«Ricordo ancora il numero di catalogo di quel mio primo disco del 1975: FK5001. Era il primo anche della collana Folkstudio, realizzata da Alessandro Cesaroni, che per molti anni è stato l’animatore del club chiamato appunto Folkstudio, dove si esibivano più o meno tutti i nuovi cantautori romani di quegli anni, così come i migliori jazzisti. Non rimanere là, questo il titolo, era solo voce e chitarra, registrato in quattro ore, ma è stato il sogno realizzato. Potevo dire “ho fatto un disco”!» Si inorgoglisce ancora a ricordare quell’LP del 1975, mezzo secolo addietro, Mimmo Locasciulli, il cantautore abruzzese, ma romano di adozione (anche quando si tratta di vino, dato che ne produce ancora sui terreni del nonno a Penne, vicino Pescara, ma soprattutto a Saracinesco, in provincia di Roma).
Però non è quello tra i tuoi 18 album di inediti che porteresti nell’isola deserta…
«Ti dirò, lo porterei per l’entusiasmo e la purezza che ci sono dentro. Ma poi ne porterei altri due. Sicuramente Tango dietro l’angolo, un LP cui la Polygram non credette, ma che segnò una svolta, seguita anche da vari colleghi. Marc Ribot ha avuto un ruolo importante, con i discografici che dicevano “ma so’ stonate ‘ste chitarre”. Lui, allora votato miglior chitarrista d’America, ci metteva due ore due ad accordare la chitarra e un’altra mezzora a collocare i coccodrilli degli elettricisti sulle corde per avere quei suoni. Dicevano che anche i fiati erano un po’ stonati, e si trattava degli Uptown Horns che avevano appena finito una tournée con i Rolling Stones. Poi Stefano Senardi, allora il direttore della Polygram, appena andato via, mi disse “Mimmo il disco è meraviglioso, ma stai troppo avanti”.
Poi porterei Idra, un disco che per otto anni mi ha impedito di scrivere canzoni nuove. L’ho realizzato dopo l’inaugurazione della Porta dei Migranti a Lampedusa, l’opera di Mimmo Palladino. Sono tornato da lì e ho cominciato a pensare all’amore. Ma c’è amore nell’uomo? E poi dentro di me c’è amore? Ed è stato tutto un lavoro di introspezione, di analisi, e non tutto risultava positivo.»
L’amore dov’è è anche il titolo dell’unico brano inedito, che in due versioni apre e chiude il tuo nuovo album antologico Dove lo sguardo si perde…
«In realtà cerco di dare una risposta alla domanda “dov’è l’amore” da quando ho iniziato a ragionare su come avere un sentimento, ma la risposta non c’è. La stessa conclusione della mia canzone dice “a occhi chiusi a cantare/l’amore l’amore dov’è?” è una domanda, ma in qualche modo è anche una sentenza. L’amore dov’è? Lo cerchiamo, ma in effetti non lo troviamo, perlomeno in assoluto, nella sua totalità.
Ci sono molte sfumature d’amore, che ci rincuorano, che ci riscaldano, però alcuni vicoli delle strade principali che richiederebbero un soffio d’amore non lo trovano mai. In fondo, se riflettiamo bene, l’amore forse non c’è. Ci sono le guerre, c’è la povertà, l’egoismo, il razzismo, il disinteresse e c’è la non cura verso sé stessi, verso l’ambiente, la natura, verso le altre persone. In qualche modo questa è una dimostrazione, la somma di una serie di operazioni matematico-sentimentali diciamo così o razionali che ci portano a escludere la presenza costante dell’amore nella nostra vita.
Sembra più che l’amore sia un’appartenenza personale, non una realtà universale. O perlomeno non una presenza universale. Però lo cerchiamo l’amore. L’uomo lo ricerca forse dalla sua origine, nelle sue varie forme di testimonianza, di presenza, di esempio. Forse è semplicemente una difficoltà a manifestarlo totalmente. Per quanto mi riguarda io sono un peccatore e in tante occasioni sono stato deficitario.»
Questa tua ricerca ti ha portato a valutare se, a livello di sentimenti interpersonali, è davvero il tempo trascorso con qualcuno a consolidare un legame oppure l’amore è una scintilla, qualcosa di irrazionale, di incomprensibile, di totalmente illogico?
