Dopo i due concerti in solitaria al Piano City Milano, Francesco Cavestri ha festeggiato i suoi 22 anni con un ottimo show alla Casa della Cultura Italo Calvino di Calderara di Reno, vicino Bologna. Lo scorso 4 giugno, in trio con Mattia Bassetti, batteria, e Moreno di Matteo, basso elettrico e contrabbasso, e il contributo di immagini grafiche che reagivano in tempo reale con il fluire della musica, il giovane jazzista bolognese ha presentato i brani del suo cd Iki – Bellezza ispiratrice convincendo anche i più scettici in platea con la sua fusione di jazz, hip-hop ed elettronica.

Premiato come talento emergente in diversi contesti, compresi il Top Jazz 2023 e 2024 della rivista Musica Jazz, dopo il diploma al conservatorio e le borse di studio al Berklee College di Boston e alla New School di New York, ha iniziato un’importante serie di esibizioni, corroborate da tre incisioni discografiche, Ne parliamo con lui in questa articolata intervista, realizzata in occasione del suo recente inserimento nella prestigiosa classifica Forbes Under 30 Italia – Entertainment del 2025, che allinea i più influenti ventenni nel campo dell’intrattenimento. Unico jazzista presente e uno dei tre musicisti indicati, insieme al vincitore di Sanremo Olly e alla promettente cantante Anna Pepe.

Hai scelto come brano di presentazione del tuo ultimo album, un singolo il cui titolo può suonare sia come “dìstaccati” che “distaccati”, come una speranza o un’incitazione…

«Il titolo è Distaccati (da “La dolce vita”), come l’aggettivo, però può essere inteso in entrambi i modi. È un’esortazione, un modo di vedere, un invito a come guardare il mondo in una dimensione non negativa, ma in una posizione di distacco che possa aiutarci a vedere le cose in una prospettiva più ampia, a 360 gradi, quindi essendo meno coinvolti direttamente nelle vicende, ma riuscendo a guardarle con un attivismo, con una prospettiva più globale.»

Questo ci porta a parlare della filosofia iki, che ispira tutto il tuo ultimo album, intitolato appunto Iki – Bellezza ispiratrice. Come l’hai scoperta?

«L’ho scoperta tramite la lettura. Mi sono imbattuto in un libro di un filosofo giapponese Kuki Shūzō, intitolato La struttura dell’iki, scritto a inizio Novecento e molto, molto affascinante. Leggerlo mi ha aperto tutto un mondo di possibilità, anche estetiche, che poi ho, come dire, convertito nel mio ambito musicale.»

Come ti ha aiutato a migliorare la tua musica?

« A migliorare non lo so, a darci un senso forse sì, nel senso che iki è un termine che in italiano è intraducibile perché ha tanti livelli di significati. Quello più attinente e che più si relaziona con il mondo estetico-artistico è quello di una ricerca estetica appassionata e costante, che si riflette nel modo in cui io concepisco la musica, nello specifico la musica jazz. Per me il jazz è una tavolozza dai mille colori. È un mondo che si interseca con la musica hip hop, con l’elettronica, con le colonne sonore, con il cantautorato, con la musica contemporanea, tutti questi generi che io ascolto e amo.

Tutti i suoni possono incontrarsi con il jazz, la mia musica di formazione. Mi sono laureato al conservatorio in pianoforte jazz, e quindi avere una filosofia che si basi sulla continua ricerca estetica e che non veda un punto di arrivo nell’arte, nell’individuazione di uno stile musicale, ma che veda uno stile musicale come porta di accesso mi ha portato a compiere, diciamo, questo parallelismo tra le due forme di pensiero.»

Già il tuo primo album Early 17 era una combinazione di jazz e hip hop…

«Esattamente. Era un album di otto tracce scritte in trio con frammenti di elettronica e hip hop. Era ovviamente radicato nel mondo del jazz, con tutti gli effetti del mondo del jazz, però con brani dalla tradizione hip hop di J Dilla e di MF Doom, il primo è stato uno dei più grandi produttori di sempre nella storia hip hop statunitense, e l’altro un grande lyricist, un grande rapper, che riprendevo e reinterpretavo.»

