L’amore che non muore
di Gilles Lellouche
con Adèle Exarchopoulos, François Civil, Mallory Wanecques, Malik Frikah, Benoît Poelvoorde
Lei, Jacqueline, sola con un padre borghese e lui, Clotaire, di famiglia operaia. Si piacciono fin dalla scuola, lui prende la strada dell’anarchia e della teppa, lei è una borghese smarrita, ma il loro amore è delicato e sognante (ma carnale: ogni tanto il regista ci piazza un cuore che pulsa alla David Lynch, e forse aveva in mente anche Cuore selvaggio, un po’…), la vita mischia le carte e quando lui è adulto (Civil) finisce in una banda e poi in galera e quando lei è adulta (Exarchopoulos) finisce sposata a un borghese un po’ insipido. Ma non possono fare a meno l’una dell’altro, passione rovente, comportamenti matti e tante canzoni che scandiscono le fasi del loro amore al punto che qualcuno ha pensato a un musical: no, è un juke-box. Vale la pena di riportare la sequenza delle canzoni che scandiscono i passaggi epocali: A Forest dei Cure, Eyes Without a Face di Billy Idol, Nothing Compares 2U di Prince, Sirius di Alan Parson Project, Child in Time dei Deep Purple, Rock and Roll dei Daft Punk, Big Momma Thang di Li’l King, Made You Look di Nas, Missin di Everything but the Girl, Urgent dei Foreigner. Personalmente ci ha colpiti l’ingenuità trasognata di una danza sulle note A Forest. Diciamolo: negli anni Cinquanta sarebbe stato un melodramma di Matarazzo turgido con lieto fine e batticuori musicali, ma è nello stile trascinante di questo regista melò eppure ironico, con strane ossessioni visive quasi da videoclip: il pluripremiato Lellouche ha firmato anche Piccole bugie tra amici e 7 uomini a mollo e da attore si diverte a recitare per l’anarcosurrealista Quentin Dupieux. Il titolo originale L’amour ouf è in “verlan”, gergo giovanile, e sta per una versione eccessiva di “amour fou”







































