Sembra che le estati dei tormentoni siano ormai terminate. Le canzoni immediatamente orecchiabili sono diventate un must ricercato in ogni mese dell’anno, tanto che i brani hanno una vita di poche settimane, subito sostituiti nell’attenzione dei più da nuovi pezzi altrettanto orecchiabili. Allo stesso modo i temi “stagionali”, legati al periodo vacanziero e spensierato, sembrano del tutto fuori luogo in un periodo storico in cui conflitti bellici e geopolitici infiammano letteralmente il pianeta. Allora cosa ci resta? Affidarci a chi utilizza per messaggi positivi e a volte anche decisamente sociali i ritmi più “caldi” e coinvolgenti, come fanno nei loro nuovi lavori i tre progetti artistici che vi presentiamo.

The Mighty Mocambos

The Mighty Mocambos

A Higher Frequency (Mocambo)

Voto: 8

L’album numero cinque (serie cui si somma il This Is Gizelle Smith & the Mighty Mocambos del 2009) della band guidata dall’eccellente chitarrista Björn Wagner esce a tre anni dal precedente Scénarios e a quattordici dal debutto da soli The Future Is Here. I nove Mighty Mocambos, il cui organico presenta un avvicendamento con l’ottimo Guillaume Métenier al posto di Martin Fekl alle tastiere e il sostanziale rinforzo della sezione fiati con l’aggiunta di Ben Greenslade-Stanton al trombone e di Daniel Kimaz ai flauti (mentre restano ai loro posti i formidabili ritmi Victor Kohn e Sascha Weise, la cantante Nichola Richards e i fiati Bernhard Hümmer e Sebastian Drescher), propongono un nuovo sviluppo, più ampio ed “energetico”, più concertistico e jazzy, al loro marchio di fabbrica, ovvero al deep funk più moderno e poderoso del continente europeo.

In un mondo inondato di negatività e paura come quello contemporaneo ascoltare il sound pieno di colori e di linee funk brucianti è una panacea delle emozioni e un rilassamento dalle tensioni. Registrato live to tape in analogico nel leggendario studio MPS nella Foresta Nera, A Higher Frequency propone 10 tracce ricche di groove e di continui break, di errebì sfacciato, di funk disteso e di interplay strumentale vibrante. Ispirati più da singoli 45 giri di gruppi oscuri piuttosto che dal catalogo di qualche artista leggendario, anche qualche riferimento a band come The JB’s e i Funk Brothers, ne offrono un aggiornamento convincente, che sfocia in gioiellini come il soul jazz festoso di Get Loose, l’irrefrenabile groove di Sparks Of Joy, la follia percussiva di Phantom Power e il funky grumoso di Can’t Stop This Fire, con ospite il cantante newyorkese Carlton Jumel Smith.

Luna Soul

Luna Soul

First Move (Légère)

Voto: 7

Grow, il primo brano dell’albo First Move, parla della ricerca del proprio io interiore su un ritmo pop appena mosso, con la voce della tedesca Lisa Michèle Lietz, che è anche un’insegnante di yoga. «Ciò che mi spinge», dice, «è la ricerca della connessione tra luce e oscurità, la bellezza della consapevolezza e la profondità dell’armonia. L’armonia che risiede in ognuno di noi, che ci connette, e quella della musica che ci ispira.» Ispira lei e il chitarrista spagnolo Jordi Arnau Rubio, un ex-ballerino della disciolta compagnia del teatro di Mecklenburg, con cui fa coppia nella vita e nell’arte dal 2019.

Dopo il premiato album di debutto del duo, che ha scelto la denominazione Luna Soul, quell’Hills Of Time che li proponeva come un nuovo interessante prospetto indie funk, Lietz e Rubio hanno atteso cinque anni prima di ripetersi. E l’hanno fatto con il supporto del produttore (e musicista alle tastiere e al basso, insieme al drummer Phil Martin) australiano Joel Sarakula, specialista in questo sound estivo da chiringuito tra il pop e il soul, la soft disco e la lounge.

Ne escono dieci brani inediti, sette dei Luna Soul e tre di Sarakula con i collaboratori Paul Milne e Daniel Fell, pieni di parole positive sulla linea dell’iniziale Grow, che suggeriscono di cogliere l’attimo, di accendere i legami interpersonali, di vivere in maniera piena, di ricerca della crescita interiore. Il tutto con un feeling un po’ fané e nostalgico degli anni 70 e 80, un po’ morbido e funk-pop, un po’ easy soul, con qualche tocco balearico in 1979 e qualche spruzzata disco in Hold On.

Peyoti

Peyoti for President

Your Comfort Zone (Sordid Soup)

Voto: 8/9

 Se non l’avessero già definito “l’antidoto alla noiosa espressione stereotipata della musica pop”, bisognerebbe farlo. Il londinese Peyoti è un compositore, chitarrista, cantante e produttore che attraversa i diversi generi musicali, combinando beat globali, ritmi sudamericani, tocchi psichedelici, pulsioni rock, cui somma il suo cantato, di chiara matrice sociale e politica. Il tutto senza che nessun ascoltatore riesca a stare fermo sulla poltrona, a non alzarsi e mettersi a ballare.

Attivo da una ventina d’anni, Pietro DiMarco (questo il suo nome anagrafico, che denota evidenti origini italiane, siciliane per la precisione) è stato fino al 2011 nel Regno Unito il leader del progetto Peyoti for President, che era innanzitutto una visionaria e fulmicotonica macchina da concerti, una band che ha calcato i palchi dei più importanti festival, da Glastonbury a Rockwave, e si è esibita a fianco di Manu Chao, Iggy Pop, i cubani Buena Vista Social Club e la portoghese Mariza. Poi si è trasferito a Barcellona, e quindi nell’Algarve portoghese, dove ha registrato questo suo secondo album, a 16 anni dal debutto Rising Tide Of Conformity (cui sono seguiti gli EP Who Am I? del 2014 e Sufragette City, dedicato a David Bowie, del 2021).

Frutto di una lunghissima gestazione, che ha unito proposte di Netflix per colonne sonore e un’escursione in Messico con annessi “viaggi” a base di mescalina e tequila, Your Comfort Zone raduna in sala solo tre artisti, il produttore e tastierista Marc Mennigmann, il trombettista Pedro Barroso e Peyoti, che canta e suona tutti gli altri strumenti. Il risultato è di una potenza inimmaginabile e una valanga di world-beat si diffonde dalle casse, energia e grande intrattenimento battono il ritmo su un fondo di tropicalismo e world beat, di cumbia messicana (Vamos A Nadar con la cantante Ceci Meza) e rap contagioso (l’urlo adrenalinico di Freedom, introdotto dalla poesia recitata Freedom Preacher, e il vorticoso My Body My Choice), di invocazioni pacifiste (l’inno Palestinian Children con la chitarra spagnola di Tijs Groen) e di affermazioni definitive (Your Comfort Zone Will Kill You).

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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