Il jazz di casa nostra è da tempo stabilmente su livelli molto alti, come riconoscono tutti gli esperti e gli analisti più qualificati. Noi non possiamo non essere che d’accordo e continuare a proporvi l’ascolto delle più significative uscite. Questa volta tocca ai lavori dei pianisti Lucio Perotti e Cettina Donato, al sassofonista Andrea Abbadia e al contrabbassista Roberto Bonati.

Andrea Abbadia

Andrea Abbadia Quartet

Change (Dodicilune/IRD)

Voto: 8

«Spostare il proprio baricentro all’interno, abitare il proprio deserto e scoprire che solo morendo a sé stessi, abbandonando certezze e idoli effimeri si può iniziare una nuova vita spirituale», questo è il focus del secondo album da leader del sassofonista Andrea Abbadia. Il giovane casertano, che utilizza solamente lo strumento baritono, quello con il suono più basso e pastoso tra quelli di uso comune della famiglia, propone sette brani originali e una preziosa rivisitazione del poco conosciuto, malinconicamente ottimista e suggestivo brano di Lucio Dalla Le rondini. Con lui i tre partner del suo quartetto abituale: Lello Petrarca al pianoforte, Luca Varavallo al contrabbasso e Alex Perrone alla batteria.

La ricerca interiore che spinge la ricerca e la proposta di Abbadia e dei suoi, che partecipano alla composizione di alcuni e con i quali l’interplay strumentale è evidente e tecnicamente apprezzabile, si sviluppa in un jazz moderno e cantabile, che si apre a scorci emozionali, che si apre su melodie dalle linee multidirezionali, che suggerisce e incita.

È il lirismo – tutto particolare per l’inusuale baritono a dominare gli intrecci, ma anche per il pianoforte personale di Petrarca, artista non per nulla ricercatissimo – a dettare le scelte, senza guardarsi allo specchio bensì cercando profondità e narrazione. Sia nei momenti più controversi e antitetici come Dying To Oneself, che passa dallo sperimentale alla citazione coltraniana, sia in quelli più incantatori come l’omaggio all’eterno femminino di Women, sia in quelli che sono Just A Ride, “solo un passaggio” in quel giro di giostra che è la vita. Oppure che è un album di buon jazz.

Cettina Donato

Cettina Donato

To Love Or Not To Love (Alfa Music/Egea)

Voto: 8

 È sempre più brava la pianista, compositrice, arrangiatrice e direttore (anche lei preferisce la denominazione al maschile) d’orchestra siciliana, laureata a Berklee e in Conservatorio, attiva al di qua e al di là dell’oceano, da sola, in combo di diverse dimensioni e alla testa di varie big band. Lo dimostra senza tema di smentita questo suo nuovo album dal titolo shakespeariano, ma dall’ispirazione moraviana e dal sentiment tutto incentrato sull’amore e sulle sue contraddizioni assolutamente “necessarie”.

To Love Or Not To Love, suo settimo esito da leader o coleader, è emotivo e intellettuale insieme, diviso in due parti dalla romantica traccia centrale di solo piano Love. Isn’t It?, sorta di spartiacque tra il progressivo crescendo dei primi cinque brani (tra cui la versione ridotta e cantata dello stesso “amore. non è così?”) e l’appagamento sensuale (e solo in trio piano-basso-batteria) dei tre che la seguono e della reprise ridotta dell’iniziale, programmatico A Love Affair.

Con la protagonista sono la vocalist Michela Lombardi, che scrive anche i cinque testi della prima parte, interpretandoli con misura e disincanto, il toccante trombettista Fabrizio Bosso e l’efficacissima sezione ritmica formata dai rodati Vito Di Modugno al contrabbasso e Mimmo Campanale alla batteria. Il loro percorso attraversa, attualizzandoli con intelligenza e sensibilità, i territori della canzone da soundtrack sixties e quelli dell’ironia gioiosa e vitale, quelli dell’intimità pura e semplice e quelli dell’interpretazione (e i riferimenti sono alti, tipo Cécile McLorin Salvant),  quelli dell’ambiguità del sentimento e quelli della Danza dei suoni. Risultato: ottimo jazz di livello internazionale.

