Abbiamo intervistato il musicista, compositore e produttore (e anche scrittore, deejay, comunicatore culturale, regista) Davide Dileo, che tutti conoscono con il soprannome di Boosta, sulla ribalta dalla fondazione dei Subsonica nel 1996. Con la band ha realizzato finora dieci cd in studio e tre dal vivo di un rock pulsante e alternativo, irrorato di ritmi elettronici, di sensibilità melodica e di venature down beat, che ha guadagnato otto album di platino e venduto oltre 50 milioni di copie. Da solista invece, oltre a scrivere brani per Mina, Malika Ayane, Tricky, ha proposto quattro lavori a suo nome. Il recente Soloist, così come Facile del 2020, è entrato nelle classifiche di musica classica, e Boosta lo proporrà in concerto anche il prossimo 6 settembre al Forte di Exilles, suggestiva location nell’omonimo comune a pochi chilometri dalla sua Torino.

Il tuo ultimo cd presenta un mix di pianoforte solo, manipolazioni elettroniche e musica d’ambiente. Tre riferimenti e tre percorsi diversi. Come sono usciti nell’album e perché?

« Questa triplice veste è venuta fuori riascoltando il lavoro e rendendoti conto di aver messo tre vestiti diversi al tuo desiderio di comporre musica. Quando scrivi non te ne accorgi, le canzoni escono con naturalezza mentre le definizioni servono perché ti catalogano e rendono più facile il racconto. Però non è un ragionamento a priori. Tu metti quello che hai in testa e nel cuore e poi ti rendi conto, nel momento in cui lo ascolti, che ha una forma precisa.»

Questo Soloist, come il precedente Facile, sono entrati nelle classifiche di vendita della musica classica. Però la musica classica contemporanea entra con difficoltà nelle sale da concerto, nonostante ci siano proposte di livello altissimo oggi, per molti versi assimilabili come qualità ai compositori più celebri della storia. Perché questa difficoltà?

«Perché l’aria un po’ vetusta è oggettivamente un modo come un altro per salvaguardare probabilmente il valore di certi contenuti. È una maniera sbagliata, ma è anche vero che le nuove generazioni di direttori d’orchestra, di musicisti che fanno parte delle filarmoniche, stanno cambiando le cose. Basta vedere i grandi festival per trovare addirittura la fusione dell’orchestra con la musica elettronica.

La musica classica è classica per definizione. La contemporanea ha sempre fatto più fatica, anche se parliamo di musica contemporanea dalla prima metà del 900. In questo però il pop aiuta, perché l’idea di andare a ballare nei grandi festival con il deejay, la cassa in quattro, i ritmi elettronici e l’orchestra offre un bel modo di fusione. Non è un gioco, è un momento affascinante in cui vedi che anche gli orchestrali che hanno la classica nelle vene stanno bene in quel contesto, perché è molto facile mettere steccati, ma la musica è una e con lei hai una reazione sempre binaria. O ti dice qualcosa o non te la dice. O ti piace o non ti piace. O ti fa ballare o ti tiene seduto.»

Chi ti piace di più tra i compositori attuali?

«Tra gli attuali non ho grandissimi amori. Adesso sto ascoltando molto e ho una grande passione per compositori tipo Arvo Pärt, che per me rimane ancora uno dei riferimenti. Poi mi piacciono tantissimo i minimalisti: più passa il tempo più ho voglia di fare meno. Non perché non ho voglia di suonare, solo di farlo tanto ma meno.

Nel mondo elettronico ci sono tantissimi musicisti che mi appassionano, da John Hopkins a Colin Stetson, musicisti che hanno fatto sintesi tra la composizione – e intendo una relazione tra gli intervalli e gli accordi, tra armonia e melodia – e il suono elettronico. Sono tanti i punti di riferimento che ascolto molto volentieri.»

Quando la voglia di commerciabilità entrerà anche nei suoi progetti da solista?

«Quella è sempre un pensiero presente. È logico: quando faccio un disco e lo porto in tour ho bisogno e ho il desiderio che la gente lo ascolti e poi venga a vedermi, comprando il biglietto. Mi fa piacere e mi dà una responsabilità verso le persone che mi hanno scelto e mi vengono a vedere. La commerciabilità fa parte della vita, noi viviamo di questo. La musica non si autocrea.

È un racconto un po’ stupido, ma oggettivamente nel mio studio vi sono tante tastiere, tutti strumenti che costano. Io ho comprato la prima tastiera quando avevo 16 anni e praticamente ho fatto rate da allora per avere gli strumenti per suonare. La musica costa, anche se è vero che si può farla con un telefonino. Però se ami la musica e vuoi farla, sei curioso anche verso il un mondo amplissimo degli strumenti e della tecnologia musicale. E ci sono dei costi che vanno affrontati.

Poi c’è il tema importante che la musica è un valore. Noi siamo abituati ad ascoltarla perché è libera, è dappertutto, ma è uno strumento potente ed è uno strumento che ha un valore. Purtroppo in questa società se qualcosa è gratis molto spesso la identifichiamo come senza valore. Invece la musica è uno strumento potente ed è uno strumento che ha un grande valore.»

Tu ormai sei un artista maturo, hai già compiuto i 50 anni. Nel continuo confronto che comunque hai con i colleghi delle generazioni più giovani pensi di avere un ruolo, un compito?

