Orphan
di Lazslo Nemes
Dal regista di Il figlio di Saul momenti ungheresi in due fasi di Budapest: nel dopoguerra invaso dai sovietici e dopo il 1956 a rivolta repressa. L’andamento, vintage grazie anche alla fotografia che sembra virata sulle emulsioni fotografiche e i colori tra lo strano e lo sbiadito dell’epoca, è quasi ipnotico, a volte onirico, è un lento peregrinare tra rovine, rivolte, muri sbrecciati, persecuzioni, mattoni rotti, uomini in divisa e uomini in carceri, sotterranei, tane, cessi. Ma potrebbe essere anche il punto di vista dilatato e quasi lisergico dell’orfano Andor (Boitoran Barabas) di origine ebrea, ma è meglio non farlo notare in pubblico, a cui ritrovano la madre e vive nel culto di un padre che non torna mai, che a volte è una fotografia, a volte un aneddoto, a volte un sospiro e spesso il boiler a cui il ragazzino si rivolge come a un totem. Il ragazzino è un lento esplodere di ribellioni e reazioni disastrose che letteralmente mandano in vacca tutto quello che sfiora. Poi nella sua vita (ma la mamma è quella vera o è stata un’adozione pietosa tra le macerie di Budapest?) entra un uomo enorme, (Gregory Gadebois), brutale e tenero, vitalista, motociclista, che traffica tra amore, commerci e ideologie e porta il pane in tavola orgoglioso del ragazzino che lo rifiuta: sicuramente è la metafora di qualcosa di davvero ingombrante nella vita dell’Ungheria simbolizzata dall’orfano Andor. Nemes definisce il film autobiografico






































