Nel 1985 il buon album Tones, Shapes And Colors, inciso live per l’etichetta italiana Soul Note, rappresentava il debutto da solista di un sassofonista 23enne di Cleveland, Ohio, che vantava già un buon curriculum, maturato al fianco di celebri jazzisti, tra i quali George Benson e Jack McDuff, e nelle importanti big band di Woody Herman, Mel Lewis e Carla Bley. Da allora Joe Lovano ha vissuto e ci ha proposto una serie di molteplici esperienze musicali, mettendo in luce quella che è riconosciuta come la sua principale peculiarità, ovvero l’estrema duttilità, caratteristica per lui del tutto naturale che gli ha permesso, nei suoi 40 anni da solista, di passare con nonchalance dalla pura ricerca – per esempio, assieme a Paul Motian e Bill Frisell, o con Henri Texier – a un elegante “jazz di mezzo”, dai tratti estetici essenzialmente mainstream, soprattutto i dischi realizzati da titolare dopo il passaggio alla Blue Note, avvenuto all’alba dei Novanta.

Una dote che gli ha permesso partendo dalle influenze di Coltrane e Coleman, di Bird e Gillespie, di Rollins e Jarrett, di Bill Evans e Miles Davis (e di papà “Big T”, brillante sassofonista dilettante che suonò nelle jam session coltraniane degli anni 50), di affiancare molti dei più significativi jazzisti degli ultimi tempi, e sviluppando una personalità multiforme ma sempre attenta ai vincoli con il passato, percorrendo sia territori imparentati con la “forma ballad”, sia altri decisamente intrisi di corroboranti e liberatorie aperture. Nei vari contesti esplorati da Lovano, irti di diversificate situazioni espressive, il suo lucido fraseggio – maturato esponenzialmente nel tempo – e la sua elasticità di adattamento gli hanno permesso di affrontare con autorevolezza qualsiasi situazione, in compagnia di ogni tipo di collaboratore, anche il più votato all’avanguardia, tanto che nel corso degli anni abbiamo assistito a un frenetico avvicendamento di musicisti al suo fianco.

Joe Lovano – foto Roberto Cifarelli/ECM

Anche di formazioni con una loro personalità già ben definita, cui il contributo del tenorsassofonista ha aggiunto quel tocco in più, quel sapore insinuante che gli viene da quello che considera «il mio unico comandamento: interiorizzare la musica. Interiorizzare la musica vuol dire memorizzarla sul piano melodico e armonico, e suonarla con l’anima, mantenendo la sapienza della teoria. Tutti possono imparare le regole ma interiorizzarle è l’unica condizione per “esprimere” verità proprie.»

L’ultimo “incontro” di Lovano – musicista che ama, molto riamato, l’Italia, dove è stato negli ultimi due anni direttore artistico del Festival Jazz di Bergamo, oltre ad aver suonato nei contesti più vari – è stato quello con il trio formato all’inizio degli anni Duemila dal pianista Marcin Wasilewski con i fidi Slawomir Kurkiewicz al contrabbasso e Michail Miskiewicz alla batteria. I musicisti polacchi, già pupilli del trombettista Tomasz Stanko, con il quale formarono un poderoso quartetto, si esprimono secondo un perfetto interplay sonoro, con frasi brevi e blocchi spaziali che invitano l’ascoltatore quasi a respirare con la musica, e seguendo la lezione del less is more, ovvero di lasciare spazio, di non inflazionare l’esecuzione con troppe note e inutili esercizi di bravura tecnica, facendo dell’essenzialità, del necessario, una filosofia vincente.

Joe Lovano e Marcin Wasilewski Trio – foto Roberto Cifarelli/ECM

Dopo il suadente lirismo del riuscito Arctic Riff di cinque anni fa, il nuovissimo lavoro in quartetto Homage ne amplia la poetica con intensi passaggi di improvvisazione e con una ricerca che ha per tema la “riconoscenza”, il desiderio di inventare e creare con desiderio di onorare alcune delle persone che hanno segnato profondamente la vita artistica e personale del protagonista, nonché autore di tutti i brani (tranne la magnifica Love In The Garden che apre il cd): sua moglie, la cantante Judi Silvano, suo padre Tony, barbiere di giorno e sassofonista di notte, nel centenario della nascita e i produttori Manfred Eicher (anche fondatore e boss) e Guido Gorna e tutto lo staff dell’ultima etichetta per cui Lovano incide, la prestigiosa ECM.

Il brano iniziale è tratto dall’album capolavoro Man Of The Light datato 1977 del violinista polacco Zbigniew Seifert, splendido jazzista che se ne andò solo 33enne due anni dopo, e definisce la precisa scelta estetica di privilegiare un’esposizione (e nei brani successivi anche una scrittura) minimale e asciutta, capace di esaltare la qualità esecutiva dei musicisti coinvolti, con il titolare impegnato qui al tarogato, strumento ad ancia della tradizione popolare ungherese simile al sax soprano. Questo fa del progetto Homage, libero da manierismi e orpelli, un gioiello di pulizia formale e lirismo, che sa attingere al passato e insieme offrire uno sguardo attento all’evoluzione del linguaggio contemporaneo.

La conferma arriva subito dal successivo Golden Horn, ripreso dall’albo Cross Culture del 2013 e rielaborato con una ricchezza espressiva nuova, che travalica le intenzioni tra world e fusion minimali per diventare un flusso modale di gran forza espressiva, grazie anche all’intreccio solistico tra piano e sassofono. Lovano, che ricordiamo è di origini siciliane, avendo i nonni paterni di Alcara Li Fusi e i parenti della madre, i Verzì, di Cesarò, vicino a Messina, elabora nell’inedita title track seguente un incrocio di sonorità, che, passando dalla rimasticazione evoluta del free al sogno angoloso della third stream, sviluppa, grazie anche alle profonde cavate dell’assolo di contrabbasso e alle campanelle di quello di percussioni, una palpabile tensione estatica e irrituale.

Il canto solitario del tenore di Giving Thanks indica come la “voce strumentale” di Lovano sia ancora lievitata in spessore e profondità, offrendo un sound sempre più autorevole, austero e voluminoso, in cui echeggia il “graffio erotico” di Coleman Hawkins. Spontaneità e libertà caratterizzano il brano di 12 minuti This Side – Catville, con il quartetto che vola senza direzioni in un’esplosione di effetti e sensazioni, di cambi armonici modali e di increspature sonore, di melodie intricate e di sogni graffianti. Infine la breve Projection vede – come in altri frangenti del cd – Lovano che si cimenta alle percussioni, protagoniste solitarie di questa chiusura.

Joe Lovano e Marcin Wasilewski Trio – foto di Michael Patrick Kelly/Adam Mickiewicz Institute

Registrate durante una pausa tra i concerti tenuti dal quartetto nel leggendario Village Vanguard newyorkese nei celebri studi che portano il nome di Rudy Van Gelder, dove il mitico ingegnere del suono morto nel 2016 registrò i dischi di culto dell’etichetta Blue Note e non solo (anche il capolavoro assoluto A Love Supreme di John Coltrane) dagli anni 50 in poi, «le ispirate esplorazioni collettive che hanno avuto luogo quei pomeriggi (del novembre 2023, ndr) nello studio sono state pura magia». Parola di Joe Lovano.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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