«Il compito non è un affidamento magistrale per cui devi insegnare delle cose. I ragazzi giovani e curiosi che fanno buona musica sono tanti e diversi, molti più di quelli che pensiamo, anche se in superficie non sembra così. Ne conosco numerosi che scrivono, usano il computer e sono molto più bravi di me. A me piace condividere, perché credo veramente che sia un rapporto a due vie. Io posso raccontare quella che è la mia visione e metto a disposizione il poco che so fare, e mi piace l’idea della restituzione nel momento in cui la loro energia – a 50 anni non puoi avere quella di un ventenne – è veramente un seme creativo che cerco di sfruttare il più possibile.»

Senti di avere progressivamente un compito nuovo e diverso come musicista?

«Sento di avere più responsabilità, perché sono ancora molto innamorato di quello che faccio. Con la consapevolezza di un’età più adulta questo amore si trasforma in una maggiore responsabilità, che significa fare le cose in maniere più urgenti, perché ho sempre creduto che la musica deve essere fatta di curiosità e di urgenza. Deve essere una necessità. Questa ce l’ho ancora e, nel momento in cui ho bisogno di rigenerare sia la creatività che un progetto musicale che in realtà è un grandissimo corso di studi, credo manterrò fino all’ultimo giorno la passione che mi accompagna.

Mentre suoni cerchi di farlo sempre meglio, in maniera curiosa, studiando, leggendo, cercando di stupirti. Molto spesso, quando si fa musica in ambito commerciale, siamo concentrati sul fatto che devi vendere i dischi, i biglietti e tutto, ma credo che questo sia solo un corollario, un passaggio secondario rispetto al dovere prima di tutto di sorprendere te stesso. Se non lo fai diventa una routine.»

L’incontro tra acustico ed elettronico, che c’è nella tua musica, è anche scontro e sopraffazione dell’uno sull’altro. Alla fine temiamo tutti che l’AI diventerà il nostro deus-ex-machina, magari anche senza ex-machina. Cosa pensi di questa prospettiva?

«Non la visione distopica e lungimirante di William Gibson. Non posso né sapere né immaginare se quel punto è lontano o vicino oppure se accadrà qualcosa di diverso qui o in un multiverso che non è questo. Possiamo discutere se l’intelligenza artificiale può cambiare tutto, però un paio di mesi fa c’è stato un blackout in Spagna che ha riportato quasi all’età della pietra città intere in un attimo. Non ho un pensiero sufficiente sul futuro per esporlo, ma continuo a pensare in maniera un po’ naïf che, se usassimo bene tutto ciò che abbiamo a disposizione, sarebbe una grandissima possibilità. Poi d’altronde grandissime contraddizioni si scontrano quotidianamente…»

Sei alle ultime date del tour di Soloist. Si è chiuso il tempo di questo lavoro e sei già pronto per un prossimo progetto, un libro, una sonorizzazione, un evento, un’esposizione?

«Si sta chiudendo il capitolo di questo tour, anche se a me stare sul palco con il pianoforte piace moltissimo. Adesso ci sono tante cose molto interessanti, a cominciare dal disco del trentennale dei Subsonica che ci aspetta l’anno prossimo. C’è anche l’idea di continuare l’esplorazione della composizione al pianoforte, c’è quella della sound art per cui andrò a fare installazioni in vari luoghi cui dare un suono. Di progetti ne ho sempre tanti, mi piacciono, non mi spaventano, appena finisce o si interrompe il tour mi chiudo in studio a trafficare.

L’idea della sonorizzazione a me piace molto, credo che tutti i posti possano e debbano suonare. È un percorso fatto di tante strade, che mi auguro a un certo punto riescano a essere abbastanza sviluppate e indirizzate per poter arrivare a un’unità. Sono sempre stato affascinato da tutte le forme d’arte, perché sono forme di racconto. Quello che facciamo è raccontare e più strumenti hai e più hai la capacità di usarli, più hai la possibilità di racconto. E credo che quello sia tutto, perché nel racconto c’è la storia dell’umanità.»

Però il mondo della canzone va sempre più verso una superspecializzazione, con canzoni che hanno tantissimi autori perché alcuni scrivono il rap, altri il lancio, altri i ponti, i ritmi…

«Il mondo della canzone va un po’ da tutte le parti. In realtà non credo sia un fiume con una corrente che va in un’unica direzione, penso sia un oceano immenso, dove ci sono grandi correnti, tornado marini, fosse profonde. Il mondo della musica oggi, come è sempre stato, rappresenta la società. Nel pop forse possiamo dire che c’è una compartimentazione che ha semplificato le cose in maniera un po’ eccessiva. Ma la compartimentazione non è colpa di chi scrive le canzoni, ma, come molto spesso succede, del supporto.

Ci dimentichiamo sempre che la maggior parte di ciò che ascoltiamo è viziato o comunque indirizzato dal supporto che lo sostiene. Quando è arrivata la lacca e il vinile c’era una durata di tempo; quando è arrivato il 45 giri sono arrivati i singoli; nel momento in cui è arrivato internet è cambiato di nuovo il formato; nel momento in cui sono arrivate le piattaforme di streaming l’utilizzo della musica in tasca con il pollice veloce che permette di cambiare rapidamente causa qualcosa che ai tempi delle cassette non si poteva fare e anche con il vinile era molto più complicato. Quindi i supporti tecnologici cambiano non poco la struttura delle canzoni.

Per il pop oggettivamente è un periodo un po’ bizzarro, che io non giudico. Però, se devo pensare al pop come musica popolare, non posso non pensare che si sia eccessivamente semplificata, anche per colpa del supporto. Per cui è un po’ un controsenso avere 15 persone che scrivono una canzone facile. Dà l’idea di un’ingegnerizzazione dell’intrattenimento.»

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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