Il Premio Nazionale Città di Loano per la Musica Tradizionale Italiana, giunto alla edizione XXI, è da anni il più prestigioso riconoscimento dedicato alla musica world del nostro Paese. Ogni aprile/maggio una giuria composta da oltre 50 studiosi e giornalisti specializzati segnala l’album migliore in assoluto e quello del miglior artista under 35(con al massimo due cd all’attivo) pubblicati durante l’anno precedente, mentre gli organizzatori propongono per un premio alla carriera a musicisti, organizzatori, associazioni o realtà culturali che hanno contribuito in maniera determinante alla valorizzazione del patrimonio culturale e musicale italiano. I vincitori, proposte musicali che intrecciano la ricerca, il recupero e la valorizzazione della “tradizione” con una nuova interpretazione della musica popolare, per il 2024 sono stati rispettivamente gli album Onde di Maria Mazzotta e Travessu di Pierpaolo Vacca. Entrambi i lavori sono stati presentati su queste pagine a suo tempo con le dovute lusinghiere considerazioni.

Durante il riesame delle proposte datate 2024 che i giornalisti di Spettakolo! nella giuria del premio, cioè chi scrive, Giordano Casiraghi e il direttore Massimo Poggini, hanno fatto per esprimere il loro voto sono emersi alcuni altri album che ci sono sembrati degni di essere indicati a voi lettori. In primis il terzo classificato – anche il secondo, Roda di Eleonora Bordonaro, avevamo molto elogiato a suo tempo – l’ottimo A cruda voz di Lavinia Mancusi, edito dall’etichetta Liburnia. Giunta al terzo cd (dopo Semilla del 2013 e Semilla vol. 2 del 2018) da titolare, la cantante, polistrumentista e scrittrice romana propone un magnifico excursus dedicato alla vocalità popolare.
Sono canti di mare e di partenza, di attesa e di speranza, di lavoro e di sofferenza, della nostra tradizione che assumono un andamento di una vivezza e di un coinvolgimento unici. Questo grazie alle interpretazioni giocate sui più diversi registri della protagonista, che suona anche chitarra, violino e percussioni, agli arrangiamenti coerenti e attuali del bravo Mauro Menegazzi, che suona fisarmonica, synth ed elettroniche, e al contributo del chitarrista Iacopo Schiavo, impegnato allo strumento classico e al liuto arabo oud.
Da segnalare anche le suggestive combinazioni di brani tra loro, ad esempio la tradizionale title track con Marinaresca di Roberto De Simone e della NCCP oppure i canti di rivendicazione Lavoro tra li pecuri e li cani e Tarantella dei baraccati, le riprese di due brani dedicati ad autentici drammi sociali del grande cantore pugliese Matteo Salvatore e gli interventi ai fiati di Renato Vecchio e la presenza della lancinante chitarra elettrica di Andrea Chimenti (già nei Moda e poi ottimo cantautore da troppo fermo ai box).

Un altro album tra i più apprezzati di cui non vi abbiamo parlato a suo tempo è Gotes di Alvise Nodale, pubblicato dalla label Il Cantautore Necessario. Ed è proprio un cantautore che è necessario scoprire il compositore e polistrumentista carnico trentenne, già titolare di Conte Flame del 2015, The Dreamer del 2018 e Zornant del 2021, nonché vincitore di numerosi premi sia in proprio sia come componente di progetti come le Storie Sbagliate, i Villadorme, i Cinque uomini sulla cassa del morto e i Darìnt.
La voce di Nodale è quella che colpisce subito e che conduce l’ascolto dentro le pieghe più intime e profonde di dieci canzoni che raccontano delle fragilità, dei dubbi e dei tormenti, da cui siamo chiamati a difenderci quando affrontiamo una svolta nella vita, si tratti di amore o di relazioni, di atteggiamenti o di emozioni. Una voce maschia, che sa essere profonda e limpida oppure soffiata e densa, estremamente espressiva, sempre accompagnata in una simbiosi indispensabile da una chitarra acustica suonata con tecnica raffinata, quasi colta.
Dieci canzoni, tra cui la strumentale title track, in dialetto friulano nella sua cadenza dell’altopiano carnico (zona che da mezzo secolo in qua ha prodotto un’autentica scuola di cantautori e musicisti, da Luigi Maieron a Lino Straulino, da Franco Giordani al giovane Massimo Silverio e vari altri) che sono “gocce”, le Gotes del titolo, che scavano la pietra dell’indifferenza e della superficialità diffuse. Testi poetici, come la traduzione in italiano presente sul booklet mostra a tutti, e un accompagnamento essenziale alla sei corde, che ricorda molto i primi lavori del grande Bert Jansch, accompagnata solo qua e là dal formidabile violoncellista dello GnuQuartet, il genovese Stefano Cabrera, e dalla voce espressiva di Flavia Barbacetto, con la quale duetta nella conclusiva, fascinosa Un Âti Mâr.