«Entrambe le situazioni. E io ne aggiungo una terza: la conoscenza. La scintilla c’è e l’amore viene anche costruito attraverso i rapporti interpersonali. Vieni a contatto con una persona e l’affetto nasce perché ha alcune caratteristiche che mette in mosta e di cui ti innamori. E poi c’è la conoscenza, la situazione, un episodio. Come per l’astrologia, cui io non credo ma che ti cito come esempio. Tu non la conosci, ma ne vieni a contatto, la studi e te ne innamori, perché ci trovi dentro uno spiraglio e pensi che ti possa aiutare nella vita. Lo stesso può avvenire per l’opera lirica. Non la conosciamo, poi qualcuno a caso ci porta ad ascoltarla e nella rappresentazione operistica oppure nella musica troviamo qualcosa che ci spinge ad amarla. L’amore è anche scoperta.»

Veniamo a Dove lo sguardo si perde, che contiene 11 tuoi brani di periodi diversi, riarrangiati da tuo figlio Matteo in chiave acustico-orchestrale. Come e perché hai scelto queste canzoni? C’è un filo conduttore nel cd?
«Proprio un filo conduttore no. In questi 50 anni ho scritto più di 250 canzoni e la prima cosa che mi sono detto è stata di evitare di fare una specie di best of. Ce ne sono di quasi sconosciute come Anna di Francia per esempio, che ha la musica di mio figlio Guido Elle, che tra l’altro dopo vent’anni si è ricordato di fare un secondo disco. Non ci sono quelle che hanno avuto più successo, ma quelle che mi fanno più emozionare quando le suono. Non scrivo mai le canzoni per fare un disco, le canzoni mi escono. Aspetto e solo quando sento un toc toc mi siedo al pianoforte.
Suono per un’ora, due ore, tre, registro tutto, non ho reminiscenza di quello che ho fatto, ma ho la registrazione, magari sul telefonino. La riascolto dopo una settimana, dieci giorni, scelgo quelle 10, 12 tracce in cui intravvedo la possibilità che nasca una canzone e poi inizio a registrare di nuovo. Butto giù degli arrangiamenti, registro tutto e poi comincio a cantare, e canto “quella notte che c’era la luna, bla bla bla” perché non ho altre parole. Poi la ricanto un’altra volta e aggiungo qualcosa, magari dopo il bla bla, e vado avanti così, quattro o cinque volte, finché non esce un testo su cui devo fare tutto un lavoro di cesello. E quando le ricanto, non tutte naturalmente, se canto Pixi Dixie Fixi mi diverto, ma ce ne sono alcune che mi emozionano profondamente.
Io vivo anche un rapporto molto fisico con il pianoforte, non suono più le tastiere elettriche, digitali, non le voglio più sentire. Ho proprio un amore per il pianoforte e quando suono certe canzoni, da solo o con il gruppo o in questo caso con un’orchestra di archi, mi emoziono follemente. A volte devo stare attento a non farlo vedere troppo.»
Brani come Idra, Tutto bene, Odor di maggio, La faccia delle altre persone e anche l’inedita L’amore dov’è mostrano come nel modo di fare musica di Locasciulli confluiscono elementi vari. Venature country e gusto per la ballad, citazioni blues e invenzioni swinganti, oltre agli arrangiamenti classicheggianti e il pianoforte jazzy, arricchiscono di colori, senza mutarne la tinta di fondo, schemi tipicamente da cantautore old style dall’intima malinconia. Una malinconia che appare sempre rassicurante e gradevole, per quel suo non estremizzare mai le sensazioni di un’ispirazione lineare, poetica e armoniosa.
Perché la scelta totalmente acustica, che rappresenta un po’ la comfort zone dei tuoi brani e può apparire una scelta poco coraggiosa? Non ti è mai venuta voglia di mettere una chitarra elettrica, un suono digitale…
«Ma io sono partito così. Nell’84/85 ho fatto un concerto stracolmo al Teatro Olimpico di Roma e il giorno dopo su Repubblica apparve una foto con lo striscione di alcuni ragazzi che diceva “Mimmo metallaro”. Facevo concerti di tre ore con i fumi, le luci, scatenato e anche con le canzoni dei miei primi dischi. Poi avevo una band straordinaria, con Mario Scotti e Massimo Buzzi alla sezione ritmica erano Robbie Shakespeare e Sly Dunbar (i due ritmi più famosi della musica reggae, partner anche di Mick Jagger, Bob Dylan, Joe Cocker e via dicendo, compresi anche Jovanotti e Francesco De Gregori, ndr.), non ho mai avuto più una spinta come quella di quei due insieme. E ho avuto Greg Cohen, il contrabbassista di Tom Waits, che suona anche qui.»

