Da Tolentino (Mc) a Trapani, da Bari a Montegrotto Terme (Pd), passando per un jazz club ad Askeby in Danimarca – con il bassista danese Jesper Bodilsen, apprezzato al fianco di Stefano Bollani, e il bandoneonista Paolo Russo – il cantautore napoletano Joe Barbieri è in tour fino al 31 agosto e le date si possono trovare nel suo sito internet. Presenta il suo recente nuovo album Big Bang, arrivato a quattro anni dal precedente Tratto da una storia vera. Le 10 canzoni dal sound elettro-acustico, ma anche orchestrale o cameristico, lo vedono arricchire di nuovi colori e sfumature la sua già ricca tavolozza espressiva, che non dimentica mai il jazz elegante, il profumo del Sudamerica e il raffinato pop d’autore.

L’ex pupillo di Pino Daniele, che lo aiutò a scrivere e pubblicare i primi lavori, autore per Giorgia, Mario Venuti, Musica Nuda, Tosca e altri, recentemente autore per lo spettacolo teatrale Malinconico, moderatamente felice (protagonista Massimiliano Gallo nei panni dell’avvocato Vincenzo Malinconico, visto anche in una serie tv), canta l’amore nelle diverse sfumature, come trampolino per una personale evoluzione, e ci porta in un’oasi piena di emozioni e di miraggi, di ricerca e di nuovi equilibri.

Big Bang ha un titolo piuttosto impegnativo, che indica non solo un nuovo inizio, ma anche una drammatica esplosione…

«È così, non so se è drammatica, però, come dire, c’è certamente una voglia di concessione, di libertà espressiva. Non che mi fosse mancata negli episodi precedenti, però questo album sicuramente è il disco più libero che mi sono regalato.»

Però sono tutte canzoni d’amore, in un periodo come il nostro, che è così pieno di disastri e di problemi. Non pensi che la canzone, la musica, abbia anche un ruolo di sensibilizzazione nei confronti dei drammi contemporanei? Ti sei un po’ chiuso in te stesso?

«Senza dubbio, però intanto l’amore è rivoluzionario e quindi si può parlare d’amore in tanti modi, poi penso che ciascuno in qualche modo debba aggiungere il proprio tassello a questa rivoluzione, a questa sensibilizzazione di cui tu correttamente parli. Un tassello che però va messo secondo le proprie inclinazioni e la propria offerta in qualche modo, le possibilità della propria offerta. Io non ho sempre scritto d’amore, ma ho quasi sempre scritto di piccole cose, di microcosmi nei quali la vita in qualche modo è fluita, è il mio modo di cercare una purezza nelle cose, di inseguire questa sfuggente bellezza, questo conosco e questo in qualche modo posso offrire.»

Sei solo al settimo album in 32 anni di carriera…

«Sette album di inediti, anche se ce n’è un altro paio a inizio carriera, sempre di inediti, ma che considero un po’ dischi esperienziali, nei quali in qualche modo ho raccolto le prime esperienze, prima di comprendere meglio qual era la strada che avrei voluto imboccare. Oltre a questi dischi di inediti però ci sono stati dei dischi devoti ad alcuni artisti, dei dischi dal vivo, quindi siamo a una quindicina in totale.»

Sei passato da Pino Daniele, che ti ha supportato nei tuoi inizi, a Vincenzo Malinconico, l’avvocato dello spettacolo teatrale per cui hai scritto la colonna sonora. Come ci si sente in un percorso così?

«Beh insomma, intanto sono passati 33 anni e sono tanto cambiato anch’io sotto tanti aspetti. Ho iniziato con Pino, con quello che era ed è ancora il mio idolo, e poter cominciare così è il meglio del meglio. Poi proseguire fino in qualche modo a poter lavorare con due napoletani doc, non solo Massimiliano Gallo che interpreta Vincenzo Malinconico, ma con il suo creatore, ovvero Diego De Silva, uno scrittore dalla penna raffinatissima, per me è un grande privilegio, sono molto contento di aver incrociato il percorso con loro.»

In questi 32 anni quali sono state le svolte della tua carriera e c’è qualcosa che rimpiangi?

