Nei primi anni 70 cinque giovani di Casal Palocco, zona residenziale della periferia di Roma iniziano ad approfondire il loro amore per la musica, sviluppando un percorso artistico professionale. Amano il jazz, il folk e il progressive rock inglese e “mangiano” musica dalla mattina alla sera. Quando si mettono insieme, nel 1973, trovando il nome Spirale durante un viaggio in treno verso un concerto in provincia di Pescara, cercano di elaborare un’estetica personale partecipando a numerosi concerti nelle scuole, nelle manifestazioni di piazza, nei club, persino nelle fabbriche occupate. Sono Gaetano Delfini alla tromba, Giancarlo Maurino ai sassofoni, Michele Ascolese alla chitarra (sostituito prestissimo da Corrado Nofri al piano), Peppe Caporello al contrabbasso e Giampaolo Ascolese alla batteria.

Nel dicembre 1974, vista l’attenzione riscossa nei numerosi concerti – ottenuti anche grazie all’apprezzamento di Giancarlo Cesaroni, anima del mitico Folkstudio – viene loro offerta la possibilità di registrare il primo album, un giorno di sala e se possibile, “buona la prima”. Il disco si inserisce con quattro brani intensi, due brevi e due molto lunghi, nel panorama progressive jazz italiano (quello di gruppi come Area, Perigeo, Napoli Centrale, Arti & Mestieri, Maad, Esagono, DedalusBaricentro), con un’attenzione particolare alle sonorità africane in Cabral, anno I – dove appaiono come ospiti Luciano De Boris alla kalimba, Dino Londi al violino e alle percussioni Giorgio Vivaldi e Mauro Londi – e alle tradizioni popolari italiane alla maniera del grande Canzoniere del Lazio in Peperoncino (cose vecchie, cose nuove). Le scarse vendite, circa 4000 copie, dell’LP (oggi oggetto di culto ricercatissimo dai collezionisti), causano il loro scioglimento già nel 1975. Ma non dopo ad aver partecipato a numerosi festival e suonato in concerto, sia a proprio nome sia come band del padre del free jazz italiano, Mario Schiano, la cui inattesa attenzione li porta su palchi prestigiosi, compreso quello di un’epica edizione di Umbria Jazz.

Nel “riflusso” degli anni 80, i componenti del gruppo, sempre più apprezzati non solo nel circuito romano, sviluppano le loro carriere in diversi ambiti musicali. Nel jazz, nel pop, nella musica d’autore, emergono tutti. Giampaolo Ascolese suona in tutto il mondo nei più famosi festival e con i più grandi jazzisti (Chet Baker e Lee Konitz, per fare due nomi), oltre a rimanere per lungo tempo con il grande Nicola Arigliano. Suo fratello Michele affianca il meglio del pop italiano, da Gino Paoli a Eros Ramazzotti, da Fabrizio De Andrè a Ornella Vanoni. Maurino suona con giganti come Charlie Mingus ed Elsa Soares, nelle orchestre di Ennio Morricone e Luciano Trovajoli e nelle band di Peppino Di Capri e Renato Zero. Caporello collabora a lungo con Francesco De Gregori ed è attivo compositore e produttore per diverse formazioni di musica medioevale e classica. Delfini suona con Schiano, Massimo Urbani e Giorgio Gaslini, forma la Folk Magic Band (una sorta di big band etno-folk-jazz dove raduna anche i vecchi amici) e gira l’Europa con il gruppo di ricostruzione di musica dell’antica Roma Ludi Scaenici. Nofri, dopo aver vissuto in Brasile, entra nella Folk Magic Band, di cui diventa il deus ex machina, ma si toglie la vita a causa di una depressione nel 2007.

Nel 2010 i cinque membri originari di Spirale decidono di fare un nuovo tentativo insieme, suonano in vari concerti, ricevendo i dovuti apprezzamenti per il feeling con cui sanno aggiornare il vecchio sound e pubblicano un secondo album l’anno successivo. Live Inside, registrato dal vivo, offre sei composizioni che amalgamano jazz, musica etnica e latina, pop a stelle e strisce in una spirale – è il caso di dirlo – che gioca sul continuo scambio di colori e di sensazioni. Il risultato è simile a quello di 37 anni prima e i cinque ritornano alle loro millanta attività musicali, che non di rado li vedono collaborare fra loro.

Sul finire del 2022, durante uno dei soliti incroci artistici, salta fuori l’idea di festeggiare in qualche modo il prossimo cinquantennale del debutto discografico di Spirale, così, grazie anche all’Associazione culturale KirArt Ets che attiva una campagna di crowdfunding, nel gennaio successivo si ritrovano in sala di registrazione i due Ascolese, Maurino e Caporello (ma non Delfini, l’unico contrario alla reunion), con l’aggiunta di due musicisti del calibro di Claudio Cesar Corvini a tromba e flicorno e Roberto Rocchetti a piano e sintetizzatori per registrare sette brani inediti.

Oggi, nel cinquantesimo anno – o poco più – dal debutto, esce il loro terzo album, intitolato quasi inevitabilmente Spirale 50th. Con l’esperienza maturata ma anche con uno spirito ancora giovanile e sorridente («siamo tornati gli adolescenti che eravamo, musicalmente parlando», dice Giampaolo), i sei musicisti si lasciano andare a una versione riveduta e corretta del sound di allora, che diventa più strettamente jazzistico, più ancorato al mainstream della musica afroamericana, ricco di una serie di assolo rapidi e ficcanti, di tracciati melodici sinuosi e raffinati e di trovate accattivanti.

Suona proclama sulle differenze tra il passato volubile e pieno di prospettive e il presente solido e ben ancorato al jazz tout court, l’iniziale Allora e adesso, mentre i quasi 10 minuti di Origine si rifanno all’esperienza progressive in una sorta di jazz alla Soft Machine prima maniera, con ricche pennellate di quel Canterbury sound, momenti di improvvisazione dilatati e sregolati e un assolo pregevole di synth. Dallo stesso background si muove Song For A Special Lady, ma ne ricava il giusto humus per un viaggio interiore e una dedica appassionata, mentre decisamente rock-jazz l’incedere di Da Firstfly Boogie, con in evidenza la chitarra prima e poi il sax e i fiati in una parata sgangherata e liberatoria.

TRPM (B-side) è un inno alla Nucleus, ricco e visionario, in costante spinta e dalla corposa ritmicità, in cui si inserisce un delicato assolo di tromba, mentre il successivo Why War? è un brano cantabile, lirico, appena frastagliato da una sensibilità alla Weather Report prima maniera e dagli assolo di contrabbasso e sassofono. Infine Daje, la tipica incitazione in romanesco, pulsa grazie a una scintillante abilità strumentale un jazz moderno, vivo, con connotazioni quasi errebì dei fiati, persino affacciato verso il futuro. Proprio niente male per “ragazzi” con mezzo secolo di musica sulle spalle.

Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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