Hai fatto uscire anche un singolo con Willie Peyote…

«Sì, Entropia, che esplorava i rapporti tra tutti questi generi che si incontrano, perché c’è ovviamente il jazz con il pianoforte, l’improvvisazione e le sonorità, soprattutto armoniche, ma c’è anche l’elettronica, c’è l’hip hop con la strofa di Willie, c’è il cantautorato, con la parte cantautorale che ho scritto ed eseguito io.»

E nel frattempo hai scritto una colonna sonora…

«Sì, è uscita come progetto di Rai Play Sound e si intitola Una morte da mediano, un podcast in sei puntate dedicato alla fine ancora poco chiara del calciatore Denis Bergamini. È uno dei mondi intorno ai quali io lavoro, che stimo, che apprezzo, che studio e reinterpreto, filtrandoli sempre attraverso la visione del jazz, che resta il mio genere carico, il mio genere atletico, cui sono sempre aggrappato e che identifica anche la mia caratteristica e ciò che io posso portare di personale.»

Jazz va bene, ma cosa ci azzeccano i Radiohead con John Coltrane? Sei sicuro che loro lo abbiano mai ascoltato?

«Secondo me sì, perché Thom Yorke è una persona di una cultura e di un’intelligenza e di una curiosità musicale che emergono tantissimo nelle sue composizioni. Sono sicuro che lo conosca, lo conosca bene. Però quello di cui parlavamo adesso, questo iki, questa consapevolezza di una ricerca estetica che trascende epoche, stili, generi, artisti, linguaggi e colori musicali, viene sublimata in questa combinazione fra musiche che ci fanno credere lontanissime. È in questo modo che io intendo il rapporto con i grandi del passato, per cui ho citato, con un mio arrangiamento, Naima di Coltrane in Everything In Its Right Place dei Radiohead. Ultimamente lo sto anche facendo nei concerti, con un brano dei Massive Attack, Teardrop, che lego, soprattutto quando sono in piano solo, con Smells Like Teen Spirit dei Nirvana,  due brani molto sensibili, ma anche due epoche, due mondi musicali molto diversi, che però possono fondersi, incontrarsi, e sembrare forse uno stile musicale ancora diverso, nuovo, che però si unisce con forza e si ispira notevolmente a generi preesistenti. Credo che questo sia il significato ultimo del jazz.

Il jazz è il genere che ha nelle sue radici e nei suoi fondamenti l’improvvisazione, e l’improvvisazione non è altro che cercare sempre strade espressive, sonorità, note, suoni diversi ogni volta, inediti. Cercare sempre di costruire discorsi che siano nuovi, più interessanti e diversi rispetto alla volta prima, e cercare anche significati e mondi musicali, provando anche a unirli. Da mondi musicali che già esistono se ne creano di nuovi, e forse non c’è nulla di più jazz proprio di questo, che in realtà è anche un modo per migliorare la tradizione, contro i cosiddetti “dinosauri del jazz”, cioè quei musicisti jazz o quegli esperti di jazz che credono che dopo il bebop o dopo il cool jazz nulla esista più e che comunque il jazz si fermi al Novecento.

In realtà questo è il suo intendimento più grande ed è la contraddizione più grande che si possa fare quando si parla di jazz, perché i grandi del jazz da, appunto, John Coltrane, e prima Charlie Parker, Dizzy Gillespie e gli altri prendevano i brani di Broadway, in pratica ciò che era cool, in voga, ciò che era figo all’epoca, insomma My Favourite Things o All The Things You Are erano tutti brani del teatro, del musical, e venivano interpretati in chiave jazz. Quindi era già prendere ciò che esiste nel mondo, che è contemporaneo, che è più ascoltato, che è più cool, più figo, più in voga al momento, e interpretarlo con una chiave personale, profondità musicale, consapevolezza compositiva. È ciò che il jazz ha sempre fatto e che continuerà a fare per sempre.»

Secondo te la propulsione, la spinta a ricercare, viene sempre e solo dal contrasto?

«Wow, è una domanda molto affascinante. No, non direi sicuramente sempre e solo dal contrasto, però ci deve essere in qualche modo un attrito nel mio pensiero, perché, se ci sono due linee parallele, o comunque troppo perfettamente incastrabili, che vanno a creare qualcosa, quel qualcosa per me sarà inevitabilmente una ripetizione, o comunque, anche se sarà qualcosa di diverso, avrà nella sua essenza qualcosa di molto simile a ciò che c’era già prima. Invece per fare veramente scaturire qualcosa di nuovo, di inedito, il contrasto si ci vuole in qualche misura.

