Frankenstein
di Guillermo Del Toro
Il segreto della vita e della morte? Sta nella Nona Configurazione del circuito del sistema linfatico. Anatomia fantastica. Ma per capirlo va visto il film. Aggiungere l’elettricità e voilà: i morti a pezzi ricuciti rivivono. Come nel romanzo gotico di Mary Shelley. In cui il dottor Victor Frankenstein mette la vita in un patchwork di cadaveri. La medicina horror di Del Toro è così eccessiva da essere quasi cult. Ma di quanti pezzi di corpi è fatto questo Frankenstein? Intendiamo il film, più che la carne. C’è il prologo al Polo con la creatura che sposta addirittura la nave che ha raccolto il barone Frankenstein (Oscar Isaac). C’è la versione di Victor e la versione della creatura (Jacob Elordi), c’è la strana attrazione di Mia Goth per la creatura, un po’ inspiegabile se non con i trascorsi della Goth nel cinema horror, c’è la lunga parte in cui la creatura buona e pura incarna lo spirito dei boschi per il cieco e la sua poco riconoscente famiglia. Insomma, viene il sospetto che Del Toro volesse una versione filologica ma personale del racconto e poi abbia virato per una variante barocca, visionaria, melodrammatica e alla fine quasi per una telenovela gotica da chiudere coi lucciconi agli occhi. Al confronto il Frankenstein hollywoodiano e industriale di James Whale sembra cinema sperimentale di avanguardia modernista.





































