Herbie Hancock a Roma: la leggenda che reinventa il tempo

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Roma, Auditorium Parco della Musica – 14 luglio 2025. Sotto un cielo terso di metà luglio, la Cavea dell’Auditorium si è trasformata in un santuario del suono. A guidare la liturgia, una figura che ha attraversato le epoche del jazz con la grazia di chi non ha mai avuto bisogno di inseguire il tempo, ma lo ha sempre saputo anticipare: Herbie Hancock.

A ottantacinque anni, il maestro statunitense è salito sul palco con l’energia quieta di chi conosce il peso della propria storia, ma anche con lo stupore fresco di chi ancora ama sperimentare. E non era solo: con lui, un quintetto di straordinaria levatura — Terence Blanchard alla tromba, Lionel Loueke alla chitarra, James Genus al basso e Jaylen Petinaud alla batteria — ha saputo seguire ogni sua traiettoria, tra acustico e digitale, tra scrittura e improvvisazione.
Nel repertorio di Hancock non esiste la nostalgia. Anche i brani storici, quelli che hanno definito generazioni, vengono riletti con una freschezza che disarma. Il pianoforte acustico dialoga con sintetizzatori digitali, la tradizione si fonde con la ricerca timbrica. È un jazz che non guarda indietro, ma in avanti, come se ogni nota fosse ancora una scoperta possibile.
Quello che si è vissuto a Roma non è stato solo un concerto, ma una dichiarazione d’intenti. Hancock non è semplicemente un sopravvissuto della grande stagione del jazz: è un architetto sonoro che continua a progettare futuro.
In tempi in cui la musica spesso si consuma in fretta, Herbie Hancock ci ricorda che l’arte autentica richiede tempo, ascolto e coraggio. E ieri sera, in quell’anfiteatro romano gremito, il pubblico ha risposto con silenzi attenti e applausi appassionati, riconoscendo di trovarsi davanti non a una reliquia, ma a una forza ancora pienamente in atto.
La leggenda è viva. E sa ancora suonare come nessun altro.

Report di Stefania Rossi

La fotogallery del live

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