Quindi la mia risposta è sì, forse sì. Nel senso che bisogna trovare qualcosa che non sia perfettamente sovrapponibile per cercare qualcosa di innovativo, di nuovo, magari che ancora non è nato. È l’obiettivo della mia carriera, ma credo che dovrebbe essere anche l’obiettivo ultimo quello di lasciare un impatto, di essere ricordato in futuro per aver lasciato qualcosa di diverso, almeno in alcune circostanze.»

L’elettronica è riuscita a farti abbandonare anche il pianoforte…

«In un brano solo, in Distaccati. In tutte le altre tracce il pianoforte compare, anche se non è sempre lo strumento principale, ad esempio in “Sguardi”, come invece è nel progetto che sto preparando adesso, il nuovo album che sto scrivendo e che sarà pronto dopo l’estate.

L’iki è stata proprio una spinta a esplorare tanto in varie direzioni, lasciando la mia zona di comfort, perché il pianoforte è poi lo strumento con cui sono cresciuto, che suono da quando ho quattro anni, che mi ha accompagnato in tutte le fasi della mia ricerca musicale. Quindi volerlo temporaneamente abbandonare per cercare sonorità nuove e capire cosa la musica distaccata dal pianoforte poteva portare è stato un’esperienza interessante.

Poi però, come sempre dopo un lungo viaggio, viaggio la meta rimane in ogni situazione il ritorno a casa, quindi nell’ultima traccia, che poi è anche quella che dà il titolo all’album, il pianoforte torna al centro, e torna al centro nel suo dialogo, con un altro strumento che io amo moltissimo, con cui mi ritrovo spesso a collaborare, la tromba, suonata dal grande maestro Paolo Fresu

Paolo Fresu e Francesco Cavestri

Tu pensi che sia inevitabile che l’elettronica ci organizzi e ci indirizzi nel futuro? Che l’intelligenza artificiale ormai prenda il posto dell’intelligenza umana?

«No. Su questo devo dire che sono un po’ tradizionalista, nel senso che io l’intelligenza artificiale, una materia di cui conosco poco e che vorrei però approfondire attraverso degli studi specifici, la uso, ma mai in ambito artistico. Non mi sono ancora mai fatto soffiare l’aspetto musicale di quello che faccio, e questo credo che anche nel lungo periodo sia il vero e unico forse discrimine. Non lo è tanto nella produzione, che è ciò che avviene tra le quattro mura della stanzetta di un produttore o in uno studio di registrazione, e poi resta lì e noi ascoltiamo semplicemente il master attraverso ovviamente un cd, il vinile o i lettori digitali. Nessuno può vedere, a meno che l’artista non voglia, come viene eseguito un determinato prodotto, anzi un determinato brano, per cui credo che il discrimine vero sia sempre la prospettiva live, anche nel lungo periodo.

In questo senso un genere come il jazz e i musicisti che suonano per davvero e sanno suonare per davvero, studiano uno strumento e sanno eseguire fisicamente davanti ad altre persone i suoni che producono in casa o in studio, hanno un vantaggio competitivo, perché nessuna macchina, nessun robot, nessuna presenza artificiale potrà mai sostituire ciò che delle persone vivono guardando un altro essere umano che compie l’arte dal vivo. Questa credo sia, anche nel lungo periodo, la grande fortuna e la grande forza di quelli che studiano musica per davvero.»

Nel tuo primo album era presente un altro grande trombettista jazz, Fabrizio Bosso. Che differenza c’è fra lui e Fresu?

«Wow! Bosso è forza della natura e Fresu è una magia della natura.»

Fellini definiva La dolce vita, che è un’ispirazione per uno dei tuoi brani un film picassiano. Tu che rapporto hai con l’astrattismo oppure con l’inafferrabile, con il circense, caratteristici della sua cinematografia?

