Sperimentare, giocare, rincorrersi, evocare, partendo da idee abbozzate e da immagini fuggenti, così come da frammenti e da spunti ricavati da composizioni altrui. Un compito all’apparenza facile e dai contenuti quasi insignificanti diventa per tre top player mondiali del jazz d’avanguardia, quello più prossimo alla musica contemporanea, un percorso di analisi e introspezione progressivo e dinamico. Il vibrafonista bergamasco, ma da sempre attivo a Milano (anche nell’orchestra del Teatro alla Scala) Sergio Armaroli e il chitarrista americano Elliott Sharp (di tanto in tanto anche al sax soprano) hanno unito una trentina di loro brevi composizioni a una cernita di 35 particelle di brani tra i più vari per costruire le circa due ore di musica del doppio album Imaginary Songbook, prodotto da Maurizio Bizzochetti per la coraggiosa etichetta pugliese Dodicilune. Per completare la loro ricerca hanno chiamato il bassista ed esperto di elettronica sonora Steve Piccolo, che ha aggiunto alcuni testi a quelli già presenti nelle reprise esponendoli in una scura enunciazione di spoken poetry.
Il risultato – come del resto i loro precedenti lavori insieme, Blue In Mind del 2021 e What Went Wrong del 2022 – è molto particolare, quasi un gioco dello shangai, con mille bastoncini-frammenti sonori gettati sul tavolo e poi raccolti quasi a uno a uno grazie al dialogo tra gli artisti e all’invenzione di ciascuno di loro. Brani molto brevi si susseguono come un tappeto sonoro di emozioni, in cui tutto è accennato, dalle melodie ai riff, alle strutture armoniche, ai rimandi, alle scelte ritmiche, ma insieme tutto è amalgamato e conseguente, un volo tra momenti che hanno il sapore e la consistenza del reale e altri che sanno tradurre l’ascoltatore nell’immaginario e nel sogno.

Le suggestioni sono prese in prestito da un vasto songbook, che allinea da Burt Bacharach (A House Is Not A Home) a Miles Davis (Walkin’), dai classici brasiliani di Tom Jobim e Vinicius De Moraes (e della bravissima Rosa Passos) a quelli americani di Cole Porter e George Gershwin (fino ai da noi meno noti Tom Adair ed Henry Nemo), da jazzisti mainstream come Milt Jackson e Cab Calloway ad altri giganti come Duke Ellington e Thelonious Monk. Quelle proposte direttamente dai tre protagonisti vi si incuneano come pennellate e spatolate in una tela di grandi dimensioni, offrendo piccole svolte e lievi divagazioni, in quel continuo procedere dettato dal polivalente macramè del vibrafono, dal sublime intuire delle diverse sei corde, dal tramare del basso e dal gocciolare delle elettroniche.

Imaginary Songbook è un viaggio di ricerca e di avanguardia, fatto di una serie di rivisitazioni di brani noti e un corposo pacchetto di inediti che ne incollano la fruibilità, cui strumentisti attenti e profondi offrono di volta in volta tinte variegate e inattese. Un doppio lavoro complesso da afferrare e a volte persino da ascoltare, perché ha l’intenzione di essere fuggevole in ogni attimo, di dire frasi piene di “eppure” e di “quantunque”, di utilizzare anche la semplicità espositiva come mezzo per svicolare dai crismi e dalle convenzioni. Soprattutto Imaginary Songbook sa proporre una musica che diventa visione, che articola discorsi inespressi e illustra scene immaginarie, distendendosi come una sorta di lunga suite, grazie anche alle sonorità minimali del trio e alla scelta di separare i brani solo di un paio di secondi veloci. Ascoltandolo la realtà procede come a ritroso in un territorio sonoro sperimentale e instabile, dove non ci si può fidare neppure dei propri sensi, dove ogni dettaglio instilla un dubbio da decodificare. E ovviamente per trarne piacere occorre totale disponibilità.






































