La grazia
di Paolo Sorrentino
Servillo diventa Presidente della Repubblica per Sorrentino. Tutti lo chiamano “cemento armato”. Lui è l’unico a non saperlo. Maestro di diritto, impenetrabile alle forzature ma stanco dei rituali costituzionali, ringraziato alla Scala per aver tenuto a bada un politico, amato dalla scorta e dagli alpini, in apparenza indeciso a tutto, ma entro fine mandato (imminente) dovrebbe dire la sua su due domande di grazia e una legge sull’eutanasia. E i due assassini che hanno chiesto la grazia in qualche modo avrebbero ucciso per eutanasia. Ma non doveva essere una storia d’amore? Lo è. Per la moglie morta. E di gelosia. E di dubbio. Come dice un papa nero con i dreadlock – ovviamente contrario all’eutanasia- “ Presidente tu hai la Grazia”. E la Grazia cos’è, se non la (grande) bellezza del dubbio? E dunque in Sorrentino la grazia, La Grazia con la maiuscola, l’ironia, il dubbio, l’amore e la rabbia e persino la Leggerezza stanno tutti in equilibrio come l’astronauta italiano che non riesce a rientrare dalla stazione orbitante e piange rassegnato ma poi ride perché le sue lacrime diventano bolle in assenza di gravità. Meno acido che nei precedenti film politici Il Divo e Loro, surreale quanto basta, con un finale che ricorda la cena di Gambardella con la direttrice nella Grande bellezza (minestrina, scopatina). Si fuma, ma niente suore. Applausi.





































