La nostra attenzione nei confronti del jazz italiano continua a darci soddisfazioni all’ascolto, che ci piace condividere con voi. Stavolta attraversiamo la penisola dalla Trieste del navigato pianista Roberto Magris alla Bologna dell’altro multiforme pianista Alessandro Altarocca per arrivare alla Perugia del contrabbassista Pietro Paris. I loro recenti lavori discografici sono diversi sia nella combinazione degli esecutori sia nella scelta espositiva e offrono una personalità certa e una qualità a tutta prova.

Pietro Paris
Folk Traffic (Encore Music)
Voto: 8
Il contrabbassista umbro Pietro Paris, classe 1984, arriva al terzo album da titolare – dopo il debutto hard bop Underneath del 2021 e Trinta di due anni dopo, con accompagnatori portoghesi – con Folk Traffic, che è anche il nome del quartetto con cui suona da qualche tempo, dopo anche la lunga esperienza con la band The Sycamore. «Un ensemble», afferma, «che mette in scena una musica teatrale, fatta di persone e di movimento. Attraverso l’intreccio di improvvisazione e composizione, di architettura formale e di vorticoso dialogare, viene rappresentato attraverso il suono il corrispondere tra individui, storie, racconti, spostamenti, moti e motivi.»
Proprio il fluire immediato e profondo dà il senso a questo album dal sapore abercrombiano, grazie al bravo chitarrista Ruggero Fornari che si era già messo in luce con il progetto Phorminx. Con brani intitolati con due parole separate da una virgola per «manipolare la relazione tra ogni coppia di elementi per rivelare nuovi rapporti e mostrare poli di significato spesso opposti».
Titoli come Your, Winter oppure Oblivious, Dance, ad esempio, evocano immagini e tensioni che si riflettono nella musica che sa essere soprattutto soffusa e dalle timbriche languide, che sposa con intelligenza l’astrazione alla melodia pura, che spesso si apre a sviluppi solistici coinvolgenti, anche grazie al raffinato sax tenore un po’ alla Joe Lovano di Francesco Panconesi, che sviluppa un’incisiva presenza ritmica in punta di bacchette (quelle del batterista e violoncellista Andrea Beninati).
La lucidità armonica del jazz moderno si unisce in questo cd con la limpidezza melodica della canzone (in Hanging, Tense particolarmente), con le iniziative imprevedibili di certe improvvisazioni, con il genio candido della rivisitazione di un inno folk come l’unico brano non firmato da Paris, la chiusura The Death Of Queen Jane, dedicata a Jane Seymour, terza moglie del sanguinario re inglese Enrico VIII, uccisa nel 1537.

Alessandro Altarocca
ASH (Alfa Music/Egea)
Voto: 8
Alessandro Altarocca è personaggio ben conosciuto nel giro musicale bolognese, a lungo partner di Tino Tracanna e di Hengel Gualdi, i due big del jazz felsineo, ma anche collaboratore di artisti americani e brasiliani e di nomi noti del pop (Fausto Leali, Bruno Lauzi, Roberto Ferri), oltre che docente di jazz in conservatorio. Il pianista – all’occasione, ma non qui, pure contrabbassista – ha partecipato a numerose registrazioni, ma come titolare vanta solo I Love You Porgy del 2018 in coppia con il cornista Giovanni Hoffer, che alterna brani di George Gershwin a quelli di Kurt Weil e di altri autori classici.
Questo ASH, dalle iniziali dei nomi dei tre protagonisti, è un album di piano trio, che propone alla ritmica lo storico partner di Altarocca Stefano Senni al contrabbasso e il grande batterista cubano da anni in Italia Horacio “El Negro” Hernández. Otto brani (più la rilettura del tema della malinconica e poi brillantemente scanzonata Pra Deide come bonus track) che ci presentano un pianista maturo e piacevole, che sa reggere ogni situazione con nonchalance e che sviluppa un interplay circolare con i partner, a cominciare dalla multicolore e propulsiva Arguing.
Segue un brano di Thelonious Monk, Bye-Ya, puro be-bop ammodernato e un po’ appiattito, cui non giova la presenza del basso elettrico di Andrea Tavarelli invece dello strumento acustico. Scelta che si ripete per il successivo Morning Hip, che però possiede colori funk più congeniali e vede una prestazione super sia del leader che del drummer. Lirica e di sostanza la title-track, così come Cool Stevie misurata e con la cavata profonda di Senni in evidenza. Lorenaissance è la traccia più intima del disco, mentre la Witch Hunt, tratta dall’albo capolavoro di Wayne Shorter Speak No Evil del 1965, trova una vivezza, una personalità e un walking incalzante, adeguati alla sua altissima caratura.

Roberto Magris
Lovely Day(s) (JMood)
Voto: 8
Primo cd in piano solo in assoluto per il triestino Roberto Magris, che lo definisce «un album “pesante”, che significa (musicalmente) “sono arrivato fin qui, e oggi sono così”… ma ancora e come sempre, in vista di ulteriori sviluppi, ulteriori strade da esplorare e progetti da sviluppare». Ovvero Lovely Day(s) offre un punto di arrivo consolidato da una carriera lunga più di 40 anni e insieme un trampolino elastico di stimoli, sensazioni, idee da consolidare e rielaborare in futuro.
E c’è voluto il ritorno a casa – Magris è stato a lungo direttore artistico dell’etichetta JMood di Kansas City, per la quale tuttora incide – e un concerto da solista alla Casa del Jazz della città giuliana per farlo decidere, tanto che la registrazione, oltre a contenere un brano live, è stata effettuata il giorno successivo alla performance e nella medesima location.
L’iniziale Blues Clues è l’unico brano firmato dal titolare, mentre i successivi sono del suo “eroe personale” Thelonious Monk (un altro è Oscar Peterson: l’ascolto scioccante di un suo LP convinse l’adolescente Magris ad avviarsi verso il jazz) e di altri colleghi che ama ascoltare, Andrew Hill, Steve Kuhn e il poco noto Billy “William X” Gault (un solo album da leader, il misconosciuto When Destiny Calls, da cui prende la superba The Time Of This World Is At Hand). Detto ancora della Lonely Town di Leonard Bernstein e di A Flower Is A Lonesome Thing, scritto da Billy Strayhorn per l’orchestra del Duca, che completano il lotto delle proposte, non si può non dire come Magris prenda visibilmente piacere nel calarsi, con amore e passione, in un mondo insieme curatissimo e mobile.
Questo Magris, a 65 anni, è un’incredibile scoperta anche per chi conosce i suoi numerosi, precedenti lavori. Suona con una pienezza espressiva rara, con un rapporto obliquo con la melodia, con una propulsiva combinazione virtuosismo-discrezione, con un’improvvisazione fatta di libere associazioni e di ineluttabili contrasti, insomma con tutto quello che fa jazz. Ottimo jazz.






