Continuiamo la nostra carrellata con Giovanni Dall’Olivo e il suo VenetikoRebetiko, realizzato per l’etichetta Alfa Music. Il direttore generale della Fondazione di Venezia, istituzione che fornisce strumenti, azioni e progetti in ambito artistico e culturale per migliorare la formazione dei giovani e la qualità di vita di ogni cittadino della provincia veneta, è un cantautore ed eccellente strumentista, oltre che ricercatore appassionato di storia musicale del Mediterraneo. Accompagnato da oltre vent’anni dal collettivo “a geometrie variabili” Lagunaria in opere pregevoli come l’album eponimo del 2006 dedicato al Canzoniere Popolare Veneto, Addio a Ulisse del 2016 e Memorie di Atlantide del 2021, anche qui allinea Alvise Seggi ai cordofoni, Walter Lucherini al bandoneon, il chitarrista Stefano Ottogalli, il clarinettista Piergiorgio Caverzan e gli altri, in 11 brani di musica rebetika greca.
Nata a fine 800 nei bassifondi del Pireo e di Salonicco a opera di artisti emarginati che raccontavano disagi ed esperienze, parlando di povertà, prigione, amore, droghe, prostituzione e problemi sociali, osteggiata dalle diverse dittature succedutesi nel Paese, raccoglie elementi di contaminazione eterogenei, turchi, mediterranei, mediorientali. Denominata il “blues greco” ha oggi un valore libertario e comunicativo e in questa direzione – come e meglio del Rebetiko Gymnastas di Vinicio Capossela datato 2012 – va il lavoro di Dell’Olivo, che unisce cinque sue canzoni in quello stile con altrettanti brani di compositori storici del genere come il grande Markos Vamvakaris e il suo collaboratore Anestis Delias, come Vassilis Tsitsanis e Vangelis Perpiniadis, con i poetici testi tradotti in italiano. Apre il cd il tradizionale greco Se Kainouria Varka Bika rivisto in veneziano alla maniera dei mercanti, che, fin dai tempi della Repubblica Marinara, fecero del Mediterraneo “un crocevia di beni materiali, di culture, idiomi, esperienze. In una parola, di Civiltà”.

L’album Basta! di Giuliano Gabriele (Giro Music) è stato considerato dall’autorevole giornale francese Le Monde al quarto posto tra le migliori uscite world del 2024 e la rivista di riferimento di questo genere musicale, l’inglese Songlines, ha inserito il brano eponimo tra i 10 di una delle sue antologie bellissime mensili Top Of The World Tracks. Scusate se è poco. In effetti il cd dell’organettista italo-francese nato a Sora, in provincia di Frosinone, e specialista del repertorio del Centro-Sud, già membro dell’ensemble storico molisano Il Tratturo, è un disco vibrante e febbrile, di un groove contagioso, pieno di testi che incitano a una decisa presa di posizione.
Dopo album interessanti come Melodeonia del 2012 e Madre del 2015, numerosi riconoscimenti, tra cui il Premio Andrea Parodi, e direzioni artistiche di festival, Gabriele torna con un lavoro in cui si cimenta come autore di tutti i brani, in cui i ritmi folk ipnotici del nostro sud si fondono con sonorità globali, rock, pop, elettroniche, mediterranee, con un risultato di grande effetto. Merito anche del superproduttore Martin Meissonnier (personaggio che ha collaborato con Fela Kuti, Alan Stivell, Robert Plant & Jimmy Page, Manu Dibango e via dicendo di questo calibro), che si occupa anche delle programmazioni, e di musicisti affidabili come la violista Lucia Cremonesi, che spesso aiuta anche nella stesura delle musiche, il percussionista Eduardo Vessella, i chitarristi Carmine Scialla e Giovanni Aquino e gli altri, tutti impegnati anche con strumenti della tradizione popolare.
Parole d’ordine come Muoviti, Réveillez Vous, In silenzio, la stessa Basta! diventano titoli di canzoni complete, a tutto tondo, che si intersecano tra momenti più decisi, come la pizzica poderosa della title track oppure la conclusiva Mezzogiorno a Panikos dal finale quasi zingaresco oppure ancora la tarantella di Mammasantissima, contro la spietatezza della ‘ndrangheta calabrese, e situazioni più introspettive come Sabir o la serenata In silenzio. La voce particolare e intrigante del leader martella incitazioni e inviti a “risvegliarsi”, è assertiva e contraria a ogni conformismo, parla di immigrazione e di incontro con l’altro, di un sud senza prospettive, di tabù sessuali, di identità inafferrabile.