«Io sono entrato molto in contatto con l’aspetto circense, tramite le musiche di Nino Rota. Ho sempre apprezzato il rapporto che Federico Fellini aveva con il circense, però la cosa che mi ha sempre affascinato di più è come un musicista così colto, così sinfonicamente geniale come Rota abbia saputo adattare il proprio estro, la propria grandezza musicale, a un tipo di musica così anche basso come la musica da circo, rendendola grande in una chiave estremamente raffinata e sofisticata.

Mentre per me l’astrazione è un tema molto affascinante che io ho analizzato nel tributo che ho fatto nel brano Distaccati (da “La dolce vita”), perché ho preso il monologo di Enrico Steiner, personaggio interpretato da Alain Cuny, affascinante quanto veramente crudo, impalpabile, tragico nella sua enorme intelligenza, che poi compie il gesto peggiore che l’essere umano possa concepire, cioè l’omicidio-suicidio contro i figli. Mi piace molto questo dialogo di una bellezza fuori dal tempo, peraltro fuori dal tempo è anche una frase che viene citata nel dialogo. Lui fa un discorso molto affascinante sul valore dell’arte e su come dovremmo vivere distaccati, dovremmo riuscire a vivere fuori dal tempo, nell’armonia che c’è nell’opera d’arte compiuta.

È un po’ quello che dice anche Fellini che ho ascoltato in un’intervista dire che l’artista, nel momento in cui è immerso nella propria arte, non corre alcun pericolo, perché quell’armonia, quella sensazione di pace, di pienezza emotiva, di soddisfazione totale, che c’è nell’arte compiuta e nel momento in cui un’opera d’arte viene portata a compimento è per l’artista letteralmente una droga. È per l’artista un qualcosa che diventa insostituibile. Per raggiungere questo sentimento totale, questa dedizione che ti porta a dedicarti completamente emotivamente all’opera d’arte, bisogna passare da un’astrazione, un distacco da quelle che sono le contingenze del mondo intorno. Senza che diventi una situazione prolungata nel tempo, che ti porterebbe a vivere una vita da eremita che perde contatto completamente dalla vita comune, è saper arricchire alcuni momenti della giornata.

Secondo me Fellini è stato anche previdente, perché è un discorso al giorno d’oggi molto più valido, in un mondo costantemente interconnesso, che vive sempre in una dimensione di dialogo, di comunicazione, di messaggistica, di chiamate, di presenza social eccetera. La capacità dell’artista di uscire da questi meccanismi e riuscire a trovare quello che veramente vuol dire, quello che deve significare con la propria arte all’interno di sé stesso, astraendosi dal mondo, è un’abilità che va mantenuta sacra, soprattutto in questo momento.»

Chi sono secondo te i jazzisti più influenti oggi in Italia e nel mondo?

«Wow. In Italia direi ancora Paolo Fresu, ma da noi si fatica ad aprire dei canali importanti ai giovani. C’è una scena discografica che è chiusa ai ragazzi giovani che cercano in qualche modo di sporcare questo genere, di contaminarlo entrando anche in altri universi musicali.

Nel mondo forse direi Floating Points, che non è un jazzista, però è un musicista che ha grande competenza e grande sensibilità, oltre a un’enorme competenza in ambito jazz, compositivo, sinfonico eccetera. Partendo dalla sua dimensione musicale che è quella del produttore e compositore di musica elettronica, del DJ, porta nelle sue composizioni e nei mondi con cui si interfaccia tanto, tanto jazz. Poi direi Jacob Collier ovviamente, per aver portato delle influenze nel jazz da un mondo più pop,  Robert Glasper, sempre per il discorso di Collier, anche se Glasper rispetto all’inglese è un jazzista vero, che ha pubblicato album di pianoforte e trio molto radicati nel mondo del jazz con un’etichetta come Blue Note, però ha lavorato con artisti come Kendrick Lamar, come Snoop Dogg, Mac Miller, Q-Tip, con artisti che sono dei maestri appartenenti a un mondo diverso. Citerei anche Tom Misch per esempio, insomma tutti quegli artisti che hanno preso le loro competenze e la loro formazione jazzistica per espanderla verso altri mondi musicali. È quello che cerco di fare io, anche collaborando con artisti come Willie Peyote, artisti che hanno esperienze diverse, non jazz, ma che hanno comunque rispetto e conoscenza verso questo mondo.»

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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