Tre musicisti esperti, con una carriera significativa alle spalle. Parliamo del 48enne chitarrista di madre americana e padre indiana Krishna Biswas, del 67enne Andrea Polinelli, che si considera un musicista “fuori dai generi con l’inclinazione per la documentazione”, e del 55enne Daniele Comoglio, richiestissimo sessionman pop e jazz. Tutti e tre apprezzati docenti, hanno da poco pubblicato i loro diversissimi nuovi album da titolari, che vi proponiamo.

Krishna Biswas

Krishna Biswas

La Castagna (Dodicilune/IRD)

Voto: 8

 Il chitarrista e didatta fiorentino Krishna Biswas pubblica il suo ennesimo album alla sola chitarra acustica e continua un percorso disseminato di gioiellini pregevoli di immediata piacevolezza e insieme di ricerca elegante e saggia. Di madre americana e padre indiano, vanta studi accademici sulla chitarra classica e una serie di esperienze con l’elettrica in ambito rock, metal e jazz. Attorno ai 25 anni ritorna al primo amore e forgia uno stile personale, che contamina le diverse esperienze vissute, un’attenzione nuova per la musica contemporanea e per quella world e il ricordo di specialisti dello strumento in ambito new age, in particolare Michael Hedges, e jazz, come Marc Ribot e Lage Lund.

Biswas, che è anche molto impegnato nella didattica, propone in questo album un percorso che mette in luce magnificamente tutti i toni e i colori accurati della sua musica. Tredici tracce che disegnano impressionisticamente La Castagna, il casolare di campagna dove il chitarrista vive con la sua compagna, e che hanno come parola d’ordine il titolo del terzo brano, il giocoso Filtra moderato ottimismo.

Biswas sviluppa sia ricerche sui cromatismi che sulle dinamiche sonore, sia spazi dedicati all’improvvisazione, cui aggiunge la sua passione per le accordature non convenzionali, per mantenersi il più possibile libero da condizionamenti di genere. Momenti più liberi e luminosi come Bellatrix (è il nome di una stella) si alternano ai passaggi malinconici di Carlo Emilio (dedicato allo scrittore Carlo Emilio Gadda), a quelli imprevedibili di Cocci rotti, a quelli world di Kashinath, a quelli sofisticati di Catulus, a quelli intimi di Raffaella.

Andrea Polinelli

Andrea Polinelli

La cantina, altri appunti sul jazz (Alfa Music/Egea)

Voto: 7

 Nel 1978 la Rai trasmise uno sceneggiato (allora si chiamavano così le serie tv) per la regia di Pupi Avati dal titolo Jazz Band, che fece conoscere anche al grande pubblico la vicenda del jazz bolognese negli anni Cinquanta/Sessanta. Furono gli studenti universitari, che alla Festa delle Matricole allestivano carri carnevaleschi che portavano il dixieland in giro per la città e che si ritrovavano nelle cantine e nei pub per approfondire quel suono e divertirsi, a dare il la alla diffusione felsinea della musica afroamericana degli esordi.

Le band più famose, che si davano battaglia a furia di assolo individuali e di “sparate” collettive durante epiche jam session, erano la High Town Syncopators del giovanissimo Lucio Dalla, la Criminal Jazz Band dello stesso Avati e la Superior Magistratus Ragtime Band di Nando Giardina. Queste ultime si fusero nella Reno Dixieland Band, dove confluì anche Dalla, diventata poi la Doctor Dixie Jazz Band, con la guida del musicista più dotato di tutti, il clarinettista Hengel Gualdi, titolare anche della più importante formazione di liscio dopo quella di Raoul Casadei.

A quel clima musicale si rifà oggi il documentario La cantina, altri appunti sul jazz, che chiude un trittico iniziato con Compro oro (dedicato allo Swing Club di Torino) e con Cocktail bar sul romano Music Inn. Il promoter Toni Lama e il regista Stefano Landini, entrambi scomparsi da poco, lo hanno realizzato, affidando all’esperto compositore, sassofonista e docente Andrea Polinelli la parte musicale, raccolta in questo cd. Cinque brani in quintetto (il trombone di Eugenio Renzetti e il piano di Massimo Fedeli, oltre ai due ritmi) per un jazz hard bop ortodosso, swingante ed elegante, ben scritto e ben suonato, ma necessariamente privo di sorprese, poiché legato a un copione scorrevole e narrativo. Un cliché da cui esce solo la sesta, divertente e scanzonata bonus track, con i due fiati sorretti da banjo, tuba e batteria, alla maniera della vecchia New Orleans.

Daniele Comoglio

Daniele Comoglio

Paradeiro (autoprodotto)

Voto: 7/8

 Jazz + Brasile è un connubio che dura nel tempo, indifferente al trascorrere delle mode e all’evolvere degli stili. Daniele Comoglio è tornato innamorato da un viaggio in terra carioca: «oltre ad avermi affascinato tanto, il Brasile mi ha cambiato la vita», afferma. Così il suo terzo cd da titolare (dopo Dreaming In Colour del 2005 e Travelling del 2020) sviluppa nove brani, che pur nella struttura articolata, raccontano storie semplici, il che non significa “facili”, ma piuttosto “emotivamente dolci” e “languorosamente elastiche”.

Paradeiro, che in portoghese significa “dove ci si trova”, “a che punto siamo”, vuol settare lo standard attuale della visione sonora del sassofonista piemontese, da anni residente a Milano, dopo il suo girovagare artistico tra orchestre sinfoniche, ensemble jazz e partnership pop (da Adriano Celentano a Renato Zero, da Gino Paoli a Raf). E utilizza come diapason l’ottimo Helio Alves, il pianista di San Paolo, ma da oltre 30 anni a New York, dove ha collaborato con personaggi del calibro di Joe Henderson, Slide Hampton, Yo-Yo Ma, Paquito D’Rivera e via dicendo, oltre ad avere un suo quartetto stabile.

I due si “incontrano” solitari nella centrale Retrato Em Branco E Preto, classico evergreen di Tom Jobim e Chico Buarque, di un emozionante disegno a matita dalla suggestiva trasparenza. Nei primi quattro brani, registrati nella Grande Mela e dalla struttura articolata e interessante su ritmi non banali, che sono  modellati con classe senza mai scivolare nel cartolinesco, sono accompagnati dai giovani ritmi Gili Lopes e Rafael Barata. Negli ultimi quattro, frutto di una sessione ripresa a Prato, sono con il pianista e il sassofonista due storiche colonne del sound brasiliano a New York, il batterista Duduka Da Fonseca e il contrabbassista Nilson Matta, che offrono ciascuno un proprio brano al raffinato scorrere di brani che illuminano con le sfumature e la limpidezza di un’alba sul mare.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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