«Guarda, fortunatamente il rimpianto non è un sentire che frequento, nel senso che tutto sommato nella vita ho appreso con il tempo a essere molto concentrato sul presente e provare a godermi l’attimo. Fortunatamente il fatto di avere tanti progetti, non solo miei ma anche di produzione o come autore per altri, o anche di vita semplicemente, mi permette di non essere uno di quegli artisti che si fanno fagocitare dal proprio lavoro. Per me è importante preservare una dimensione di quotidianità che faccia da contraltare a tutto il resto. Non ho rimpianti, devo dire che faccio un percorso sereno.»

Eppure in Moltiplicato zero canti “sono un monumento al rimpianto”…

«Sì, è nell’unico brano di questo album che mi sono autoprestato, perché fa parte delle canzoni originali che avevo scritto per Malinconico. Le ho scritte cercando di farmi ispirare da lui, che è effettivamente un monumento al rimpianto.»

Hai fatto due album dedicati a grandi del jazz, Chet Baker e Billie Holiday, e nei tuoi lavori ci sono sempre stati più o meno musicisti jazz importanti. Secondo te cosa offre il jazz alla canzone d’autore?

«È un terreno che continua a rimanere fertile se si vuole provare a far rivivere il matrimonio tra la canzone e il jazz. I due elementi si sposano bene e continuano a sposarsi bene. Tanti colleghi, Gianmaria Testa, Paolo Conte, a loro modo lo hanno fatto in maniera egregia. Personalmente mi considero un cantautore che fonda la propria scrittura sulla musica più che sulla parola e quindi è inevitabile che subisca il fascino del jazz e delle sue derive, come potrebbero essere la musica brasiliana, da Stan Getz a João Gilberto in poi.»

Il disco è molto vario, acustico e anche elettrico, c’è l’orchestra, c’è il quartetto d’archi, ci sono richiami funk, blues, anche jazz come sempre. Quale pensi che sia il tuo focus espressivo dopo oltre 30 anni di carriera?

«Lo sai che su questo disco mi sono concesso di non chiedermelo, nel senso che tutte queste canzoni, seppur vogliamo trovare un focus o un filo rosso che in qualche modo le lega, sono tutte canzoni che stanno in piedi chitarra e voce. Sono nate chitarra e voce tutte quante. Ogni tanto mi capita di suonarle in solo in qualche concerto e mi accorgo che in realtà sono molto più apparentate di quanto un disco, un prodotto arrangiato possa suggerire.»

Uno dei tuoi brani si intitola Pesci ascendente in Acquario, ma tu credi nell’astrologia?

«No, non credo nell’astrologia, credo nell’astronomia però. Tutto quello che in qualche modo, al di là del gioco di quella canzone, non conosciamo o i piani sensoriali che non frequentiamo o che abbiamo smesso di percepire, non escludo che esistano. Quindi rimango aperto alle possibilità, diciamo così.»

Tu sei abituato a collaborare e a scrivere per gli altri, una realtà che in Italia è stata per anni mal vista, che invece da qualche tempo si sta abbastanza diffondendo. Quali credi che siano i vantaggi e le difficoltà di doversi mettere nei panni artistici degli altri?

«Intanto è un bel esercizio, così come è un bel esercizio frequentare il jazz, come dicevamo prima, perché anche quello passa attraverso l’attitudine all’ascolto, alla condivisione, a sentire cosa dicono gli altri. Quindi diciamo che per me è un ulteriore insegnamento di vita.»

Prossimi programmi?

«L’estate intanto è molto ricca di appuntamenti, andremo avanti fino a settembre a fare concerti, ma anche oltre, perché ci sono già un po’ di concerti fissati, tra l’altro passeremo sia a Roma che a Milano in dicembre. Potete trovare quelli confermati nel mio sito www.joebarbieri.com. Inoltre continuo a scrivere, mi piacerebbe dedicarmi al cinema, perché è uno dei miei più grandi amori. Ho scritto musica sinfonica per me negli ultimi due anni, in tutti i momenti in cui avevo il tempo e la possibilità di farlo, e devo dire che mi sembra una strada che è del mio destino, speriamo di non sbagliare.»

Chiudo con una domanda che può sembrare provocatoria: cosa rispondi a chi dice che sei il Concato napoletano?

«Rispondo che Fabio Concato è un grandissimo, e quindi lo prendo come un complimento, perché è un artista che scrive benissimo, che canta benissimo, che è rimasto coerente e ancora lo è. Quindi mi tengo stretto questo paragone.»

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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