Ci piace chiudere questa carrellata con un album molto particolare, di quelli che erano relativi alle cosiddette “ricerche sul campo”, ovvero alle avventure che gli specialisti e gli studiosi andavano a fare nelle campagne e nei villaggi per documentare sui registratori portatili di allora – per solito i mitici Nagra – i canti, i balli, le musiche che venivano espresse dagli anziani cantori e strumentisti ancora incontaminati dalle sonorità commerciali. Quella che da allora è considerata una sorta di purezza espressiva incontaminata, da tutelare nei suoi termini antichi nella certezza che si tratta comunque di materiale da museo, perché è storia degli usi e costumi e dell’arte delle popolazioni, viene oggi chiamata musica folk ed è diventata uno degli elementi costitutivi, nel suo evolversi e miscelarsi con l’attualità (unico modo per uscire dalla classificazione museale necessariamente incasellata e immutabile, mantenendo così vitalità e crescita prospettiche) e quindi con i generi più diffusi e globali, come il pop, il jazz, la musica elettronica, la classica e via dicendo, senza escludere i suoni folk di altri popoli e di altri territori. Evolvendosi così in quella che si chiama world music.
I Tumbarinos de Gavoi, il cui ultimo album è Trinchiddade. Balli e suoni di Gavoi, sono l’orchestra locale che anima le manifestazioni festive ed è il cuore pulsante dei rituali carnevaleschi del piccolo comune del nuorese. Dieci musicisti che, anche vestiti in maschera, percuotono i tumbarinu, tamburi con cassa cilindrica bipelle suonati con bacchette di legno, i triàngolu di ferro battuto duro e il tumborro, un arco con una cassa di risonanza, che soffiano nei flauti pipiolu, che suonano l’organetto diatonico e la fisarmonica. Il cantante, sa boche, (i testi sono poesie i cui autori sono stati dimenticati nel tempo, a parte Giovanni Zurru e il fabbro analfabeta Cantoni Buttu) e leader è l’ex-bibliotecario Pier Gavino Sedda, figura storica della Barbagia, antropologo e studioso di poesia e storia locale.
L’album è un esempio di come la musica folk che è rimasta sé stessa e insieme si è evoluta nel tempo – perché le manifestazioni o i concerti che la propongono non si sono fermati – offra un sound di sorprendente modernità. Quella di Gavoi è una musica di cui si ha notizia da inizio XIX secolo, ma è certamente più antica, eppure questi 19 brani che ne esplorano, in formazioni diversificate, la varietà timbrica e la ricchezza ritmica non hanno nulla di sorpassato o di museale. Sia i vari Ballu ‘e Gavoi in quartine, sia il tipico contzertu anticu eseguito in trio, sia il ballo nuziale Su Nugoresu eseguito dalla sola fisa di Giuseppe Costeri, sia il ballo Curre Curre, eseguito all’organetto da Antonio Maisto, sia tutte le altre esprimono la prorompente vitalità del folk vissuto intensamente.
Concludiamo per ricordare agli appassionati che la manifestazione di premiazione del Premio Loano 2025, con una serie di concerti e manifestazioni collegate, è in programma dal 5 al 7 settembre prossimi nella cittadina ligure e dal 12 al 14 dello stesso mese nel primo entroterra, e accoglierà numerosi artisti che rappresentano i linguaggi della tradizione declinati nella contemporaneità con approcci innovativi.






































