Venezia 82. Le Mage du Kremlin

Quanto dura la carriera di uno che lavora per il diavolo?

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Le mage du Kremlin
di Olivier Assayas

Un giornalista americano (Jeffrey Wright) intervista in una bella villa tra le betulle Vadim Baranov (Paul Dano), nipote di nonno rivoluzionario (sacrificato), di padre comunista (allontanato) e brillante drammaturgo nella Mosca in cui Gorbaciov accompagna il comunismo sovietico alla fine: Baranov (personaggio di fantasia che adombra Vladislav Surkov) sposta il suo talento di drammaturgo e regista dal teatro alla televisione e infine alla politica usata come teatro (diventano  famose le sue tesi sulla “verticalità del potere” e  la “democrazia sovranista”) fino a essere chiamato   nel ruolo di consigliere particolare d’un giovane funzionario dello spionaggio che gli oligarchi pensano sia il fantoccio ideale da gettare in politica dopo Eltsin. Il funzionario si chiama Putin (Jude Law), ha le idee chiare su come comandare con mano pesante e soprattutto usa ed elimina tutti quelli che credono di poterlo usare. Anche gli oligarchi. La sua tesi è che il popolo non vuole adottare il modello occidentale, ma rivuole la potenza imperiale dello Zar e deve essere rassicurato contro il caos. Ritiene che Stalin non fosse amato nonostante le purghe e i gulag, ma proprio grazie alle purghe e i gulag. Per lui la Guerra Fredda non è stata vinta, ma bisogna bloccare tutti i frammenti dell’ex URSS che pensano di passare nella sfera dell’Occidente.  Baranov, a volte perplesso, lo assiste. Si arriva al capitolo Ucraina: Baranov, consigliere del diavolo, chiama in campo forze in netta contraddizione tra loro (conservatori, nazibolscevichi, zaristi, comunisti, punk, motociclisti) perché ritiene inutile restaurare il potere zarista  nei territori che vogliono staccarsi: bisogna insinuare  nel cervello dell’Occidente il caos utile a Putin. In pratica ha suggerito la Storia che stiamo vivendo. Olivier Assayas ha tratto “il mago del Kremlino” dal romanzo omonimo di Giuliano Da Empoli.

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