Presence

Un fantasma ci spia. È il regista

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Presence
di Steven Soderbergh
con Lucy Liu, Chris Sullivan, Callina Liang, Eddy Maday, West Mulholland

Rebekah (Liu) e Chris (Sullivan) comprano una bella vecchia casa. Mentre la visitano  non è chiaro se la figlia Chloe guardi noi o qualcun altro. Oppure il regista pedina i personaggi con un obiettivo grandangolare. Immagini nitidissime con dissolvenze in nero. Operai che non vogliono entrare in certe stanze a dipingere i muri. Chloe che piange l’amica Nadia morta di overdose. Forse è un film in soggettiva. In soggettiva di chi? La soggettiva di una presenza? Di un fantasma? Il fantasma spia gli umani come il regista che li riprende? Oggetti che vanno al loro posto muovendosi nell’aria accompagnati da una musica serena. Strano. Un fantasma ordinato? Chris teme per la figlia, ma medita di lasciare la madre. Rebekah è più pragmatica, è una manager, preferisce il figlio Tyler e stringe i denti su problemi legali. Chris su quei problemi si informa da un avvocato senza dirlo a Rebekah. Teme di venire coinvolto? Tyler è una figura scolorita, ma -dice l’amico Ryan- nasconde una vena di cattiveria. Nessuno sembra felice. La presenza registra quell’infelicità. Chloe pensa che la presenza sia il fantasma di Nadia. Ryan si sente vuoto. Quando bacia Nadia  il fantasma fa crollare l’armadio. Chloe soffre di athazagorafobia, la paura di essere dimenticati, il fratello la ritiene debole, il fantasma sconvolge la stanza di Tyler. Manifestazioni paranormali ormai sotto gli occhi di tutti. Arriva la sensitiva Lisa. Una presenza c’è. Ma chi è? È legata a qualcosa che deve ancora accadere… Soderbergh, che ha inaugurato il nuovo corso di film secchi, da 90 minuti, utilizza come in Black Bag una sceneggiatura di David Koepp e in qualche mondo congela e rinnova il modello della storia di fantasmi. È un horror razionale, astratto, assolutamente non tradizionale.

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