Roberto Bonati

Roberto Bonati Madreperla Trio

Parfois la nuit (Parma Frontiere)

Voto: 8/9

 Un trio veramente sui generis quello di madreperla, messo in campo dal contrabbassista che abbiamo apprezzato al fianco dei big Giorgio Gaslini e Gianluigi Trovesi, oltre che nelle millanta attività in ambito jazz, sinfonico, contemporaneo e cameristico. La formazione vede il parmense accompagnato dal sassofonista Gabriele Fava a soprano e tenore e dal chitarrista Luca Perciballi, cui sono affidati anche gli interventi alle elettroniche. A ispirare Roberto Bonati è stavolta la bellezza dolorosa, le tenebre gioiose e il nero dell’oscurità della notte, e tutti e 14 i brani (compresi i sei intitolati Dreams e numerati, che sono degli interludi, spesso in contrappasso con lo scorrere tematico) del disco conducono verso un’esperienza poetica dai sapori distillati eppure intensi, dai colori acquerellati ed evocativi, dal visionario sguardo interiore.

La notte diventa la compagna e lo stimolo di un viaggio verso la propria identità sia personale che di musicista colto e raffinato, tanto che Parfois la nuit può essere letto come un’autentica suite, che sa fare del jazz il veicolo di diffusione di contributi talmente distillati e personalizzati da amalgamarsi perfettamente, tanto che elettronica (usata per disegnare l’inquietudine dei “sogni”) e folk (in Rouge più che nell’eponima Folk), musica contemporanea e free jazz, appaiono come screziature incisive in un oceano sonoro che possiede struttura e corpo, identità e visione, sospensioni ed esperimenti. Bellissime, tra le altre tracce, la cameristica Chiara è la notte, sussurrata dalla voce suadente del contrabbasso, la sottilmente vitalistica Night Village, dove conta ogni dettaglio, ogni sussulto, e la conclusiva May Love, che coniuga dolore e speranza.

Lucio Perotti

Lucio Perotti

I Feel Blue (Dodicilune/IRD)

Voto: 8

 «Ogni musicista oggi, anche quello più accademico, ha il dovere di rimettersi in gioco individualmente, di riprendere a comporre, improvvisare, arrangiare e rielaborare per ritrovare il gusto di inventare e di reinterpretare repertori diversi. Solo la creatività personale può rinnovare la voglia di scoprire nuovi orizzonti… i nostri!» Così Lucio Perotti, pianista e compositore impegnato da solista, in ensemble o in orchestra in repertori di musica classica, jazz e contemporanea, introduce il suo secondo album da leader (dopo Rebirth del 2022), eseguito al pianoforte solo.

L’album si apre con i “rifacimenti” dei Three Preludes di George Gershwin nei tre Tre Ludi After Gershwin, il primo quasi ragtime, il secondo lirico e toccante, il terzo spensierato e virtuosistico, tutti carichi di citazioni celebri ma scritti ex novo. La successiva title track è un piccolo capolavoro, in cui le evoluzioni improvvisate attorno a una cellula tematica e ritmica si cercano e si sfuggono in un gioco che ha un sapore minimalista capace di insegnarci che l’essenziale è nel soffio, nell’idea, nell’evocazione e nel disegno. La successiva Blue Toccata à la Turk è un omaggio a Dave Brubeck e rende il suo rondò ancor più incalzante, con un groove ricorrente e ritorni al tema quasi rischiosi.

De Sidera è una vera propria fuga classica resa in jazz attualissimo, mentre le ultime tre tracce sono la carta d’identità jazz del Nostro, che rincorre le asimmetrie ritmico-espressive tristaniane (Lennie’s Pennies), la malinconica delicatezza del tocco evansiano (Who Can I Turn To) e il coraggio di una garbata destrutturazione dell’american songbook (ATTYA di Jerome Kern), sempre conquistando l’ascoltatore come farebbe un raro artigiano con i suoi pezzi unici.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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