Nella sua autobiografia Good Things Happen Slowly del 2017 – non è stata tradotta in italiano ma un recensore affidabile come Raul da Gama ne dice: «il libro è una gioia da leggere, proprio come lo è da ascoltare la musica del signor Hersch. E se riuscite a leggerlo “a occhi spalancati”, come ascoltereste la sua musica “a occhi chiusi”, allora fareste meglio a farlo, e così come i colori e le texture delle sue melodie prendono vita nella musica, così lo fanno anche tutti i sensi risvegliati dal libro» – il pianista Fred Hersch scriveva che un brano musicale deve possedere “magica spontaneità” ed “elementi di pericolo”.

E da sempre il musicista americano cerca, pur nella sua costante grazia espressiva e affascinante eleganza, di inserire fattori, temi, armonie che si rifacciano a quei due concetti, a partire da un album come Dancing In The Dark del 1992 con il bassista Drew Gress e il batterista Tom Rainey che fece rimbalzare il suo nome nel mondo della critica più attenta. Da allora Hersch è diventato famoso – anche se non proprio celeberrimo – per le performance delicate, e per il suo modo di suonare, in cui traspare l’assoluta padronanza tecnica dello strumento, che, però, è sempre funzionale a una ricerca evansiana di emozioni da vivere in sintonia con l’ascoltatore. Lo fa anche oggi, sempre in trio, con il raffinato Joey Baron (altro suo “antico” partner) dietro la batteria al posto di Rainey e ancora il corposo Gress, nel nuovissimo The Surrounding Green, che arriva a due anni dal prezioso lavoro in solitario Silent, Listening.

La sua musica è qualcosa che confina, sul filo del rasoio, con la poesia. Di una dolcezza costruita sullo svanire continuo di estasianti momenti di intuizione e sull’umiltà nell’accettare l’intenso, acre sapore della realtà. Un rivelare l’anima volando con le ali di chi si aggrappa ai ricordi, agli affetti, all’emozione per elevarsi novello Icaro grazie alla propulsione di un’immaginazione alimentata dall’aver guardato in faccia la morte con abbastanza rispetto da comprenderla. (Hersch, affetto da HIV dai primi anni 80, nel 2008 ha avuto un’esperienza di coma indotto e pre-morte a seguito di uno shock settico causato da una polmonite quando era in fase di ripresa da una demenza causata dall’aids e superata solo grazie a nuovi farmaci usciti proprio in quel periodo.)

«Oggi sto benissimo e ho davvero voglia di suonare!», dice spesso. «La mia missione principale nella vita è divertirmi mentre suono e diffondere un po’ di gioia, perché penso che nel mondo di oggi sia ciò di cui la gente ha bisogno. E penso di suonare bene, se non meglio di quanto abbia mai fatto!» Confermiamo, anche paragonando questo nuovo album a un lavoro simile, il suo secondo cd da titolare, Sarabande del 1987, con Baron e Charlie Haden, la cui playlist è similare a quella di The Surrounding Green, con un pezzo di Ornette Coleman (allora era Enfant, oggi Law Years) e vari standard al alternare le composizioni del pianista. Si sente quanto è successo in quasi quarant’anni, quanto il jazz herschiano abbia avuto un’evoluzione importante che ha distillato sempre più la mentalità musicale mediata da una formazione classica, che ha accompagnato progressivamente la padronanza tecnica dello strumento verso una ricerca descrittiva di un’interiorità complessa, che utilizza il susseguirsi delle frasi sonore come mezzo di una logica improvvisativa inappuntabile, le cui parole-chiave si chiamano ordine ed eleganza, e di una distensione melodica che distilla puro lirismo.

Joey Baron, Fred Hersch e Drew Gress – foto di Roberto Cifarelli/ECM (particolare)

L’album si apre con Plainsong, un brano di Hersch apparso sul cd Book del 2017 e rivisto con una malinconia nuova, quasi palpabile, interiore come un’indagine psicologica resa più vera  da un inatteso cambio armonico. La track colemaniana (da Science Fiction del 1972) diventa un gioco di linee e di colori, distribuisce l’aggressività free costruita dai fiati nell’originale in uno scintillante incrociarsi di movimenti e intenzioni, di piani e sorrisi, di swing e scorrevolezza. Il brano che dà il titolo all’albo è una melodia senza tempo, cantabile e sinuosa, che prende qualcosa dal folk e qualcosa dal gospel per sviluppare un giardino fiorito di note dalla nuance avvolgente e delicata. Phalaco del brasiliano Egberto Gismonti è del 1980, album Circense, era una song piena di una gioia espressa a voce alta da diversi musicisti e da bambini vocianti. Ora diventa un fine lavoro di cesello, in cui si intersecano gli assolo saltellanti del contrabbasso e del piano che lo disegnano raffinato ed equilibrato gioiello di riscrittura e di rianalisi.

Allo stesso modo lo standard senza tempo (tra tre anni compie il secolo di vita) Embraceable You dei fratelli Ira e George Gershwin – la cui infinite riprese sono spesso aleatorie e sostanzialmente inutili – si nasconde dietro e fa capolino tra lo scorrere lieve dei tre strumenti, che fanno del suonare rilassati ma non slow, eleganti ma non “romantici”, divertito ma non burlesco, una forma di swing attualissimo e convincente. Oltre due minuti di assolo di contrabbasso, in cui la cavata profonda di Gress si fa introduzione dolente alla First Song che diede il titolo a un bel cd di Charlie Haden del 1990. E il piano, accompagnato da un sensibile lavoro dei piatti (una delle maestrie di Baron), si apre in un profondo scavare nell’essenza del suono del trio jazz, distillando con lucido accoramento e personale sintesi le suggestioni di Bill Evans, Ahmad Jamal e Keith Jarrett. Chiude in scioltezza e distensione la gaia e inedita Anticipation del leader, che dimostra di saper essere anche accattivante e “furbo” nel congedarsi dal pubblico di soli addetti alla registrazione dell’auditorio Stelio Molo della Radio della Svizzera Italiana, a Lugano, del maggio 2024, con un groove dal sapore latino.

Prossimo a festeggiare i 70 anni, il pianista di Cincinnati, che, va ricordato, vanta anche un curriculum di collaborazioni veramente al massimo livello, mostra oggi uno stato di grazia assoluto, coerente in ogni momento, sia in quelli più lenti e distaccati, sia in quelli più raffinati e giocosi, che va ben al di là dell’inappuntabile perfezione formale e lascia da parte ogni stereotipo manierista, grazie a un pathos elegiaco fatto di sensibilità moderna e ricercato coraggio.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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