Quando si riprendono le proprie canzoni di una volta per rivisitarle e riarrangiarle non si dà un po’ l’idea che siano definitivamente invecchiate nella loro prima stesura?
«Quest’anno, oltre che il mio 50esimo di attività musicale, c’è anche il 40esimo della mia partecipazione a Sanremo con Buona fortuna. Ho un progetto per prima di Natale, perché un mio fonico, che è stato fonico di Ligabue, di Elio e le Storie Tese, di Enrico Ruggeri, Rodolfo “Foffo” Bianchi, che ha prodotto anche Claudio Baglioni, un anno fa più o meno, mi ha mandato la musicassetta di un nostro concerto di allora. Noi li registravamo tutti su quel supporto, perché li volevo riascoltare e studiare. Lo facevo tutte le sere, ritornando in auto. Il figlio di Foffo, che ha uno studio di masterizzazione a Firenze, ne ha masterizzate alcune della tournée fatta subito dopo Sanremo. Sono rimasto: “suonavamo così? Incredibile!”
Allora voglio pubblicare solo sulle piattaforme digitali prima di Natale il tour dell’85. Sto scegliendo i concerti più belli, una canzone per ogni concerto, con la scaletta originale e con una rivisitazione finale di Buona fortuna. All’inizio ho pensato di doverla attualizzare, magari tutta a ottave, tum, tum, tum, poi mi sono detto “ma perché?” Però qualcosa farò, perché lì ci sono suoni abbastanza anni 80. Del resto se l’ha fatto Alessandro Manzoni mi sento autorizzato anch’io ad aggiornare la mia opera.»
C’è un giovane di talento, diciamo un trapper, di cui hai pensato “potrei lavorare con lui”?
«Ce n’è uno, ma non è giovane. Sono già entrato con lui in rotta di collisione e penso abbia scritto una delle canzoni più belle secolo passato (Quelli che benpensano, ndr.), di quelle che possono riverberarsi anche in questo secolo e si chiama Frankie hi-nrg mc. Non è giovanissimo, ma ha da insegnare tantissimo a questi giovanissimi. Quando mi chiedono cosa penso del trap, rispondo “il Trap ha vinto molti scudetti”. Ho un amico fonico che ha lavorato con me per tanti anni e adesso è impegnato in uno di questi talent. Mi dice sempre che la cosa incredibile è che cantano “stupro tua mamma e sgozzo tua sorella” e poi hanno mamma e sorella che li stanno aspettando fuori per riportarli a casa. Per fortuna, però non c’è credibilità, tranne forse questi trapper delle baby gang che rappresentano sé stessi. Se vogliamo parlare dell’hip hop, parliamo di Kanye West, di gente che lo propone in altre forme dove c’è una musica, c’è una produzione, una cura. In Italia la maggior parte delle volte c’è una batteria elettronica e una tastiera e poco altro, non mi piace.»
Ti piacciono gli archi, a cominciare dagli “strumenti del mare” che utilizza il Quartetto Pessoa che partecipa a Dove lo sguardo si perde e ti accompagna in alcune date del tour teatrale che stai facendo…
«L’idea di fare un disco con un’orchestra d’archi e con il Quartetto Pessoa è nata a febbraio 2024, quando ho assistito al Teatro alla Scala a un concerto dei violoncellisti Giovanni Sollima e Mario Brunello, che suonavano questi strumenti costruiti dai detenuti del carcere di Opera, vicino Milano, con i legni lasciati dalle barche dei migranti naufragate sulle spiagge di Lampedusa. I cosiddetti “strumenti del mare” sono un’idea di Arnaldo Mosca Mondadori, che presiede la Fondazione Casa della Musica e delle Arti, e sono un pensiero di solidarietà verso l’umanità scartata che condivido. Quando mi hanno dato il Premio Tenco alla carriera lo scorso anno ho suonato con il Quartetto Pessoa, che li utilizza, e così ho fatto a Roma al concerto di apertura del tour e di presentazione di questo cd a gennaio. Lo stesso farò il 22 giugno per il concerto al porto di Pescara e ancora in altre date.»







































