanoff, a quanto abbia rischiato il licenziamento in tronco per aver dipinto il palco durante Buoni o Cattivi con un rosso e un blu molto intensi, che immediatamente mi hanno ricordato i colori del Paris Saint Germain. Scherzi a parte, il regista di Torre Annunziata come sempre ha creato un visual straordinario, da brividi.

Basta poco credo sia emblematica della capacità di Vasco di leggere prima degli altri in quale direzione si muova il mondo. Uno sberleffo all’individualismo, all’edonismo ma soprattutto alle apparenze.
Ecco, la canzone è del 2008, lo stesso anno in cui Facebook, che ha trasformato queste caratteristiche dell’animo umano da fisiologiche in patologiche, sbarcava in Italia. Gli effetti perversi, the dark side of the social media, che molti di noi stanno scoprendo solo adesso, erano già tutti in quel brano.

Insomma, considerata la complessità e le difficoltà del mondo, le miserie e gli istinti brutali che assurgono al rango di modelli da seguire, i piccoli e grandi problemi quotidiani, le insofferenze e tutto il resto… è una fortuna che sono ancora vivo.

Vivere non è facile, ma se vai ad un concerto di Vasco trovi migliaia di complici coi quali condividere quest’avventura inutile e ridere di tutte queste favole.

P.S. Vince Pastano ti voglio bene.

Benito Tangredi
Sannita di nascita, romano di adozione, pesarese per amore. Maturità classica, iscritto al terzo anno di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all'Università degli Studi "Orientale" di Napoli. Giornalista pubblicista dal 2009. Una smodata passione per la lettura, lo sport, la musica, i viaggi e la politica ed una forte inclinazione all'associazionismo. Un'attrazione fatale per tutto ciò che è comunicazione.

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