Questo è un album che avrebbe potuto essere veramente superlativo, un riferimento per il jazz attuale, se Manfred Eicher, il boss e produttore di tutte le uscite dell’etichetta ECM, non avesse fatto la scelta – che da qualche tempo ama particolarmente – di far sì che i protagonisti alternino dei brani compiuti, nuovi oppure riletture, con dei frammenti, delle improvvisazioni brevi, che spesso però risultano essere approcci non sviluppati, lasciati sul percorso verso la completezza espressiva del disco più come le briciole di pane di Pollicino piuttosto delle sue pietruzze bianche. Si muove in questa situazione il quartetto formato dai norvegesi Trygve Seim, ai sassofoni tenore e soprano, e Arve Henriksen, alla tromba e alle elettroniche, dal contrabbassista svedese Anders Jormin e dal batterista finlandese Markku Ounaskari, che si era ritrovato nel febbraio di dieci anni fa a registrare l’ottimo album The Magical Forest per la cantante e suonatrice di kantele Sinikka Langeland, cui partecipavano anche le voci del Trio Mediaeval.

Da allora i quattro si sono inseguiti e rincontrati senza riuscire a unirsi per un progetto insieme. Oggi, con una crescita testimoniata dai loro lavori da solisti, raggiungono insieme una fluidità e una personalità straordinarie, catturate dalla collaudata produzione ECM in modo dettagliato in mille ramificazioni e sfumature sonore, senza mai risultare “levigate” o “eteree” – gli abituali attributi del jazz scandinavo – e sempre scandendo una libera creazione che sa coniugare la voglia di improvvisare, il sentire melodico, l’afflato scandinavo e il graffio di un’interiorità consapevole del dubbio e dell’incertezza quotidiani.

Già l’approccio Nokitpyrt, che letto al contrario fa quasi Triptycon ovvero il titolo di un iconico album del trio Jan Garbarek, Arild Andersen ed Edward Vesala, pubblicato nel 1973, è un gioiello prezioso di jazz contemporaneo, un’evoluzione profonda di quel sound lirico e insieme arricchita dai valori della libertà free e di un’incongruenza che però suona coerente e autentica. Allo stesso modo sono magnifici il tradizionale finnico Armon Lapset con l’emotività melodica dettata dalle cadenze folk e insieme con il coraggio della devianza e dell’immaginazione. E sono emozionanti le riletture di due brani dell’esperto bassista, per anni con Bobo Stetson e Charles Lloyd, due riflessioni profonde e dolorose (Soto si ispira alla musica giapponese ed Elegy fu composta il primo giorno dell’invasione dell’Ucraina), che coniugano il jazz con la musica d’ambiente, che disegnano le melodie lievi come sogni dimenticati al mattino, che incidono e si perdono in un infinito che si allontana, si allontana, si allontana…

foto di Mats Eilerstsen

Altrettanto organizzate e riuscite sono le improvvisazioni a quattro man mano che si allungano nella stesura, come Folkesong oppure Old Dreams o Lost in Vanløse, perché la progressione ne distende il valore narrativo e la prospettiva di ricerca. Meno convincenti sono quelle più brevi, di cui si diceva all’inizio, che non raggiungono i 200 secondi, a volte sono persino tronche, come La Fontaine, altre si ascoltano come dei lanci verso il dubbio e l’oscurità, verso una rilettura inedita della ballad (tra cui la ripresa di un minuto e mezzo della What Reason Could I Give di Ornette Coleman), verso l’astrazione e lo spirituale, senza però riuscire a farsi autentiche atmosfere coinvolgenti, immerse in una quiete enigmatica che lascia l’ascoltatore con troppi punti di domanda.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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