Il Cantico di frate Sole, come veniva chiamato all’inizio, o Cantico delle Creature, come è conosciuto oggi, è una delle poesie più intense della nostra letteratura, oltre a essere una delle prime, se non proprio la primissima, tra quelle arrivate fino a noi, composta in lingua volgare. Nel 1225 san Francesco d’Assisi era consumato dalle malattie e soffriva di dolori lancinanti sia a causa delle stimmate, ricevute nel settembre dell’anno precedente, sia agli occhi, che stavano perdendo ogni luce. Eppure dal suo letto di agonia, dove morirà l’anno successivo, dettò, probabilmente cantandolo, questo inno al creato e al suo essere una “scala” per raggiungere Dio a fra Leone, il cui scritto su pergamena è oggi conservato ad Assisi nella Biblioteca del Sacro Convento di san Francesco.
Massimo Donno, cantautore salentino, ne offre una libera rivisitazione nel suo quinto album da titolare La spada e l’incanto, con nove canzoni (più un remix) «che spero possano mettere in risalto la perdurante validità di questo approccio al mondo e alle creature che lo abitano, quali che siano le motivazioni – religiose o laiche – che assumiamo come norma e regola del nostro agire». Dopo Amore e marchette del 2013, Partenze del 2015 e gli eccellenti Viva il re! del 2017 e Lontano del 2022, oltre ai tre come membro dell’Allegra Brigata Bodhran, Donno scrive un nuovo saggio di piccole eccellenze sonore e di liriche forti come i sapori della sua terra e del Mediterraneo, che spesso ha “attraversato” nelle sue avventure artistiche.
«Donno non canta San Francesco: canta con San Francesco. E lo fa da uomo del nostro tempo, parlando di lavoro e guerra, di migrazione e solitudine, senza mai perdere di vista la bellezza come possibilità, come resistenza, come atto politico. Un disco che non cerca la bellezza nel mondo ideale, ma la rintraccia nelle crepe dell’esistente», scrive bene Francesco Spadafora.
L’amore del cantautore verso la Terra e la terra, “testimone o giudice di verità o bugia” e “compendio di una storia”, cantato nell’iniziale Terra (Amo te), brano rivisitato in chiusura da Ashéblasta aka Roberto Chiga con un ricco coro, in cui spicca la voce di Ninfa Giannuzzi, è già stato pluripremiato e introduce un percorso carico di una tensione sottile, che si muove come un lungo rimpianto su tutto quello che è andato storto in questi 800 anni – e verrebbe da aggiungere anche in queste ultime ottocento ore – e che insieme possiede una sintassi inclusiva di fondo, sa coinvolgere e indurre a pensieri positivi.
Massimo Donno è un musicista discreto e garbato, che costruisce le sue canzoni in maniera elegante, piene di sapori lievi, quasi schivi prima quanto persistenti poi, e sa affidarsi a collaboratori coinvolti e convincenti, come la brava Maria Mazzotta, con cui duetta nella Lode all’Onnipotente, delicata ballad che umanizza i quattro elementi e li fa diventare un aiuto alla nostra anima. O come il senegalese Talla Ndiaye che ricanta, dopo l’esposizione del titolare e nella sua lingua, quel “paradosso di bellezza e distruzione” che è il Fuoco, simbolo di calore, peccato e preghiera, di bombe e di fumo anche “sulle quattro assi a galleggiare in mare”.
Ancora la superba Rachele Andrioli e il femminile Coro a coro rendono Vento aria cielo un soffio che cresce, grazie anche al ricco supporto strumentale. La luna, le stelle ha un testo magnifico, una poesia senza confini che fa di noi ascoltatori i più buoni e i più sciocchi di cui Massimo è re incontrastato. Il violoncello di Redi Hasa conduce l’affabulazione di Fratello Sole, la luce, un’invocazione e una denuncia, una ballata forte che ferisce l’anima con i graffi della chitarra elettrica di Morris Pellizzari e che ripete la nostra eterna domanda “quale lingua e quale mare ci ha portati fino a Dio”?
L’Acqua scura del Mediterraneo, dal cui fondo salgono le voci dei fratelli, è la protagonista tragica di un’altra canzone disarmante e durissima, che ci impedisce ogni conciliazione con la nostra coscienza. Ha il sapore di un lied schubertiano dai tenui colori world Perdono e sopportazione, azioni cui costringiamo il diverso, lo straniero, dietro cui vigliaccamente non riusciamo a riconoscere la parte migliore di noi. Infine è Sorella morte a farci ricordare tra i “pensieri sordi e scuri” di oggi, il verso francescano dell’auspicio e della beatitudine: “beati quelli ke troverà ne le Tue santissime voluntati,/ ka la morte secunda no ‘l farrà male”.
Resta da dire del contributo strumentale degli efficaci Riccardo Tesi all’organetto e al sintetizzatore ed Emanuele Coluccia ai fiati, oltre che degli abituali partner ritmici di Donno, ovvero Vito De Lorenzi, a batteria, percussioni, elettronica e scacciapensieri, e Matteo Resta al basso. Tutti coinvolti nella difficile mediazione tra La spada e l’incanto.






































