Il Maestro e Margherita
di Michael Lockshin
con August Diehl, Evgeniy Tsyganov, Yuliya Snigir, Claes Bang, Yuri Kolokolnikov
Si comincia con una mazza che vola e fa a pezzi un appartamento in una Mosca anni Venti, sontuosa, monumentale e futurista, poi vedremo (come nel romanzo di Bulgakov) il modo in cui i critici di regime distruggono il lavoro teatrale del Maestro (la pièce Pilato), gli annullano la carriera e infine lo internano in manicomio perché non farebbe “arte per il popolo”. Nel frattempo il tedesco Voland (Satana, che la prende alla lontana a partire dal Faust di Goethe) comincia a fare magia nera a Mosca accompagnato dai suoi diavoli servi mentre il Maestro si innamora della borghese Margherita che diventerà una strega. Il romanzo che il Maestro scrive e in cui elimina i suoi critici il diavolo lo rende vero e il regista ne fa una variante visionaria e ricca di effetti speciali, svolazzi e polverine magiche che (forse per arrivare al pubblico) ricorda più Harry Potter che non il dramma politico-esistenziale di Bulgakov: se questa rappresentazione dei leccapiedi di regime ha fatto arrabbiare Putin come a suo tempo non poteva piacere a Stalin ne siamo contenti (ma l’hanno finanziato senza conoscere il romanzo?): non rende il film militante (sì il regista ha criticato l’invasione dell’Ucraina, bravo) ma la sua idea di un regime che strangola una società sembra una fantasia architettonica più che un dramma, e dell’ironia di Bulgakov sui rubli e i vestiti magici come illusioni del diavolo resta poco. Il confronto tra Gesù e Pilato? C’è perché c’era nel libro, ma è un po’ insapore. Peccato.





































